Se gli analisti hanno ragione, Netflix potrebbe valere il doppio entro pochi anni

Tommaso Scarpellini

5 Agosto 2026 - 16:55

Netflix vale metà di quello che dicono gli analisti, oppure il doppio. I modelli divergono, la cassa cresce, il mercato tace. Qualcosa non torna.

Se gli analisti hanno ragione, Netflix potrebbe valere il doppio entro pochi anni

Quando una società cresce del 13-16% annuo nei ricavi, genera oltre 12 miliardi di dollari di cassa libera e al tempo stesso il suo titolo scambia a livelli che molti modelli di valutazione considererebbero compressi, le conseguenze per chi osserva dall’esterno potrebbero essere significative: o il mercato ha ragione e la crescita rallenterà, oppure esiste uno sconto reale che prima o poi potrebbe essere colmato.

Oggi, capire da dove arriverebbe questo potenziale rialzo, e soprattutto quali rischi lo accompagnano, potrebbe fare la differenza tra una decisione informata e una mossa dettata dall’entusiasmo del momento.

La tesi strutturale che i numeri contabili non catturano

La costruzione analitica attorno a Netflix non sembrerebbe poggiare su ottimismo narrativo, ma su una trasformazione profonda del modello di business che i parametri contabili tradizionali faticherebbero a rappresentare con fedeltà. Per inquadrare il ragionamento, è utile partire dal concetto di valore intrinseco: una stima di quanto un’azienda «valga davvero» sulla base dei flussi di cassa futuri attualizzati al presente attraverso un tasso che incorpora il rischio specifico dell’investimento. Quando il prezzo di mercato si colloca al di sotto di questa soglia teorica, si parla tecnicamente di sottoquotazione, ovvero di un titolo che il mercato prezzerebbe meno di quanto i suoi fondamentali giustificherebbero.

Secondo il modello elaborato da AlphaSpread, il valore intrinseco per azione di Netflix si collocherebbe in uno scenario base intorno a $94,58, mentre il prezzo recente oscillerebbe tra $65 e $72. Il target medio del consenso aggregato da piattaforme come Moomoo e da analisti di Wall Street si posizionerebbe intorno a $97,15, con alcune stime massime che arriverebbero fino a $135. La valutazione costruita dall’economista Aswath Damodaran attraverso un modello basato sull’utenza spingerebbe questa stima fino a $309 per azione, riflettendo una logica precisa: ogni nuovo abbonato aggiunto alla piattaforma comporta un costo marginale quasi nullo, il che implicherebbe che i margini incrementali su ciascun utente aggiuntivo sarebbero strutturalmente più elevati di quanto un’analisi contabile convenzionale riuscirebbe a cogliere.

Il motore pubblicitario e la sua maturazione incompleta

Uno degli elementi che alimenterebbe maggiormente la tesi rialzista riguarderebbe la monetizzazione tramite inserzioni pubblicitarie. Netflix avrebbe superato i 94 milioni di abbonati al piano con pubblicità, una soglia che rappresenterebbe oltre il 60% dei nuovi abbonamenti nei mercati dove questo livello tariffario è disponibile. I ricavi da advertising potrebbero avvicinarsi a $3 miliardi nel corso del 2026, sostenuti da una crescita stimata della base inserzionisti intorno al 70%. Questo secondo canale di entrate sembrerebbe ancora lontano dalla piena maturità, il che spiegherebbe in parte perché molti modelli valutativi calibrati sulla sola componente abbonamenti faticherebbero a incorporarlo correttamente.

Free cash flow e buyback: quando il management scommette su sé stesso

Il secondo pilastro della tesi analitica riguarderebbe la generazione di free cash flow, ovvero la liquidità che rimane disponibile dopo aver coperto i costi operativi e gli investimenti. Netflix avrebbe rivisto al rialzo il proprio obiettivo per l’intero 2026, portandolo da $11 a $12,5 miliardi. In un’azienda che non dipende da infrastrutture fisiche pesanti, una capacità di generazione della cassa di questa entità produrrebbe una flessibilità finanziaria difficile da replicare in settori ad alta intensità di capitale.

A rafforzare questa lettura contribuirebbe una scelta operativa concrete: nel solo secondo trimestre del 2026, la società avrebbe riacquistato $4,7 miliardi di azioni proprie, il buyback trimestrale più rilevante della sua storia. Il meccanismo del riacquisto azionario merita una spiegazione: quando un’azienda utilizza liquidità propria per comprare le proprie azioni sul mercato, il numero di titoli in circolazione diminuisce, e il valore teorico di ciascuna quota residua aumenta di conseguenza. Il fatto che il management stia allocando risorse così significative a questa operazione sembrerebbe suggerire che chi conosce i dettagli interni ritenga il titolo prezzato al di sotto del suo potenziale reale.

La lettura dei margini tra stagionalità e volatilità strutturale

Va considerato con attenzione anche il profilo dei risultati trimestrali, che presenterebbe alcune discontinuità interpretative. Nel primo trimestre del 2026, l’utile per azione si sarebbe attestato a $1,23, influenzato da una voce straordinaria: una penale di risoluzione da $2,8 miliardi ricevuta da Warner Bros. Discovery. Nel secondo trimestre, l’EPS sarebbe sceso a $0,80, con un margine operativo del 33,4%. La variabilità osservata tra un trimestre e l’altro sembrerebbe riflettere principalmente la concentrazione degli ammortamenti dei costi di produzione dei contenuti nella prima metà dell’anno, una dinamica contabile ricorrente che non indicherebbe un deterioramento strutturale, ma che potrebbe generare letture distorte per chi analizza i numeri senza considerare la stagionalità degli investimenti editoriali.

Sul fronte dei ricavi, il quadro apparirebbe più lineare: $12,25 miliardi nel primo trimestre e $12,56 miliardi nel secondo, con una crescita anno su anno rispettivamente del 16% e del 13%, su una guidance annuale compresa tra $50,7 e $51,7 miliardi.

I rischi di timing

Il timing giocherebbe comunque un ruolo fondamentale.
Ci sono elementi positivi: una generazione di cassa in crescita, un modello pubblicitario ancora in espansione e un management che destina miliardi al riacquisto delle proprie azioni. Tutto questo potrebbe effettivamente tradursi in un apprezzamento nel tempo? Non è una risposta da dare con leggerezza. I mercati non si muovono in linea retta, e il divario tra valore intrinseco stimato e prezzo di mercato potrebbe restare aperto anche per periodi prolungati prima di ridursi.