Ripartono le privatizzazioni selvagge: il governo svende l’ENI

Raphael Raduzzi

17/05/2024

La svendita di una quota del capitale di ENI non ha senso nè sul piano economico, nè su quello strategico. Ecco perchè.

Ripartono le privatizzazioni selvagge: il governo svende l’ENI

Nella tarda serata di due giorni fa arriva la notizia: il governo tramite il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha (s)venduto circa 92 milioni di azioni, pari al 2,8% del capitale del cane a sei zampe.

Una mossa che arriva dopo mesi di rumors e speculazioni rispetto all’operazioni, che solo qualche mese fa erano stati messi a tacere in maniera lapidaria dal sottosegretario leghista Freni che aveva all’epoca dichiarato: “Non so di cosa stiate parlando”.

L’ennesima vendita degli ultimi gioielli di famiglia che assieme al decreto Superbonus, che per spalmare poco più di un miliardo di crediti nei prossimi anni colpirà duramente il settore edilizio, che danno la sensazione di un governo che stia raschiando il fondo del barile in vista della riattivazione del patto di stabilità previsto per il 2025.
Anche in questo caso l’incasso presunto ai prezzi di mercato di ieri – dato che grazie a questa mossa lungimirante oggi il titolo di ENI cede il 2,6% - dovrebbe corrispondere a circa 1,4 miliardi di euro. Una cifra importante ma che non ha paragoni col valore economico e soprattutto strategico di ENI.

Basti pensare che lo scorso anno l’azienda ha realizzato un profitto monstre pari ad oltre 3,2 miliardi che il dividendo negli ultimi anni è stato pari a circa 1 euro per azioni. In sintesi, solo con la vendita delle azioni il Ministero dell’Economia ha rinunciato ad un flusso di cassa di circa 90 milioni di euro all’anno. E inoltre, va ricordato che l’utile è stato interamente contabilizzato in via cautelativa a riserva, senza ulteriori dividendi extra per i soci, opzione più che plausibile visti i tempi d’oro di ENI.

Dal governo dicono che non ci sono problemi dato che Cassa Depositi e Prestiti, a sua volta controllata all’80% dal MEF e per la quota restante dalle fondazioni bancarie, detiene ancora la quota di azionariato maggiore, pari al 28%. Ma è altresì vero che le quote detenute ora direttamente dal Ministero scendono sotto il 2% e che sicuramente a salire di capitale saranno fondi ed investitori, molto probabilmente esteri.
In questo senso non deve sfuggire che secondo molti analisti l’Eni ‘pesa’ quasi più del Ministero degli Esteri nel rappresentare il nostro paese al di fuori dei suoi confini. Davvero la direzione strategica è quella di far tenere in mano il timone della politica estera a soggetti che tutelano in primis interessi privati ed in secondo luogo interessi di altri paesi?
Quanto può valere il controllo di un’azienda che ha interessi miliardari in Africa, in America latina; che gestisce i rifornimenti energetici del nostro paese? Temo ben più del miliardo e quattrocento milioni appena incassato. Purtroppo, però nell’agone politico si vedono all’orizzonte molti ragionieri, che pure sbagliano i conti, e ben pochi statisti.

E se le indiscrezioni verranno confermate, dopo MPS, Poste ed ora ENI nella lista della svendita ci sono gli ultimi rimasugli di partecipazioni statali tipo Ferrovie dello Stato. La stagione delle privatizzazioni selvagge degli anni ’90 pare ricominciata. Allora Mario Draghi era il direttore generale del Ministero dell’Economia, ora è tornato al governo senza che ce ne accorgessimo?