Scandali e giustizia: l’inquietante somiglianza tra Biden e Trump

Glauco Maggi

14 Agosto 2023 - 08:00

Profondo silenzio sulla corruzione in casa Biden: i pagamenti esteri, come si rileva dai conti bancari, ora ammontano a oltre 20 milioni di dollari ma tutti i riflettori sono su Trump.

Scandali e giustizia: l’inquietante somiglianza tra Biden e Trump

C’è un parallelismo, mai visto prima, tra le due campagne presidenziali a 15 mesi dal voto del novembre 2024. Trump e Biden sembrano inattaccabili, media dei sondaggi curata da Real Clear Politics (RCP) alla mano: all’11 agosto, tra i Repubblicani Trump stacca il secondo, Ron DeSantis, per 54,2 a 15,1; tra i democratici Biden stacca il secondo, Kennedy Jr, per 63,3 a 13,6. Nella sfida testa a testa per la Casa Bianca, che è quella che si può ipotizzare oggi date queste cifre, Biden e Trump sono appaiati nella media dei sondaggi, con il primo che supera il secondo di un soffio, 44,8% contro 44,1%.
Il parallelismo non è eccezionale soltanto per i numeri, ma perché è inquietante nella sostanza. Le campagne sono due macchine che corrono a folle velocità verso il disastro: legale, giuridico, istituzionale.

Partiamo dai Democratici. Dei loro guai non si parla mai, o quasi, perché i Biden sono una specie “politico-familiare” che combatte disperatamente contro la propria estinzione e, saggi o meno che siano nel continuare a sostenerli, i Democratici vedono la battaglia per salvare il vecchio Joe, suo figlio 53enne Hunter, sul fratello James e gli altri del clan dei Biden che hanno ricevuto milioni di dollari sporchi da parte di vari Stati ostili all’America (a seguire l’elenco) come l’ultima trincea per mantenere il controllo della Casa Bianca, e non cederla al GOP.
Da anni c’è in corso un’inchiesta della Camera dei deputati, da gennaio a maggioranza repubblicana, proprio sulle ramificazioni di questa estesa corruzione che dura da quando Joe era il vice di Obama (dormivi, Barack?) e che ha in Hunter Biden soltanto la punta dell’iceberg.

Il presidente del Comitato per la Supervisione degli Atti del Governo della Camera, il deputato del GOP James Comer (del Kentucky) ha reso pubblico giorni fa un documento cruciale (il terzo di una serie destinata ad allungarsi). Il promemoria, di 19 pagine, mostra schermate di documenti bancari oscurati e afferma che milioni di pagamenti provenivano dalla società di gas naturale ucraina Burisma Holdings, così come dall’oligarca russa Yelena Baturina, vedova del sindaco di Mosca, e dall’oligarca kazako Kenes Rakishev. E riporta che l’allora vicepresidente Biden ha partecipato a cene con Baturina , Rakishev e un rappresentante di Burisma.
L’allora vicepresidente Biden si è incontrato, di persona, per periodi di tempo significativi, con quegli individui o i loro rappresentanti”, si legge nel promemoria. “L’allora vicepresidente Biden ha partecipato a una ventina di telefonate in viva voce con i soci in affari stranieri di Hunter Biden e ha preso parte a cene con oligarchi stranieri che hanno pagato ingenti somme di denaro a Hunter Biden. Joe Biden, ’il marchio’, era l’unico prodotto venduto dai Biden.” (La definizione di “Biden come marchio” dell’intera impresa è di David Archer, il socio di lunga data di Hunter, nel suo interrogatorio sotto giuramento davanti al Comitato della Camera NDA.)

Il “Third Bank Records Memorandum” (terzo memorandum dei dati bancari raccolti dal Comitato) segue due precedenti note che legavano i membri della famiglia Biden a pagamenti collegati a entità in Cina e Romania. Il Comitato afferma che i pagamenti esteri alla famiglia Biden, come si rileva dai conti bancari, ora ammontano a oltre 20 milioni di dollari.
Durante la vicepresidenza di Joe Biden, Hunter Biden lo ha venduto come “il brand”per raccogliere milioni dagli oligarchi in Kazakistan, Russia e Ucraina”, ha detto Comer in un comunicato stampa che annunciava il promemoria.
Questo documento è il frutto di citazioni in giudizio di diversi conti bancari non appartenenti a membri della famiglia Biden, ma parla specificamente di tre delle tante società fondate e possedute da Hunter Biden: Rosemont Seneca Partners, LLC; Rosemont Seneca Thornton, LLC; e Rosemont Seneca Bohai, LLC. Il comitato ha fornito schermate di documenti bancari che mostrano che Baturina, la vedova dell’ex sindaco di Mosca Yury Luzhkov, ha trasferito 3,5 milioni di dollari a Rosemont Seneca Thornton il 14 febbraio 2014. Il socio in affari di lunga data di Hunter Biden, Devon Archer, ha confermato il pagamento durante la sua intervista della scorsa settimana al Comitato di Comer.
Inoltre, un totale di 2.752.711 dollari è stato trasferito a Rosemont Seneca Bohai, di cui Hunter è comproprietario con Archer.

Dal promemoria sappiamo che Joe Biden, allora vice di Obama, aveva partecipato a una cena nella primavera del 2014 con Baturina, Hunter e altri al Café Milano a Washington, DC. L’incontro è stato confermato dall’intervista di Archer, che ha precisato che erano presenti anche l’ex primo ministro del Kazakistan Karim Massimov e l’oligarca kazako Kenes Rakishev. A inizio 2023, Massimov è stato condannato a 18 anni di galera per il suo ruolo in un tentativo di colpo di stato.
Fox News ha riferito che un anno dopo la prima cena, Biden ha partecipato pure a una seconda cena il 16 aprile 2015, sempre al Café Milano, insieme ad Hunter, ad Archer e a Vadym Pozharskyi, un dirigente della compagnia ucraina di petrolio e gas Burisma Holdings.

Il terzo promemoria afferma che i documenti forniti mostrano che il 22 aprile 2014 Rakishev, il cui suocero era all’epoca sindaco della capitale Astana, ha utilizzato la sua società di Singapore, Novatus Holdings, per trasferire 142.300 dollari allo stesso Conto bancario della Rosemont Seneca Bohai; il giorno dopo, lo stesso importo è stato trasferito a un concessionario di automobili nel New Jersey per un’auto sportiva, Fisker, per Hunter. Archer ha confermato anche questo pagamento durante la sua intervista. Il promemoria ha mostrato anche che i pagamenti da Burisma sia per Hunter sia per Archer erano stati trasferiti a Rosemont Seneca Bohai. Secondo le registrazioni bancarie, Hunter e Archer hanno ricevuto ciascuno 83.333,33 al mese da Burisma, per un totale di 3.321.379,49 dollari dal 2014 al 2015.
I pagamenti non sono in dubbio, dunque, e potrebbero essere anche giustificati se fossero stati versati in cambio di qualche servizio, dimostrabile e legittimo. “Sembra che non siano stati forniti servizi reali, oltre all’accesso alla rete Biden, compreso lo stesso Joe Biden. E Hunter Biden sembra aver fatto proprio quello per cui era pagato”, ha specificato Comer. “Ciò è reso chiaro dai pranzi al Café Milano, dove l’allora vicepresidente Biden ha cenato con oligarchi di tutto il mondo che avevano inviato denaro a suo figlio”. Comer ha detto che il suo Comitato continuerà a cercare testimonianze per determinare se Biden abbia consapevolmente permesso a suo figlio di vendere il suo “marchio” all’estero.

Giovedì 10, Comer ha poi aggiunto in una intervista a Fox News che “questa inchiesta è destinata a finire con i Biden che vengono a deporre davanti al Comitato. Sappiamo che se faremo questa richiesta i Biden chiederanno alle corti di intervenire, quindi stiamo preparando il nostro caso accuratamente. Vogliamo parlare con altri tre o quattro associati ai Biden, e se non vengono da noi volontariamente emetteremo degli ordini di comparizione”.
L’ultimo sviluppo nel caso, reso noto venerdì 11 agosto, segnala che Joe Biden sta sentendo che i nodi stanno venendo al pettine. Così, ha giocato una carta clamorosa: il ministro della Giustizia Merrick Garland, che è un suo dipendente, ha nominato un Commissario Speciale per indagare su Hunter Biden. È quello che i Repubblicani chiedevano da anni, ma doveva essere un Commissario Speciale davvero indipendente. La legge prescrive infatti che ‘deve essere un soggetto scelto al di fuori del governo’, per essere credibile. Invece Garland ha nominato David Weiss, che è un suo dipendente e il General Attorney del Delaware, Stato blu di cui per decenni è stato senatore Joe Biden. La mossa è già stata bollata dai Repubblicani come il disperato tentativo di ostacolare, e possibilmente stoppare, Comer e il lavoro del Comitato di Supervisione. Lo scandalo Biden, insomma, rotola verso il baratro.

Di Trump si conoscono molto meglio le recenti - e passate - vicissitudini in tribunale, perché i media del mainstream, televisioni e giornali, hanno sempre seguito le incriminazioni e le accuse minuto per minuto: da New York (la stripper pagata per tacere) a Mar A Lago (le carte top secret della sua presidenza conservate illecitamente); dall’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 (con le incriminazioni di poche settimane fa) all’inchiesta ancora in corso in Georgia sul tentativo di falsare le elezioni del 2020. I Democratici, cioè il partito in combutta con la macchina alleata dei PR di Biden che si fa passare per “stampa”, hanno programmato le indagini e le sedute dei gran jury in modo che i processi si svolgano nei mesi a venire, nel cuore delle primarie e fino, e oltre, il novembre 2024.
Questo calendario è efficace per il doppio fine che si prefigge: 1) danneggiare - per quanto sia ancora possibile - l’immagine di Trump, per farlo arrivare al voto generale il più possibile impresentabile per la ‘normale’ opinione pubblica; 2) aiutare Trump a vincere la nomination nel GOP la prossima primavera, nella convinzione che sia il Repubblicano più facile da battere.
Si è visto, fin dalla prima incriminazione del gran jury di New York, alla fine di marzo di quest’anno, che i guai legali hanno fatto bene ai sondaggi di Trump. Infatti i Repubblicani, anche chi è contro di lui, si sono schierati a difesa dell’ex presidente perché hanno letto gli attacchi dei magistrati - quelli che dipendono dal ministero della Giustizia che dipende a sua volta da Biden, o gli altri che sono eletti alle cariche di procuratori a livello locale in quanto Democratici - come politicamente motivati, quindi da respingere. E lo stanno facendo votando per Trump nei sondaggi.

Biden e il suo apparato giuridico, in altre parole, hanno sfruttato le azioni - più o meno tecnicamente illegali e condannabili dell’ego maniaco Trump (lo decideranno le giurie nei processi che verranno) per farne una provocazione dal sicuro immediato successo: mobilitare la minoranza militante e radicale del GOP e farla stringere attorno a Trump per fargli vincere le primarie.
Lo spettacolo delle due macchine elettorali che vanno senza freni allo scontro, tra di loro e contro la logica e il buon senso politico nel Paese, non è un bel vedere. Infatti una larga maggioranza del Paese è contraria a questa sfida, ma sembra impotente e non reagisce. Almeno per ora.