È in fase di implementazione un sistema UE in cui i cittadini ricevono incentivi per consegnare i vestiti usati dentro dei cassonetti intelligenti.
Presto verrai pagato per buttare i tuoi vecchi vestiti. Ma quanta verità c’è dietro questo annuncio? Per capirlo, dobbiamo guardare a un incastro di leggi europee e progetti di ricerca d’avanguardia. E fare ordine, molto ordine.
E il primo passo è sempre definire il contesto. I vestiti usati sono considerati ancora oggi un “rifiuto dimenticato”. Se per plastica, carta e vetro abbiamo costruito sistemi di raccolta (almeno apparentemente) efficienti, per il tessile la situazione è drammatica. In Italia, ogni cittadino scarta mediamente tra i 17 e i 20 kg di abiti all’anno. Di questo milione di tonnellate prodotte annualmente, solo una minima parte viene recuperata correttamente. Il resto finisce in discarica o, nel peggiore dei casi, spedito in mercati del terzo mondo dove alimenta discariche a cielo aperto.
Già da anni l’Unione Europea ha deciso di porre fine a tutto questo con la strategia per prodotti tessili sostenibili e circolari. L’obiettivo? Entro il 2030, tutti i prodotti tessili immessi sul mercato dovranno essere durevoli, riparabili e, soprattutto, riciclabili. Ma per riciclare, serve che il cittadino conferisca il rifiuto. E quale modo migliore per farlo se non l’incentivo economico?
Cosa prevede il progetto europeo TexMat
Il pilastro tecnologico di questa rivoluzione si chiama TexMat, finanziato dal programma Horizon Europe, che vede la collaborazione di 14 partner d’eccellenza distribuiti in 7 Paesi (Italia, Finlandia, Spagna, Estonia, Paesi Bassi, Francia e Germania).
Il progetto sta testando dei cassonetti Intelligenti dotati di sensori a infrarossi e intelligenza artificiale. A differenza dei vecchi cassonetti gialli, queste macchine sono in grado di analizzare istantaneamente la composizione del capo - 100% cotone? Misto poliestere? Lana?.
TexMat vuole creare un sistema in cui il cittadino scansiona il proprio “passaporto digitale di prodotto” (un QR code che sarà obbligatorio sulle etichette nell’Unione Europea a partire dal 2027, come previsto dal Regolamento UE 2024/1781, noto come ESPR), deposita il capo e riceve un credito immediato su un’app, calcolato sulla qualità e sul peso del materiale.
L’implementazione del progetto sarà, tuttavia, graduale. Non dobbiamo aspettarci un “bancomat per vestiti usati” sotto casa già da domani mattina, bensì un percorso a tappe. Nella fase attuale, in Spagna (Madrid e Catalogna) e in Finlandia sono già attive le prime postazioni TexMat. In Italia sperimentazioni simili sono in corso nei distretti tessili di Prato e Biella e in alcuni centri commerciali selezionati. In questa fase, il «pagamento» avviene spesso sotto forma di buoni sconto o coupon.
Con l’applicazione progressiva del regolamento ESPR e del passaporto digitale del prodotto a partire dal 2027, i comuni e i consorzi inizieranno a installare i nuovi contenitori intelligenti su larga scala. Perché entro la fine del decennio l’obiettivo è avere un sistema capillare dove il riciclo tessile sarà redditizio per il cittadino tanto quanto lo è oggi il vuoto a rendere in alcuni Paesi del Nord Europa.
Chi paga davvero l’iniziativa?
A questo punto è lecito chiedersi: da dove arrivano i soldi per pagare i cittadini? La risposta è la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) specifica per il tessile.
Sebbene l’EPR sia un modello già noto in Italia per plastica e batterie, il settore della moda ne è rimasto fuori per decenni. Fino a oggi, il costo della raccolta e dello smaltimento dei tuoi vecchi jeans è ricaduto interamente sulle casse comunali e sulla tua bolletta TARI. Ma sta per cambiare tutto.
Con l’attuazione del nuovo decreto legislativo attesa entro la fine dell’anno, i produttori - dai colossi del fast fashion alle grandi case di alta moda - saranno chiamati a rispondere finanziariamente dell’intero ciclo di vita dei loro prodotti. Per ogni capo messo in commercio, le aziende dovranno versare un contributo ambientale.
Questi capitali non finiranno nelle casse dello Stato, ma alimenteranno i consorzi EPR (come, in Italia, i pionieri Retex.Green ed Ecotessili), che hanno il compito di finanziare l’infrastruttura tecnologica, inclusi i nuovi cassonetti intelligenti TexMat, coprire i costi operativi di ritiro e selezione e alimentare il sistema di incentivi, trasformando parte di quel contributo ambientale versato dal produttore in un «cashback» o buono sconto per il cittadino che riporta gli abiti usati.
E così il sistema, finalmente, si ribalta. Non paghi più tu per buttare, ma è chi ha immesso il prodotto sul mercato a pagare te affinché quel materiale non vada sprecato e torni nel ciclo produttivo.
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