«È stata una grande vittoria per tutti noi che abbiamo denunciato la censura governativa».
Così il giornalista Michael Shellenberger, che insieme ad altri colleghi nei mesi scorsi ha diffuso i cosiddetti “Twitter Files”, ha commentato in un lungo post su X la sentenza che ha stabilito che l’amministrazione pubblica “ha costretto o incoraggiato in modo significativo le piattaforme di social media a moderare i contenuti” in violazione del Primo Emendamento.
La sentenza
Tre giudici della Corte d’appello del Quinto distretto hanno accolto il ricorso presentato dallo Stato del Missouri, della Louisiana e da tre scienziati contro Joe Biden, Anthony Fauci, l’FBI e i CDC per aver censurato sui social opinioni contrarie alla narrazione dominante rispetto al Covid-19 sui social.
La sentenza, emanata dai giudici repubblicani Clement, Elrod e Willet, afferma che il governo federale avrebbe influenzato impropriamente le decisioni delle principali piattaforme social riguardo alla pubblicazione o alla soppressione di contenuti relativi alla pandemia da Covid-19 e alle elezioni del Congresso del 2022.
La sentenza fa riferimento a un «sistema di segnalazione accelerato» e al declassamento o alla rimozione dei post segnalati.
Tali pratiche sono comuni su molte piattaforme social e servono a garantire che le informazioni errate o dannose siano affrontate in modo tempestivo, sebbene sia state utilizzate, soprattutto negli ultimi tre anni, per censurare anche notizie vere ma ritenute divergenti rispetto alla narrazione ufficiale.
Inoltre, il governo Biden avrebbe cambiato le politiche interne delle piattaforme per individuare più contenuti segnalati e inviare rapporti sulle attività di moderazione agli ufficiali.
La sentenza afferma che il governo avrebbe esercitato una forma di coercizione nei confronti delle piattaforme social, minacciando ripercussioni e onseguenze avverse.
Tra i pochi interventi ritenuti leciti dalla Corte vi è quello del medico Anthony Fauci, ex consigliere del presidente coinvolto nella causa, il quale non avrebbe cercato di manipolare l’informazione dei social media e non si sarebbe dunque posto “in contrasto con il Primo Emendamento”
Il ruolo di Ron Flaherty
Inoltre, la sentenza menziona il ruolo di Ron Flaherty, direttore dei media digitali della Casa Bianca, nel suggerire che Facebook contribuisse all’esitazione vaccinale.
Proprio lui, in una mail inviata ad un dirigente di Facebook il 14 marzo 2021, suggeriva come il social partecipasse alla «diffusione di idee che contribuiscono all’esitazione vaccinale».
Il tutto era già emerso il 6 gennaio scorso, grazie ai documenti pubblicati nell’ambito del processo Missouri vs Biden, da cui si denotava come l’esecutivo democratico avesse fatto pressioni sui social di Mark Zuckerberg, per oscurare post relativi a contenuti «spesso veri», che potevano però essere percepiti come materiale «sensazionalistico, allarmistico o scioccante».
In parole povere, per censurare quelle notizie “vere” ma scomode al governo democratico, che potevano generare incertezza, paure ed esitazioni sull’efficacia e la sicurezza dei vaccini anti-Covid.
La reazione di Shellengerg
“Riteniamo che il modo in cui la CISA ha segnalato in massa la cosiddetta “disinformazione Covid” nel 2021, attraverso la sua partnership con “The Virality Project”, creato dallo Stanford Internet Observatory e altri - scrive ancora Shellenberg su X, commentando la sentenza - sia stata una violazione da parte del governo della libertà di parola. Attraverso tale segnalazione di massa, la CISA ha indirettamente chiesto che Twitter e Facebook censurassero le informazioni “spesso vere” sugli effetti collaterali dei vaccini”.
Shellenberg rilancia l’accusa di pressioni e coercizioni che durante il periodo pandemico hanno spinto le piattaforme social a censurare anche notizie vere (come peraltro confermato dallo stesso Zuckerberg):
“È una grave restrizione alla nostra libertà di parola che ADL possa costringere Facebook e X/Twitter a censurare voci e punti di vista sfavorevoli, anche se non si tratta di una violazione del Primo Emendamento.
La soluzione ovvia è che il Congresso richieda che le società di social media consentano agli utenti di moderare i propri contenuti in cambio delle ampie protezioni dalla responsabilità della Sezione 230, che consentono loro di esistere.” ha concluso Shellenberg.