Quarant’anni da passare a lavorare e poco più di venti per godersi la pensione. Se la prospettiva non sembra così esaltante, considerando l’evidente squilibrio tra la durata della cosiddetta vita attiva e quella che inizia dopo l’uscita dal mondo del lavoro, ci si può consolare sapendo che in Italia non va poi così male. Altrove in Europa, infatti, la durata media della working life, ossia degli anni passati a timbrare il cartellino, è ancora più lunga, mentre quella della retired life può essere significativamente più breve.
Prima di capire in che misura, vale la pena citare l’ultima edizione del rapporto “Il bilancio del sistema previdenziale italiano” di Itinerari Previdenziali, secondo cui i pensionati nel 2024 sono aumentati ancora, portando il totale delle prestazioni IVS (Invalidità, Vecchiaia e Superstiti) a 17,8 milioni.
Cosa dicono i dati
Tantissime sono ovviamente in pagamento da pochi anni, ma è anche vero che con l’invecchiamento della popolazione e la speranza di vita che si alza stanno crescendo le prestazioni ultradecennali, cioè le pensioni che vengono erogate dai primi anni 2000 e, ancora più indietro, dagli anni ’80. Per i settori pubblico e privato, sono attualmente in pagamento 5,6 milioni di prestazioni IVS che durano da oltre vent’anni, pari a circa un terzo del totale, mentre oltre 400 mila sono in decorrenza da quarant’anni o più.
Come sottolinea il rapporto, «affinché il sistema resti in equilibrio è necessario ci sia un giusto rapporto tra il periodo della vita lavorativa e la durata della pensione». Il rischio, molto concreto, è di «penalizzare i lavoratori che oggi con i loro contributi consentono il pagamento delle pensioni all’attuale generazione di pensionati».
Oggi oltre due milioni di pensioni in Italia vengono erogate da prima del 1995: tanti assegni ancora vigenti e molto duraturi, conseguiti da lavoratori andati in pensione con un regime più favorevole di quello attuale.
Il confronto con l’Unione Europea
Secondo il più recente Pension adequacy report della Commissione Europea (su dati 2022), la vita lavorativa degli europei, cioè l’intevallo dalla prima esperienza lavorativa all’ultimo impiego, dura in media 41,3 anni, a cui seguono 21 anni di durata media del «ritiro», calcolata come aspettativa di vita residua all’età effettiva di uscita dal mondo del lavoro. Mettendo in rapporto i due periodi, risulta che nell’Unione Europea la working life è 1,97 volte la retired life, ossia si lavora per quasi il doppio degli anni rispetto a quelli successivi al ritiro dal mondo del lavoro.
Nel caso dell’Italia, a fronte di una vita lavorativa lunga in media 39,6 anni se ne trascorrono a riposo circa 21,5, con un rapporto di 1,84 e quindi leggermente più favorevole rispetto al dato medio europeo. La bassa durata media della vita lavorativa degli italiani dipende naturalmente dal ritardato ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, che arriva molto più in là rispetto a quanto accade altrove. Solo Lussemburgo, con una proporzione tra vita lavorativa e vita in pensione di 1,52, Francia a 1,72 e Belgio e Slovenia entrambi a 1,78 hanno un rapporto più basso e quindi esprimono un’incidenza maggiore della vita in pensione.
Al contrario, in vari Paesi dell’Est e del Nord Europa la vita lavorativa è molto più lunga. Nei Paesi Bassi, per esempio, è in media di 44,7 anni ed è pari a circa 2,25 volte la vita in pensione. Anche in Germania dura tanto: si lavora in media per 43 anni, quindi per più tempo rispetto all’Italia, tuttavia anche con un’aspettativa di vita passata in pensione più breve, pari a circa 20 anni.