Siamo davvero in “bear market” se il crollo è guidato dalla paura e non dai dati?

Tommaso Scarpellini

31 Marzo 2025 - 17:59

Il peggior avvio per l’S&P 500 potrebbe essere stato causato solo da un brusco balzo del sentiment. Questo perché ancora i dati hard non mostrano una contrazione così evidente.

Siamo davvero in “bear market” se il crollo è guidato dalla paura e non dai dati?

Il 2025 non è iniziato con i migliori auspici per i mercati azionari americani. Anzi, si tratta del peggior avvio degli ultimi 15 anni per l’S&P 500, nonché della performance relativa peggiore rispetto a Europa e Cina dal 1988.

Non esattamente il tipo di partenza che l’investitore medio si aspettava, abituato da anni a un indice americano capace di resistere a tutto, dalla pandemia alle tensioni geopolitiche, con una resilienza quasi mitologica.

Ma il recente sell-off è davvero giustificato dai fondamentali? Oppure è un riflesso esagerato di paure e percezioni negative? In altre parole: ha senso parlare di bear market quando i dati economici reali non supportano il crollo dei prezzi?

Dati “soft” vs dati “hard”: due facce della stessa medaglia

Per comprendere il contesto attuale, è fondamentale distinguere tra dati soft e dati hard.

I dati soft sono misurazioni legate al sentiment: si basano su sondaggi, aspettative, opinioni e percezioni. Pensiamo agli indici PMI, alla fiducia dei consumatori, o alle survey tra imprese e analisti. Questi dati sono preziosi perché forniscono segnali anticipatori, ma sono anche volatili e influenzabili da fattori esterni.

I dati hard, invece, riflettono la realtà economica tangibile: produzione industriale, vendite al dettaglio, occupazione, PIL. Sono più stabili e affidabili nel delineare i cicli economici, anche se arrivano con un po’ di ritardo rispetto ai dati soft.

Storicamente, è proprio dai dati hard che emergono i veri turning point dei mercati, mentre i dati soft tendono ad amplificare emozioni e reazioni.

Ma cosa ci dicono oggi i dati?

Rispetto a un anno fa, quando Wall Street celebrava una delle espansioni più promettenti della storia, alimentata dal boom dell’Intelligenza Artificiale, i dati hard non sembrano segnalare alcuna recessione in arrivo.

Il Real GDP Tracker su base annua è in crescita, i retail sales sono saliti stabilmente, così come gli ordini manifatturieri. Anche la crescita del settore privato mostra segnali positivi. L’unico dato “negativo” è un leggero aumento del tasso di disoccupazione dal 3.9% al 4.1%, ma, in un contesto di tassi di interesse elevati, questo può essere considerato quasi fisiologico.

E allora perché i mercati sono così nervosi?

La risposta è nei dati soft. Il Composite PMI è sceso da 52.5 a 51.6: ancora sopra la soglia critica dei 50, ma abbastanza da far suonare qualche campanello d’allarme. Questo calo ha inciso pesantemente sulla fiducia dei consumatori, precipitata da 79 a 57 punti, un calo da record.

A questo si aggiunge un altro fattore: l’incertezza politica, che è triplicata rispetto a un anno fa. In un anno di elezioni presidenziali, possibili svolte fiscali e tensioni monetarie, non sorprende vedere una crescita del rischio percepito.

Mercati e percezioni: una relazione complicata

Nel breve termine, i mercati azionari sono uno specchio del sentiment. E quando il sentiment è negativo, come dimostra la recente impennata del VIX, anche gli asset più solidi possono essere venduti in massa.

S&P 500, 1W S&P 500, 1W Grafico a candele settimanali dell'S&P 500. Fonte: baha.com

Ma nel lungo periodo, a prevalere sono i dati hard, le fondamenta dell’economia reale. E oggi queste fondamenta non sono crollate. Anzi, in molti casi sono più solide di quanto si pensasse.

Alla luce dei dati attuali, parlare di un bear market su base strutturale potrebbe essere prematuro. Quello a cui stiamo assistendo è un reset emotivo, un’ondata di pessimismo più figlia di narrative negative e preoccupazioni speculative che non è detto che troveranno giustificazione nei dati.