Il miliardario e speculatore finanziario George Soros è stato a lungo sotto i riflettori per il suo ruolo nell’uso della sua ricchezza per influenzare le politiche degli Stati sovrani.
Il cambio alla guida della Open Society Foundations (OSF) sta portando anche a un significativo cambio di marcia.
L’OSF, sotto la guida di Soros, ha sostenuto attivamente organizzazioni che promuovono una visione progressista della società, spesso a discapito delle tradizioni culturali, religiose e nazionali di alcuni Paesi europei. Il suo sostegno finanziario a gruppi che promuovono l’agenda dell’ecologia, dei diritti LGBTQ+, dell’immigrazione e dell’eutanasia ha suscitato reazioni negative da parte di molti governi e cittadini che vedono queste azioni come un’intrusione indebita nei loro affari interni.
Almeno in apparenza.
Perché le voci di una «ritirata» dall’Europa che sono trapelate sui media nei giorni scorsi sono state prontamente smentite dal figlio Alex.
La Open Society lascia l’Europa
Secondo un rapporto dell’Associated Press, l’OSF sta riducendo significativamente il suo personale in Europa, con l’ufficio di Berlino che subirà una drastica riduzione dell’80%.
Il direttore degli uffici di Berlino, Thorsten Klassen, ha comunicato che la nuova direzione strategica ha deciso il ritiro e la fine di gran parte delle attività all’interno dell’Unione europea.
Questo è stato letto da molti come un cambiamento importante nella politica di Soros e della sua fondazione.
Pertanto le voci che si sono diffuse suonavano come una vera e propria ritirata: dopo trent’anni di attività, la Open Society abbandona l’Europa, il continente su cui ha maggiormente ampliato la sua sfera di ingerenza, investendo per costruire una società “aperta” impostata sul politically correct, hanno titolato numeri quotidiani.
Ora, il passaggio di testimone al figlio Alexander sembra aver portato a un cambio di rotta.
La smentita di Alex Soros
Alex Soros ha smentito le voci che parlavano di un disimpegno dal Vecchio Continente.
In una lettera all’edizione europea di Politico, Alex Soros ha scritto chiaro e tondo:
«Non ce ne andremo. L’Europa rimane di enorme importanza strategica per il lavoro dell’Osf, iniziato negli anni ’80, quando mio padre iniziò a finanziare pensatori indipendenti nella sua nativa Ungheria, allora satellite sovietico nell’Europa orientale comunista. E oggi, nonostante tutti i suoi difetti, l’Unione europea continua a rappresentare un faro globale dei valori che modellano il nostro lavoro».
Soros ha analizzato la situazione attuale:
«In Europa stiamo assistendo a uno spostamento verso est. La guerra in Ucraina avrà innumerevoli conseguenze, mentre l’ascesa della Polonia come economia leader finirà per renderla un contribuente netto dell’Ue. Il futuro di un governo democratico e responsabile in Europa viene ora determinato non solo a Parigi e Berlino, ma anche a Varsavia, Kiev e Praga».
Pertanto, ha aggiunto, «abbandoneremo alcune aree di lavoro concentrandoci sulle sfide di oggi, così come su quelle che dovremo affrontare domani. E sì, ridurremo significativamente anche il nostro personale, cercando di garantire che più soldi vadano dove sono più necessari».
Retromarcia in Polonia
Non solo, perchè mentre i emdia erano distratti dalle voci della presunta ritirata, diffuse da AP, Business Insider pubblicava un articolo, ripreso in Italia da Maurizio Blondet, secondo cui il proprietario polacco del quotidiano Rzeczpospolita e del quotidiano finanziario Parkiet, Grzegorz Hajdarowicz, avrebbe venduto gran parte delle sue azioni della Gremi Media, proprietaria dei due giornali, alla società olandese Pluralis.
Ciò completa un accordo concluso nel 2021 che ha visto Pluralis acquistare una quota di minoranza con la possibilità di acquistare azioni aggiuntive in seguito.
Con questa mossa, Hajdarowicz ha cessato di essere l’azionista di maggioranza di Gremi Media, mentre la società olandese Pluralis possiede ora il 57% delle azioni.
Cosa c’entra Soros in tutto questo?
Uno degli azionisti di Pluralis, che ora detiene il controllo della società polacca, è il “Fondo per lo sviluppo economico Soros”.
Il fatto che George Soros sia indirettamente coinvolto nell’accordo sembra sparigliare le carte, contraddire le voci diffuse da AP e avallare la smentita di Alex Soros.
Lascia o rimane?
L’ingerenza di Soros e delle sue fondazioni nelle politiche degli Stati è stata particolarmente evidente in paesi come Ungheria e Polonia, dove i governi di centrodestra hanno spesso criticato l’OSF per il suo sostegno a organizzazioni che si oppongono ai loro valori e alle loro politiche. In Ungheria, ad esempio, il governo di Viktor Orban ha fatto fronte comune contro le interferenze di Soros, sostenendo che tali finanziamenti minano la sovranità nazionale e la stabilità politica.
La dichiarazione del figlio di Soros, Alex, che afferma che la fondazione sta «cambiando il modo di lavorare», potrebbe suggerire che l’OSF stia cercando di adattarsi alle sfide e alle critiche che ha affrontato nel corso degli anni.
Adattarsi, però, non signfica abbandonare il tavolo da gioco.
L’intenzione, pertanto, non sembra quella di abbandonare il Vecchio Continente, anzi.
Perchè come ha ancora precisato Alex Soros: «Continueremo a sostenere le nostre fondazioni in Moldavia e nei Balcani occidentali mentre questi Paesi lavorano verso l’adesione all’Ue, che – nel caso dei Balcani – mio padre ha sostenuto per la prima volta negli anni 90. L’adesione all’Ue è vitale per garantire l’unità e la stabilità dell’intera regione dei Balcani per contrastare gli sforzi volti a riaccendere il conflitto in Bosnia e Kosovo, ad esempio, e dare un’apertura alla Russia. Inoltre, l’adesione all’Ue rafforzerà la sicurezza europea ed eviterà di creare un vuoto geopolitico».
Insomma, come sempre accade, quando si tratta di George Soros, non poteva mancare il colpo di scena.
Il vecchio magnate non è ancora pronto a lasciare andare la sua creatura e si sentirà ancora la sua presenza in Europa.
E, conoscendo la sua storia, non poteva essere altrimenti.