Spesa gratis, Comuni poco trasparenti: come “spariscono” le risorse statali

Antonio Cosenza

28/04/2020

30/04/2021 - 13:18

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Lo Stato ha deciso di appoggiarsi ai Comuni per la distribuzione di generi alimentari ai cittadini più bisognosi: ma in questo modo si è esposto a pratiche truffaldine da parte delle amministrazioni comunali.

Spesa gratis, Comuni poco trasparenti: come “spariscono” le risorse statali

Molti Comuni stanno facendo un ottimo lavoro per aiutare le famiglie bisognose in questo periodo di emergenza sanitaria ed economica; tuttavia - almeno stando alle numerose segnalazioni ricevute in questi giorni - non tutte le amministrazioni comunali sono così efficaci e trasparenti come dovrebbe essere.

Come noto, il Governo ha dato ampi poteri alle amministrazioni locali per garantire contributi per la spesa - o distribuire direttamente beni alimentari - alle famiglie che in questo periodo hanno perso ogni fonte di reddito, non riuscendo così ad acquistare neppure i beni di prima necessità.

Alle amministrazioni locali - seppur si è trattato solamente di un anticipo - sono stati destinati 400 milioni di euro vincolati alla creazione di buoni spesa e al finanziamento delle consegne di beni alimentari e di prima necessità; purtroppo non sempre la gestione di questi fondi avviene in maniera trasparente.

A tal proposito ci siamo chiesti: siamo sicuri che questo sia stato il miglior modo possibile per aiutare le famiglie in difficoltà? Non sarebbe stato più opportuno un intervento diretto da parte dello Stato? Proviamo a dare una risposta.

Comuni e spesa gratis: non sempre le amministrazioni sono trasparenti

Ci è arrivata una segnalazione molto interessante in queste ore, di cui però non sveleremo il Comune interessato (nonostante la nostra fonte ci abbia fornito le prove a conferma di quanto vi stiamo raccontando).

La storia di Claudio (nome di fantasia) è quella comune a tanti altri cittadini che purtroppo con lo scoppio dell’emergenza hanno perso il lavoro e ogni fonte di reddito. Per questo motivo si è rivolto al Comune per chiedere aiuto.

Il Comune di Claudio offre due possibilità, a scelta del cittadino: la possibilità di beneficiare di pacchi alimentari frutto delle donazioni dei cittadini (e consegnati a spese del Comune) oppure beneficiare di buoni spesa da poter spendere nei supermercati.

Claudio dichiara di aver fatto domanda per il questa seconda opzione. Senza ottenere alcuna risposta riguardo all’esito della sua domanda, pochi giorni dopo riceve un pacco alimentare, con tanto di ricevuta dove è indicato il valore economico stimato, da firmare.

Il perché di una ricevuta su un pacco alimentare, ricevuto tra l’altro prima di avere conferma di essere rientrato nel bando pubblicato dal Comune stesso, non è noto: l’amministrazione ha risposto che in ogni caso quel costo non gli sarebbe stato imputato, senza però fornire ulteriori dettagli sul perché di una ricevuta di consegna che solitamente viene utilizzata da gran parte dei corrieri privati.

Il fatto che le modalità adottate per la consegna dei pacchi, come pure per la lavorazione delle varie domande ricevute, non fossero trasparenti di certo non ha aiutato a fare chiarezza sull’accaduto.

Una situazione poco chiara che ha portato Claudio a contattare il Comune interessato chiedendogli di non percepire più aiuti di questo tipo. Nonostante ciò, dopo pochi giorni ha ricevuto un’ulteriore chiamata di un corriere incaricato dall’amministrazione locale per la consegna di un nuovo pacco alimentare (compreso di ricevuta) di un valore persino superiore a quello del primo.

Consegna a cui Claudio si è palesemente opposto, in quanto - secondo lui - l’amministrazione interessata stava speculando sulla situazione per un proprio tornaconto.

Non bisogna dimenticare, infatti, che i suddetti pacchi alimentari sono il frutto della solidarietà dei privati cittadini e dei supermercati locali. È grazie alle donazioni che è stato possibile metterli insieme; non ci sono costi per il Comune, se non quelli sostenuti per la consegna degli stessi.

Qual è quindi la necessità di stabilire un valore indicativo e di metterlo nero su bianco su una ricevuta da far firmare a coloro a cui questo viene consegnato?

Fermo restando che - come tra l’altro si difende il Comune interessato - potrebbe essersi trattato di un errore, proviamo a spiegare cosa potrebbe permettere una tale pratica. Avendo una ricevuta firmata da mettere a bilancio si andrebbero a creare dei fondi in nero che il Comune potrebbe spendere come meglio crede senza darne rendicontazione alcuna. Paradossalmente, anche intascare quei soldi per scopi personali non sarebbe così complicato.

Aiuti ai più bisognosi: non c’era un altro modo?

Già il fatto che sembra essere così facile per un’amministrazione comunale occultare i finanziamenti ricevuti dallo Stato per aiutare i più bisognosi ci porta a chiederci se non sarebbe stato più opportuno un intervento diretto.

È vero che i servizi sociali competono al Comune, ma allo stesso tempo non sarebbe la prima volta che dei fondi statali nel passaggio tra i vari enti locali vadano parzialmente “persi”.

Sarebbe stato davvero così difficile per lo Stato erogare, direttamente sull’IBAN o per mezzo di un pagamento nominale tramite Poste Italiane, i soldi per l’acquisto di beni alimentari e di prima necessità?

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