Skypull: produrre energia con i droni. Dalla Svizzera l’idea (vincente?) di una startup rivoluzionaria

25 Aprile 2022 - 20:26

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Intervista al fondatore, Aldo Cattano, che spiega: «La ragione più importante a favore del drone è la produttività: più vai in alto, più c’è vento».

Skypull: produrre energia con i droni. Dalla Svizzera l'idea (vincente?) di una startup rivoluzionaria

Un drone che non ti aspetti. Il primo è decollato agli inizi di aprile; il secondo, il giovedì della settimana di Pasqua. Siamo in Svizzera, Canton Ticino, aeroporto di Lodrino, a pochissima distanza da Lugano. Forma quadrata, struttura in carbonio, un metro e trenta di apertura alare destinata a passare presto a uno e ottanta, poi tre e venti, sei e un giorno, con il crescere della potenza, fino a diciassette metri.

Il progetto si chiama Skypull e dopo cinque anni, è uscito allo scoperto: oggetto volante, ma identificato, ideato in Ticino per salire ad alta quota e catturare il vento. Niente pale, torri imponenti che ingombrano la vista: solo un cavo che si srotola e riporta a terra la forza eolica, trasformata in energia pulita.
Venti prototipi testati, due brevetti acquisiti e altrettanti pendenti, un milione e duecentomila franchi svizzeri di premi ricevuti, due progetti in corso con l’Ufficio federale dell’energia, riconoscimenti pubblici, lettere di interesse da aziende e multinazionali. Merito di una tecnologia su cui il team, due persone nel 2013 e oggi oltre una decina, si è inserito per perfezionarla.

Skypull Skypull Skypull

Invece di un aquilone, come già Kitenergy in Italia, invece delle vele leggere di Skysails in Germania, una struttura più pesante e in grado di garantire stabilità ed efficienza. Impatto estetico ridotto, rumore attutito; maggiore potenza, costi minimizzati; molteplici applicazioni di mercato: dall’agricoltura all’elettrificazione delle isole remote, i soccorsi dopo una catastrofe o il mininig delle criptovalute.

Ma c’è qualcosa che ancora non torna. «Cerchiamo un visionario che voglia investire in noi e accetti che l’energia pulita sia una scommessa, non un guadagno immediato», dice Aldo Cattano, fondatore, cto e progettista, appellandosi a un ticinese che si affianchi al primo investitore, attualmente unico. Due milioni sono già stati spesi, altrettanti ne servono per completare il primo step di un progetto sul quale hanno già messo gli occhi Bill Gates, qualche tempo fa, e almeno un paio di banche svizzere, neanche due settimane or sono.

Cattano, perché voi?
«È vero, l’idea di recuperare energia dal vento ad alta quota non è nostra. I primi studi sono stati fatti con soft kites. Poi si è virato sulle rigide, più performanti ma anche più difficili da manovrare. Skypull ha pensato al drone».

Meglio un drone delle pale di un parco eolico?
«Vicino a terra c’è poco vento. La struttura e la tecnologia delle turbine eoliche tradizionali sono costose».

Non giocherà a favore anche una certa avversione di natura estetica?
«Senza dubbio. Si parla di sindrome Nimby, acronimo che sta a significare «Not in my back yard», non nel mio cortile, per almeno tre ordini di motivi. Il primo, l’impatto visivo: le pale sono enormi, hanno ricadute sul paesaggio. Il secondo, la rumorosità. È la stessa generata da Skypull, che però si trova tre o quattro volte più in alto e la disperde. Poi ci sono gli animali: insetti, uccelli, pipistrelli. Fra l’altro, noi voliamo a velocità costante, a differenza delle pale: per i rapaci è più facile vederci. Ma la ragione più importante a favore del drone è la produttività, che è doppia. Il motivo è semplice: più vai in alto, più c’è vento».

Quanto in alto?
«Stiamo sviluppando un prototipo che per ora vola a circa 100 metri da terra. Ma arriveremo a quattrocento. Man mano che la struttura e viene costruita in scala maggiore, il cavo si allunga».

Ci spiega come funziona?
«L’eolico di alta quota è una tecnologia che si può basare su un kite, come nei primi esperimenti con ali morbide, un aquilone, un aliante o, nel nostro caso, un drone. Il drone è collegato a un generatore a terra tramite un cavo. Frenando lo srotolamento del cavo, si genera corrente. Una volta che il drone arriva al suo punto massimo, plana verso la ground station per poi ricominciare un altro giro. La produzione avviene per l’85% del tempo».

Ventiquattr’ore su ventiquattro?
«Se c’è vento».

C’è?
«Più in alto si va, più vento c’è, costante e meno turbolento. Le turbine eoliche, in Ticino, hanno di solito una funzionalità a potenza nominale del 30%. Ad alta quota, si arriva al 60%. Inoltre, la pulizia e la manutenzione sono più semplici, non servono gru e giorni di bel tempo. Eppure, le turbine eoliche ormai sono mass production. L’eolico ad alta quota, finora, ha messo sul mercato un solo prodotto tramite la ditta Skysails, che l’ha venduto alla Germania».

Forse il vento non è abbastanza? C’è chi dice che l’eolico in Svizzera non può funzionare perché il vento è poco. Lei cosa risponde?
«Che non è vero. È vero che il Ticino è un territorio molto soleggiato e con poco vento, ma in cima alle Alpi o più a nord, la ventosità è molto alta».

Allora un po’ è così: meglio andare via?
«Stiamo già lavorando per ottenere due siti test, uno a Andermatt e uno a Laax, in cima al ghiacciaio. Ad Andermatt saremo all’interno di un parco eolico, attendiamo solo il nulla osta del Canton Uri. A Laax avremo una partnership con Weisse Arena Group. Il presidente, Reto Gurtner, è visionario. Vuole rendere il resort carbon neutral entro il 2030».

Innovativo, funzionale, futuristico, eppure stenta a farsi largo. Perché?
«Bisogna testare il sistema. I tempi sono lunghi e i costi dell’eolico elevati. Pensiamo anche solo a Vestas, che ci ha messo trent’anni a passare da turbina da 30 kw a un megawatt. Ora noi siamo a 2 kilowatt. Appena arriveranno fondi sufficienti, potremo arrivare abbastanza velocemente a 25 kw».

L’idea di Skypull come è arrivata?
«Durante l’attività di consulenza, ho conosciuto il progetto di Airborne Wind Energy e l’energia del vento ad alta quota. In pochi mesi ho analizzato otto anni di studi, prove, errori. Mi sono lanciato. Ho visto il futuro: dopo dieci anni di combattimenti contro torri e basamenti in cemento, ho detto basta alle pale. Perché un altro dei vantaggi, non trascurabile, è anche il risparmio sui materiali: con l’eolico ad alta quota si riducono del 90%. Le pale invece hanno basamento e torre che non servono a fare energia. Inoltre, è solo la parte più esterna della pala a produrre bene. Il 75% del totale viene da lì».

Ma?
«Ma c’è ancora molto da fare. Skypull Sa è arrivata nel 2017 e da allora siamo al lavoro sia sulla parte hardware, sia sulla parte software. Il sito scelto inizialmente però non era molto ventoso. E i costi sono elevati».

Dove avete preso i soldi?
«Siamo la start-up che ha vinto più premi in Svizzera nel 2017. Fra premi e sovvenzioni, abbiamo raccolto in questi anni 1 milione e 200 mila franchi. Nel 2020 è arrivato un altro milione dal nostro primo investitore, ma è arrivato anche il Covid. La strada però continua. In questi anni abbiamo costruito più di 20 macchine e ogni volta abbiamo migliorato qualcosa. Adesso il sistema è completamente automatico, le batterie possono essere ricaricate in volo e abbiamo anche prodotto energia».

Che ne avete fatto?
«L’abbiamo buttata in rete, alla Capanna Monte Bar cui eravamo collegati tramite un cavo di 1.600 metri. Era pochissima: i voli erano di 5-6 minuti soltanto. Molto resta ancora da ottimizzare, servono tante ore di volo e sviluppatori».

Tabella di marcia?
«Adesso stiamo aspettando le autorizzazioni per operare nei nuovi siti. Dal Monte Bar ce ne siamo andati ad agosto 2021. Eravamo stanchi. D’inverno c’era la neve e spostarsi era complicato, d’estate il vento era poco».

Da agosto a oggi?
«Ci siamo spostati all’aeroporto militare di Lodrino, abbiamo dovuto creare nuovi laboratori. Siamo riusciti a volare per la prima volta all’inizio di aprile, ma senza cavo. A giorni l’Ufac ci darà l’autorizzazione a utilizzarlo. È un posto abbastanza ventoso, sia pur solo al minimo che è richiesto dai nostri test; ma dovremo convivere con gli aerei militari e gli elicotteri».

Perché Lodrino?
«Perché tre anni fa il consigliere di Stato Christian Vitta firmò uno stanziamento di 3 milioni per renderlo un sito di test per droni».

Anche la politica ci crede, dunque. C’è da essere ottimisti?
«Sono però già passati tre anni e non è ancora successo niente. Siamo il futuro, si dice, ma dal crederci a livello politico al realizzarlo ne passa. Stiamo facendo test anche a Bellinzona, su terreni concessi dal Comune. Ma quello che ci serve davvero, adesso, è un investitore ticinese. Che sia vicino, consapevole delle nostre esigenze e dei problemi. Per ora su di noi ha scommesso un investitore turco, che come tutti però vuole risultati».

Come si spiega tutta questa difficoltà?
«L’investitore è abituato a vedere un ritorno in pochi mesi e in questo caso non è possibile. Per anni siamo andati avanti con i premi e il minimo del personale. Purtroppo si parla tanto di energia rinnovabile e di cambiamento, ma nessuno vuole rischiare davvero. Perfino Breakthrough Energy, gruppo fondato da Bill Gates che raccoglie gli uomini più ricchi del mondo impegnati per l’energia pulita, si è interessato a noi. Ma investiranno quando saremo pronti a vendere, non prima. Io ho l’impressione che dell’energia pulita non importi granché. Importa il guadagno che può generare. Senza contare poi che il settore dell’energia è molto conservativo. Così, cerchiamo di sopravvivere. I risultati ci sono. E quattro brevetti, che però costa parecchio mantenere».

Intanto anche l’energia costa: e sempre di più. Che si fa?
«Si va avanti. Si partecipa alle giornate dedicata alle startup, come quella di qualche giorno fa a Lugano. In quella sede abbiamo avuto contatti con due banche svizzere, una holding cinese, un paio di privati. Una delle due banche ha garantito che verrà a vederci a Lodrino, appena potremo volare a regime».

Cattano, faccia una stima: quanto manca ancora?
«Noi siamo a un livello Trl, Technology Readiness Level, fra 6 e 7. Al 9 si comincia a vendere».

Quando?
«Se arrivano i soldi, in due anni potremo essere pronti per il mercato. Abbiamo bisogno di 2 milioni. Altri 7 serviranno poi invece per produrre energia e venderla direttamente. L’idea è di vendere inizialmente il sistema a terra con il drone, poi, quando saremo in grado, l’energia».

A chi?
«La Svizzera è un bel mercato. Sulla carta, contatti già ci sono. C’è anche una promessa ufficiosa di comprare la nostra energia per vent’anni a prezzo fisso dal maggiore consumatore di energia elettrica in Svizzera. Non dico altro».

Saremo autosufficienti?
«Se faremo tutto, potremo farcela. Turbine eoliche normali, eolico ad alta quota, pannelli fotovoltaici, idroelettrico, geotermico: il futuro è lavorare insieme».

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