Sopravvivere all’instabilità globale con un portafoglio antifragile

Redazione Money Premium

25/07/2025

L’inflazione persistente, l’incertezza valutaria e l’oro ai massimi: come diversificare davvero il portafoglio e affrontare l’instabilità del sistema finanziario globale.

Sopravvivere all’instabilità globale con un portafoglio antifragile

Il 2025 si è aperto con uno scenario macroeconomico particolarmente incerto. Le tensioni geopolitiche, le politiche economiche aggressive in arrivo dagli Stati Uniti e una volatilità sempre più strutturale hanno reso necessaria una profonda revisione delle strategie di asset allocation.

Negli ultimi sei mesi, l’indice del dollaro ha perso oltre il 10%, segnando il peggior inizio d’anno dalla fine del sistema di Bretton Woods nel 1973. Nello stesso periodo, l’oro ha superato quota 2.450 dollari l’oncia, toccando il suo massimo storico, sostenuto dagli acquisti netti delle banche centrali, che hanno superato le 1.100 tonnellate nel 2024.

Nel frattempo, l’indice S&P 500, pur avendo guadagnato oltre il 12% in termini nominali, ha mostrato rendimenti negativi per gli investitori in sterline e in euro a causa del deprezzamento del dollaro. Un chiaro segnale che il rischio di cambio è tornato al centro della strategia d’investimento.

Il classico modello di portafoglio bilanciato – 60% azioni, 40% obbligazioni – è stato messo duramente alla prova nel biennio 2022–2023. Nel 2022, entrambi gli asset hanno perso terreno contemporaneamente: le azioni globali hanno registrato un calo medio del -18%, mentre le obbligazioni globali hanno chiuso l’anno a -11%, una combinazione quasi inedita.

Nel 2025, molti wealth manager stanno riducendo la duration delle obbligazioni in portafoglio, con una media di 2-3 anni, per mitigare la sensibilità ai tassi d’interesse. In parallelo, si assiste a una sostituzione della componente obbligazionaria con strumenti alternativi: hedge fund, materie prime, obbligazioni inflation-linked e asset reali.
L’allocazione si sta spostando verso un più moderno «60/40», dove il 40% comprende asset decorrelati, tra cui oro, hedge fund macro e valute rifugio.

Il dollaro USA, da decenni valuta di riserva dominante, è oggi al centro di un progressivo processo di de-dollarizzazione. Gli investitori istituzionali, tra cui banche centrali e fondi sovrani, stanno riducendo l’esposizione alla valuta americana, portandola a livelli non visti dal 2002.

Nel primo semestre 2025, la quota del dollaro nelle riserve globali è scesa sotto il 59%, mentre l’oro ha superato per la prima volta l’euro come seconda riserva valutaria globale. Gli investitori stanno rispondendo riducendo l’allocazione in asset denominati in dollari e preferendo strumenti denominati in yen giapponese, franco svizzero e yuan cinese.

Il rischio valutario è oggi la seconda maggiore fonte di volatilità nei portafogli basati su sterlina o euro, subito dopo l’esposizione azionaria. Non tutti, tuttavia, adottano coperture attive: l’hedging valutario può comportare costi rilevanti e ridurre i potenziali benefici in caso di movimenti favorevoli dei cambi.

Il mercato americano continua a essere trainato da pochi giganti tecnologici: i cosiddetti «Magnificent Seven» (Apple, Amazon, Alphabet, Meta, Microsoft, Nvidia, Tesla) rappresentano oggi oltre il 28% del totale della capitalizzazione dell’S&P 500.
Nonostante ciò, gli investitori stanno riducendo l’allocazione in azioni USA per almeno due motivi principali: la forte sopravvalutazione dei multipli (con un P/E medio del S&P 500 superiore a 23) e l’instabilità legata alla politica commerciale statunitense.
In controtendenza, settori come semiconduttori e infrastrutture per l’intelligenza artificiale rimangono interessanti: le aziende che forniscono l’hardware per reti AI – dai chip ai sistemi di raffreddamento avanzati – stanno attirando flussi crescenti.

Dopo anni di sotto-performance, i mercati europei e il FTSE 100 britannico stanno ritrovando appeal. Il mercato azionario UK, con un rendimento totale dal 2020 a oggi inferiore al 45%, è oggi considerato «economicamente attraente» su base relativa. Il rapporto prezzo/utili medio è sotto quota 11, contro valori più del doppio negli USA.

Inoltre, circa il 75% dei ricavi delle aziende FTSE 100 proviene da mercati internazionali, riducendo l’esposizione diretta all’economia britannica, ancora stagnante. Gli investitori che cercano esposizione globale a valutazioni più contenute stanno quindi aumentando gradualmente il peso del Regno Unito in portafoglio.

L’oro, da sempre rifugio nei periodi di incertezza, ha beneficiato di una combinazione unica di fattori: svalutazione del dollaro, domanda istituzionale, e timori per l’instabilità geopolitica. Il prezzo ha superato la soglia dei 2.450 \$/oncia, con una crescita di oltre il 22% rispetto all’anno precedente.

L’allocazione media dell’oro nei portafogli gestiti si aggira oggi tra il 2% e il 5%, ma alcuni fondi più cauti arrivano anche al 6-7%. Tuttavia, la difficoltà di attribuire un valore intrinseco all’oro rimane un ostacolo per aumenti più decisi dell’esposizione. Anche la natura “emotiva” della domanda retail può causare volatilità.

Accanto all’oro, molti gestori stanno riscoprendo il valore degli hedge fund. In particolare, le strategie macro globali e relative value stanno dimostrando una buona tenuta in fasi di dislocamento tra asset. Anche le valute rifugio, come lo yen e il franco svizzero, stanno guadagnando terreno come strumenti di protezione durante le correzioni dei mercati azionari.

Inoltre, cresce l’interesse per asset alternativi come le infrastrutture, le materie prime energetiche e le partecipazioni in private equity, considerati capaci di offrire rendimento reale anche in contesti inflattivi.
Il 2025 sancisce un punto di svolta per la gestione patrimoniale globale. Le tradizionali correlazioni stanno saltando, i modelli storici mostrano segni di obsolescenza, e la diversificazione geografica e valutaria è tornata una priorità assoluta.

In un mondo dove l’unica costante è il cambiamento, l’antifragilità diventa il principio guida: costruire portafogli capaci non solo di resistere agli shock, ma anche di trarne vantaggio. L’approccio moderno non consiste più nel prevedere il prossimo crollo o rally, ma nell’essere preparati a qualsiasi scenario.