Quanto ci costa il referendum sulla giustizia? Ecco quanto ha speso lo Stato

Ilena D’Errico

20 Marzo 2026 - 21:03

Come ogni tornata elettorale anche il referendum sulla giustizia ha un conto. Ecco quanto pesa sulla cassa pubblica.

Quanto ci costa il referendum sulla giustizia? Ecco quanto ha speso lo Stato

Il referendum sulla Giustizia è alle porte, ma sono ancora tanti i dubbi che affollano le menti dei cittadini. Al di là del contenuto e delle questioni politiche, anche queste votazioni avranno un costo in termini di spesa pubblica. Un prezzo sempre pagato dalla collettività in favore della partecipazione democratica, ma comunque impattante. Considerando poi che l’arrivo di un referendum costituzionale è frutto di scelte ben precise, scoprire quanto incide sul bilancio di Stato è ancora più utile ad avere un quadro completo. La spinosa riforma Nordio, peraltro, avrà un conto più salato del normale, in virtù di alcune modifiche straordinarie a livello amministrativo e organizzativo. Vediamo tutti i dettagli.

Quanto ci costa il referendum sulla Giustizia

Tutte le consultazioni elettorali hanno un costo inevitabile, dovuto a seggi elettorali e relativi addetti, ma anche alla sicurezza, alla gestione informatica, alla stampa e così via. Per i referendum nazionali che non vengono indetti insieme ad altre elezioni, proprio come quello del 22 e 23 marzo, viene spesso citata una vecchia stima di un costo di 6 euro a cittadino, tenendo conto della spesa pubblica negli anni. Indicativamente, quindi, il referendum sulla Giustizia dovrebbe avere un costo intorno ai 360 milioni di euro. Molti ritengono assai probabile che questa stima debba essere alzata leggermente, portata a circa 400 milioni di euro, in virtù delle caratteristiche eccezionali di questo referendum confermativo.

Proprio in vista di queste votazioni, infatti, è stato approvato il decreto legge n. 196/2025 che ha modificato in via straordinaria l’organizzazione. La novità più importante è già saltata agli occhi di tutti, da quando abbiamo cominciato a informarci su giorni e orari di apertura delle urne. Per confermare (oppure no) il ddl Nordio, infatti, i seggi non saranno disponibili soltanto domenica 22 marzo, bensì anche lunedì 23, nonostante di regola tutto si svolga in un solo giorno festivo. Di fatto, è un sollievo per la maggior parte delle persone, che hanno più possibilità di organizzarsi e partecipare, anche considerando la grande attenzione attirata da questo referendum.

L’unico disagio percepibile riguarda, e neanche per tutti, la chiusura dei plessi scolastici adibiti a seggi elettorali, prolungata inevitabilmente di un giorno. L’estensione delle votazioni, però, incide anche sul conto pagato dallo Stato italiano. Lo stesso decreto legge citato, inoltre, ha previsto un incremento del 15% del compenso per tutti gli onorari legati alle consultazioni referendarie, proprio per via della mezza giornata aggiuntiva (lunedì si vota dalle 07:00 alle 15:00).

Per chi contribuisce al funzionamento della complessa macchina amministrativa è sicuramente una notizia assai positiva, ma comunque influisce sulla spesa pubblica. Sembra quindi ragionevole attendersi un referendum più costo dei precedenti più recenti, ma anche stavolta è difficile immaginare una spesa di 400 milioni di euro.

Ecco quanto spende lo Stato

La cifra dei 400 milioni di euro è familiare, visto che già se ne parlava in occasione del referendum 2025 su lavoro e cittadinanza. Anzi, era stata la stessa premier Meloni a citare questa stima, dando peraltro adito a un’ampia polemica. Si tratta infatti di una media eccessiva, tant’è che la legge aveva autorizzato per il referendum una spesa intorno a 88 milioni di euro per le sezioni elettorali. Il costo complessivo vede altre voci di spesa, tra cui quella per la sicurezza, ma non fa certo quadruplicare il costo.

Per questo referendum ha quindi senso immaginare una spesa viva intorno a 90/95 milioni di euro, cui aggiungere altre variegate voci di spesa. Individuare il totale complessivo a livello nazionale è complesso quando il referendum non ha avuto luogo, in quanto bisogna attendere la formalizzazione dei rimborsi dovuti ai Comuni italiani. Prendendo come riferimento le stesse stime che parlano di 400 milioni di euro ed estrapolando i costi indiretti, che tengono conto delle assenze dal lavoro e per il babysitting tra gli altri, si ha una media intorno ai 200 milioni di euro. Non dovrebbero inoltre essere contati anche i costi fissi del personale che percepisce lo stesso stipendio anche senza referendum, tenendo però in considerazione dell’eventuale necessità di lavoratori aggiuntivi.

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