Da tempo la BCE prosegue con la sua politica monetaria relativamente accomodante (o in alternativa: meno restrittiva) fatta di tagli dei tassi ufficiali. Altrove la situazione non è sempre identica a quella del Vecchio Continente, con aree valutarie i cui tassi sono ancora nella loro parte alta.
Facciamo due esempi per tutti. Oltremanica la Bank of England ha ancora i tassi al 4,25% rispetto al 2,40% dell’Istituto di Francoforte.
Pertanto i bond di Sua Maestà pur godendo del rating doppia A rendono di più rispetto ai bond del Tesoro pari durata. Lo stesso vale negli States, dove i bond lunghi (e, ovviamente, sempre in valuta) offrono rendimenti oltre il 5%, adatti per chi cerca il massimo guadagno.
leggi anche
Nuovo BTP Italia dal 27 maggio, tassi minimi garantiti in arrivo. 10 cose da sapere assolutamente
America First del Presidente Trump
Manco a farla apposta, la recente e generalizzata impennata degli yield sul mercato obbligazionario faceva seguito a quell’America First di dicembre 2024. Il neo Presidente Trump aveva da poco vinto le elezioni negli States e già nelle interviste e dichiarazioni lasciava trapelare il programma di governo, insediatosi ufficialmente a fine gennaio ’25.
Senza farla lunga, un programma fatta di tagli alle entrate (minori tasse) e maggiore spesa pubblica, un mix micidiale per portare il debito alle stelle nel breve termine. La logica sottostante queste decisioni, infatti, spesso poggia sulle attese di maggiori entrate future dovute al deciso sostegno all’economica. Alle famiglie vengono lasciati più soldi per spendere, e il resto lo fa la domanda aggiuntiva del Governo.
Peccato che altrettanto spesso si dimenticano almeno altre due cose. La prima è che la propensione al consumo è più elevata nei redditi minori, per cui tutto dipende dalla fascia di popolazione a cui poi effettivamente si limano le tasse. Poi c’è che la maggiore spesa pubblica non può non creare nuova futura inflazione se la domanda aggregata è già forte di suo.
leggi anche
È arrivato l’accredito cedola di questo BTP Valore. Oggi conviene più venderlo o acquistarlo?
Le vendite colpiscono i T-bond e salgono i rendimenti
Pertanto non sorprende come da mesi i titoli di Stato USA, soprattutto quelli lunghi, sono oggetto di vendite trascinando al rialzo i rendimenti. Le cause sono molteplici e si intersecano e rafforzano a vicenda:
- l’inflazione non scende in maniera convinta come dovrebbe. Il tasso annuo era al 2,3% ad aprile rispetto al 2,4% di marzo e al di sotto delle previsioni del 2,4%. Si tratta del tasso di inflazione più basso da febbraio 2021;
- il tema dazi, tutt’altro che archiviato, potrebbe innescare la miccia inflazionistica proprio lì nel Paese che intenderebbe imporli al resto del Mondo;
- i FED Funds rates sono ancora relativamente alti (tasso ufficiale di sconto 4.50%; intervallo obiettivo: 4.25-4.50%) rispetto al 2,40% della BCE, per esempio;
- la perdita del rating tripla A (passato ad “Aa1”) da parte dell’agenzia Moody’s, e avvenuta lo scorso 16 maggio;
- la recente, risicata approvazione (215-214) alla Camera USA del bilancio monstre del Presidente che prevede 3.300 mld di $ di nuovo debito nei prossimi 10 anni.
Insomma, al mercato non mancano affatto (anzi!) le ragioni per vendere T-bond e far salire i rendimenti.
Rendimenti oltre il 5% per questi titoli di Stato in valuta e puntare al massimo guadagno
Per rendercene conto prendiamo 3 T-bond con elevate durate residue e vediamo quanto rendono oggi.
L’US912810QE10 ha data scadenza 15/02/2040, tra 15 anni scarsi, una cedola al 4,625% e un rendimento al 4,87% per via della quotazione a 97,9. Il T-bond Tf2,5% 15fb45 prezza invece 68,31, per un effettivo a scadenza del 5,14% lordo (duration modificata del 14 scarso). Invece l’obbligazione in scadenza sempre a febbraio, ma del 2050, paga una cedola del 2% annuo lordo ma rende effettivo a scadenza il 5,2%. Al momento prezza a 56,83 sul mercato secondario, mentre la duration modificata è pari a 16,49.
Yield robusti, quindi, ma a fronte di 3 aspetti molto importanti da valutare attentamente:
- il rischio duration, ossia di notevoli escursioni dei prezzi da qui a scadenza o alla data di rivendita anticipata del titolo. Nessun problema prezzi, invece, per chi compra e mantiene a fino al termine;
- il mix di incognite sul debito americano, l’inflazione a stelle e strisce e la relativa politica monetaria FED, oltre alle associate reazioni dei mercati;
- il tasso di cambio €/$, che negli ultimi anni è stato sicuramente più volatile rispetto all’€/£, giusto per fare un raffronto. A ben pensarci, forse, potrebbe rivelarsi come la variabile più insidiosa delle tre ai fini del calcolo del proprio rendimento effettivo finale.