Ho smesso di prendere sul serio Davos da quando, prima che emergesse alla luce delle cronache, mi venne dettagliatamente narrata la vera genesi della Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspazio, nata, scritta e dichiarata tra le nevi delle montagne svizzere per opera di John Perry Barlow, in un ormai abissalmente lontano 1996.
Essendo storia divenuta di pubblico dominio ed essendo ormai Barlow sfortunatamente deceduto, non credo di fargli torto dicendo ciò che tutti ormai sanno e cioè che quella sfrontata e lirica dichiarazione di indipendenza tecno-libertaria nacque non solo all’ombra degli incanti ambrati alla Thomas Mann ma per i postumi di un party ad alta gradazione alcolica. Sia chiaro, questo non vuole essere un torto alla mente poetica di Barlow, anzi.
L’esatto contrario. Vuole essere solo la constatazione di come quello che dovrebbe essere il consesso dei potenti, dei filosofi regali, dei facitori del mondo, in realtà veda, come in un sogno lucido, le uniche cose interessanti essere generate dallo spirito, non quello dei tempi, ma proprio da quello che si beve per passare una serata più allegra.
E già quella Dichiarazione, trasvolata dalle sale e dalle facce da giacca e cravatta di Davos alle bizantine riflessioni degli studiosi, è divenuta il caleidoscopio lisergico di una sorta di trasformazione della manifestazione svizzera in sorta di macchia di Rorschach degli analisti e dei commentatori. Ciò che uno legge, vede, scorge nelle dichiarazioni che punteggiano gli interventi di Capi di Stato, CEO, filosofi di corte e altra varia umanità, dice più su chi commenta che non davvero sui concetti espressi o sulle direzioni che il mondo prenderà.
Da un lato, ad esempio, nell’edizione 2026, abbiamo una serie di peana santificanti snocciolati per il premier canadese, Carney, e soprattutto per Macron, ormai trasformato in alfiere dell’ordine liberale europeo contro la montante autocrazia trumpiana. E poi dall’altro abbiamo il Presidente degli USA che a leggere in giro appare più preoccupante e destabilizzante di Putin e Xi messi assieme.
Carney nei fatti proclama e declama una semplice verità che però chiunque non fosse pregiudizialmente obnubilato aveva già ben compreso. Per lungo tempo abbiamo vissuto nel cuore di una suadente finzione; un mondo pacificato dal ripudio della forza, dal multilateralismo, dal diritto internazionale, dalle istituzioni sovra-nazionali e da quelle della globalizzazione. Tutto finito, nel modo più brusco. Dolorosa epifania, cagionata da Trump. Come se poi i fenomeni e i fatti storici, economici, sociali potessero finire. Finita la storia, insegnava Fukuyama leggendo in maniera perplimente l’interpretazione kojèviana di Hegel. Finiti i territori, sosteneva Bertrand Badie. Finita la tirannia dei geografi, annotava Bruno Latour. Ma i fatti, e fatti sono la globalizzazione, l’innovazione tecnologica, i rapporti sociali, i dati storici, non finiscono: semplicemente si trasformano, si rimodulano, si riassestano.
Macron, elevato sul piedistallo della democrazia liberale. Sperticate lodi, mani spellate negli applausi, proprio mentre la tanto amata Europa politica si sabota da sola rimandando, a mezzo di richiesta parlamentare di judicial review, il Trattato Mercosur, inquadrato nelle misure di risposta ai dazi trumpiani.
Maverick Macron: How French President’s ...
Però se usciamo dallo spettro di ‘cattura’ e di fascinazione per Macron e per le sue parole, ci rendiamo conto di come e quanto, costretto a perenni oscillazioni, prima urli contro l’infido americano proclamando la necessità di indipendenza strategica e tecnologica e poi rinnovi il contratto di servizio tra i suoi servizi di intelligence e Palantir per altri tre anni (per mancanza di alternative).
Peccato davvero che l’alfiere della democrazia liberale proclami la necessità di un’Europa protagonista e autonoma e poi evochi riunioni del G7 con dentro la Russia e apra alla Cina nel cuore d’Europa.
D’altronde Macron è anche quello che nel febbraio 2025 organizzava in solitaria il summit parigino sull’IA a cui la UE era invitata per mera cortesia istituzionale.
Ha enormi problemi di consenso interno e di stabilità politica e la sua partita sul palcoscenico globale più che sostanza europea è abbronzatura e tentativo di autoconservazione.
Veniamo a Trump, che ha prodotto un discorso non tra i più problematici stando ai suoi stessi standard. Una carrellata di risultati economici, di scintillanti armi da vendere, la Groenlandia citata varie volte e il solito egocentrismo. Cose più politiche, al massimo, le hanno dette Bessent e il CEO di Palantir, Alex Karp. Ma le analisi si focalizzano tutte su Trump, in combinato con la lucente e acuta valorizzazione delle parole di Carney e Macron.
Questa sorta di ebbrezza analitica genera anche la dispercezione che l’Europa dalla voce grossa, quella che ha mandato qualche decina di soldati tra i ghiacchi e che parla di misure economiche, avrebbe frenato i propositi bellicosi di annessione vantati da Trump. L’unica cosa che ha davvero frenato Trump dall’utilizzo della forza nella questione “Groenlandia” (sin dall’inizio, non da dopo Davos) non sono le minacce di impeachment o le eventuali fratture di ordine costituzionale, né le misure europee (che finiscono per riuscire a contraddirsi da sole o che vengono disinnescate dalla stessa UE, molto spesso) o i tonitruanti discorsi da De Gaulle di Macron.
Quella cosa si chiama denaro.
Miliardi e miliardi di euro di denaro in contratti intercorrenti tra Paesi UE e la NATO e vari giganti societari americani, ai quali la liquefazione della NATO e dei rapporti con la UE (il cui mercato fa estrema gola alle società americane, da quelle di servizi digitali alla difesa) avrebbe servito un boccone troppo indigesto da digerire.
Quindi rimodulazione dell’ordine globale, sì.
Ma il resto sono fantasie. Agli americani piace la prospettiva di una privatizzazione delle nostre funzioni difensive con la vendita massiva di servizi, software, armi tecnologicamente avanzate.
D’altronde, per dirne una, il 25 marzo 2025 il Comando NATO a Bruxelles e Palantir hanno siglato una intesa contrattuale per la erogazione di Maven Smart System.
Palantir, in prospettiva sicurezza/difesa, opera in Germania, Francia, Inghilterra, Polonia (eroga Foundry per usi civil/aziendali anche in Italia), Anduril sta lavorando con Germania e con Inghilterra (ora extra-UE ma rientrata dalla finestra attraverso la coalizione informale dei volenterosi).
Qualcuno pensa davvero che queste e tante altre società (si pensi pure a tutto il settore software, le amministrazioni dei Paesi UE ne dipendono in maniera massiva) sarebbero contente di avere come unico mercato di riferimento il Venezuela o il Cile, dopo essere state espunte dall’enorme e ricco mercato UE per inaffidabilità o peggio ancora per essere ormai percepiti come nemici?
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