Sta tenendo banco in queste ore la proposta di porre Putin come interlocutore nel dialogo tra Israele e Iran.
Strali di giornalisti e benpensanti gridano allo scandalo, asserendo che Putin non sia un pacificatore ma un guerrafondaio. Posto che sui guerrafondai manifesti o nascosti a lungo potremmo dibattere, chi usa questa argomentazione dimostra una comprensione piuttosto superficiale della mediazione e della diplomazia internazionale.
E, mentre il Medio Oriente brucia sotto i colpi reciproci di Israele e Iran, il G7 si riunisce a certificare insieme la propria inerzia e la propria impotenza. Proprio come ha fatto e continua a fare l’Europa, che afferma ignobilmente di sostenere la pace solo attraverso il riarmo.
Allo stesso modo i Sette Grandi sono ben poco determinati a cercare di convincere Tel Aviv a moderare la sua azione contro Teheran. E, se anche alcuni Paesi (Europa e Canada) ci provassero, i risultati sarebbero prevedibilmente ben miseri. Manca nel consesso, ovviamente, il leader (l’ottavo, presente fino al 2014 e poi escluso per l’invasione della Crimea) che più di altri sembra avere qualche argomento per tentare una mediazione tra i belligeranti: il leader del Cremlino Vladimir Putin.
Putin, piaccia o no, ha un canale privilegiato con il regime iraniano e ha anche mantenuto buoni rapporti con Israele. Non è percepito da Teheran come un nemico, bensì come un partner strategico, e Tel Aviv, dal canto suo, lo rispetta. Proprio per questo, la scelta di Putin potrebbe rivelarsi efficace: ha la possibilità di farsi ascoltare da entrambe le parti coinvolte, ha interesse personale a rientrare nel gioco globale da cui è stato escluso e ogni spiraglio per riaprire il dialogo andrebbe sfruttato, non scartato a priori.
A ciò si aggiunga che il rapporto Putin-Netanyahu è un gioco di specchi: ognuno usa l’altro come strumento. La Russia per legittimarsi in Medio Oriente; Israele per mantenere la libertà di operare contro l’Iran. Finché i benefici di volta in volta superano i costi, il dialogo rimarrà aperto, ma l’equilibrio si fa più instabile con l’escalation in corso.
Non serve essere pacifisti o premi Nobel per la pace per svolgere un ruolo di mediazione. Non occorre apparire al mondo come il Mahatma o Madre Teresa per facilitare un negoziato. In geopolitica, contano l’influenza e le relazioni. Il Cremlino stesso ha fatto sapere di essere pronto a mediare.
Chi rifiuta l’idea solo per questioni ideologiche mostra un limite grave: quello di confondere la politica internazionale con una questione morale o di tifoseria. La pace non si costruisce con i buoni sentimenti o con i santi, ma con le leve giuste e la convenienza reciproca.
Le valutazioni etiche su chi non vi sta simpatico lasciatele a casa, perché non servono. L’alternativa è permettere che la crisi degeneri.