La domanda su quanto sia possibile spendere ogni anno del proprio patrimonio finanziario senza correre il rischio di esaurirlo troppo presto è diventata centrale per una generazione che va in pensione con più risparmi privati ma anche con molte più incertezze.
Il rapporto Morningstar “The State of Retirement Income 2026” prova ancora una volta a fornire una bussola quantitativa, aggiornando le stime sul tasso di prelievo sostenibile per chi smette di lavorare nel 2026 e intende vivere principalmente del proprio capitale.
L’obiettivo dello studio è chiaro e volutamente semplificato: stabilire quanta spesa iniziale sia compatibile con un orizzonte di trent’anni, assumendo un portafoglio misto azioni e obbligazioni e accettando una probabilità di fallimento del 10%. In altre parole, Morningstar cerca il livello di spesa che, nel 90% dei casi simulati, consente di arrivare alla fine del periodo senza azzerare il capitale. Non vengono considerati né pensioni pubbliche né altre fonti di reddito, scelta che rende i risultati prudenziali ma anche lontani dalla vita reale, soprattutto per un pensionato italiano.
Il dato di sintesi per il 2026 segna un lieve miglioramento rispetto al passato. Il tasso di prelievo sostenibile sale al 3,9%, contro il 3,7% stimato dodici mesi prima. Tradotto in cifre, un patrimonio di un milione di euro permetterebbe un prelievo iniziale di circa 39.000 euro, destinato poi a crescere negli anni solo per effetto dell’inflazione. È una conferma aggiornata della celebre regola del 4%, spesso citata come riferimento rapido per costruire una rendita finanziaria di lungo periodo.
La base metodologica dello studio è una simulazione Montecarlo che utilizza rendimenti attesi sulle diverse asset class. Qui si annida uno dei punti più delicati dell’analisi. Morningstar ipotizza rendimenti nominali elevati per l’azionario, soprattutto quello statunitense, il cui rendimento atteso viene rivisto al rialzo fino all’8,6%. Una stima che appare ambiziosa se confrontata con gli indicatori di valutazione più diffusi, in particolare il CAPE di Shiller, che per la Borsa americana segnala multipli storicamente molto elevati. Con un CAPE intorno a 40, il rendimento reale implicito di lungo periodo scende verso il 2,5%, un livello non molto distante da quello oggi offerto da obbligazioni indicizzate all’inflazione.
Questo scarto tra modelli teorici e valutazioni di mercato racconta bene l’incertezza che circonda qualsiasi previsione di lungo periodo. Gli ultimi anni hanno mostrato come metriche considerate solide possano perdere efficacia, motivo per cui i numeri vanno letti più come ordini di grandezza che come verità scolpite nella pietra. Il messaggio più robusto non è tanto il 3,9% in sé, quanto il contesto che lo rende possibile.
Secondo le simulazioni Morningstar, il tasso di prelievo massimo emerge da portafogli con una quota azionaria sorprendentemente moderata, compresa tra il 30% e il 50%. Spingersi verso percentuali più elevate di azioni non aumenta la spesa sostenibile, anzi la riduce. Un portafoglio interamente azionario, pur offrendo un potenziale di crescita finale più alto, scende a un tasso di prelievo vicino al 3,4%, penalizzato dalla maggiore volatilità e dal rischio di cattiva sequenza dei rendimenti nei primi anni di pensione.
Questo risultato va in parte contro la narrativa costruita su molte analisi storiche, secondo cui una forte esposizione azionaria avrebbe aiutato a superare anche fasi iniziali difficili. La differenza principale rispetto al passato è il ritorno di rendimenti interessanti nel mondo obbligazionario. Negli Stati Uniti, i titoli indicizzati all’inflazione consentono oggi di costruire strategie che garantiscono flussi reali relativamente elevati, a patto di accettare l’azzeramento del capitale al termine del periodo. In Europa, e ancor più in Italia, le stesse strategie risultano meno efficienti e, una volta considerate tasse e costi, il tasso di prelievo netto realistico tende a scendere verso il 3,5%.
Il 3,9% indicato da Morningstar rappresenta quindi una tipica strategia di prelievo fisso, nella quale la spesa viene definita all’inizio e poi rivalutata esclusivamente per l’inflazione. È una soluzione che piace per la sua semplicità: il reddito è prevedibile, la gestione è lineare e la pianificazione del tenore di vita risulta più facile. Il prezzo da pagare è una certa rigidità. La strategia è progettata per resistere allo scenario peggiore e, nella maggior parte dei casi, lascia sul tavolo un capitale residuo significativo, segno che durante la vita si sarebbe potuto spendere di più.
Per ovviare a questo limite vengono spesso citate le strategie di decumulo flessibili, che modulano la spesa in funzione dell’andamento dei mercati o di regole predeterminate. Morningstar mostra che, accettando una maggiore variabilità del reddito, il tasso di prelievo iniziale può salire ben oltre il 4%, arrivando in alcuni casi vicino al 5,7% con lo stesso livello di rischio di fallimento. Il rovescio della medaglia è che la distribuzione temporale della spesa diventa imprevedibile. In scenari negativi, soprattutto nei primi anni, il reddito può scendere sotto quello garantito da una strategia fissa, con effetti potenzialmente rilevanti sulla qualità della vita proprio quando si è più attivi.
C’è poi un aspetto spesso trascurato nei confronti teorici: la complessità. Le strategie flessibili richiedono monitoraggio costante, ribilanciamenti, capacità di interpretare regole e formule. Un impegno che può risultare oneroso nel lungo periodo, soprattutto in presenza di un naturale declino cognitivo o di una scarsa alfabetizzazione finanziaria.
In questo quadro, la pensione pubblica resta un’ancora fondamentale. Anche un assegno INPS modesto fornisce una rendita vitalizia parzialmente indicizzata all’inflazione, riducendo la dipendenza dal capitale privato. Questo elemento, assente nelle simulazioni Morningstar, rende più sostenibile nella pratica un approccio flessibile o un livello di rischio leggermente superiore rispetto a quanto suggerito dai modelli puramente finanziari.
Quando Morningstar alza ulteriormente l’asticella della prudenza e ipotizza una probabilità di successo del 100%, il tasso di prelievo crolla intorno al 2,6%, con un’esposizione azionaria minima. È un risultato che mette in luce quanto le conclusioni dipendano dalle ipotesi iniziali e quanto sia facile ottenere numeri molto diversi cambiando di poco il livello di rischio accettato.
La vera utilità di studi come questo non sta quindi nel fornire una percentuale magica valida per tutti, ma nel chiarire i compromessi inevitabili tra sicurezza, flessibilità e qualità della vita. Ogni pensionato del 2026 dovrà confrontare questi numeri con la propria situazione concreta, fatta di tasse, costi, pensione pubblica, obiettivi personali e tolleranza emotiva alle oscillazioni dei mercati. Solo così il tasso di prelievo smetterà di essere un numero astratto e diventerà uno strumento consapevole per gestire, nel tempo, il proprio patrimonio e la propria libertà.