La domanda globale di petrolio scenderà ai massimi storici dalla pandemia, ma può ancora riprendersi. Tutto dipende dai colloqui tra Stati Uniti e Iran, che nel frattempo hanno riaperto il fuoco.
La domanda mondiale di petrolio è destinata a registrare il primo calo annuale dal 2020, quando la pandemia ha immobilizzato il pianeta per mesi. A comunicarlo è l’Aie (Agenzia internazionale dell’energia), che ha appena confermato le previsioni dei mesi precedenti. La guerra in Iran ha colpito duramente il settore petrolifero, tanto nella produzione quanto nell’esportazione, visto che lo stretto di Hormuz è parte della rotta marittima chiave per il greggio.
Per la seconda volta in sei anni il mondo ha comprato molto meno petrolio e anche questa volta non per le ragioni sperate. Se lo sviluppo delle energie rinnovabili avesse raggiunto livelli più soddisfacenti potremmo raccontare una storia completamente diversa, invece il petrolio è ancora il termometro privilegiato dell’economia globale, quindi bisogna sperare nella ripresa. La stessa Agenzia, peraltro, ha fiducia nel rialzo, ma è ben consapevole dell’instabilità del Medio Oriente.
La domanda mondiale di petrolio è destinata a registrare il primo calo annuale dal 2020
L’ultimo rapporto sul mercato petrolifero dell’Aie, un documento che tutti i Paesi industrializzati attendono con apprensione, mette in luce timori già presenti nella comunità internazionale. La stessa Agenzia, in primavera, aveva pronosticato che il conflitto in Medio Oriente e la conseguente crisi energetica avrebbero portato la domanda annuale di greggio nel calo più forte dall’epoca pandemica. Ed è proprio ciò che succederà, con la diminuzione di 1 milione di barili al giorno (b/g) su base annua nel 2026, il primo picco annuale dal 2020.
La guerra tra Stati Uniti e Iran ha “distrutto il consumo”, incidendo su prezzi, quantità e disponibilità, ma proprio questo stretto rapporto causale apre delle speranze. Nel mese scorso, durante la tregua, i mercati petroliferi hanno mostrato evidenti segni di ripresa. Nel mese di giugno l’offerta globale è salita di 4,1 milioni di barili al giorno, pur rimanendo inferiore di 9,4 milioni b/g rispetto ai livelli prebellici; ciò ci conferma che la stabilità dell’area mediorientale si riflette immediatamente sul petrolio.
Non a caso, l’Aie vede, quantomeno nella situazione attuale, un lento miglioramento che potrà riportare il surplus verso la fine dell’anno. A tal fine, però, la situazione geopolitica dovrebbe continuare a migliorare fino al raggiungimento di una pace duratura tra Washington e Teheran. I nuovi scambi di fuoco mettono evidentemente in crisi questa prospettiva.
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Ripresa possibile entro la fine dell’anno, ma dipende da Iran e Stati Uniti
Con il cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti e la graduale riapertura dello stretto di Hormuz possono riprendere i flussi di petroliere ed essere riavviati i giacimenti e le raffinerie mediorientali. Presupposti che, secondo l’Aie, aprono alla risalita dell’offerta petrolifera globale a 7,5 milioni b/g il prossimo anno, dopo una contrazione di 3,7 milioni b/g quest’anno. Il deficit di 860.000 b/g atteso per quest’anno dovrebbe così essere dimenticato nel 2027, quando l’offerta potrà registrare un surplus di 4,62 milioni b/g.
Affinché ciò sia possibile, però, sarà necessario un accordo di pace duraturo per l’Iran, senza cui l’Aie non vede la normalizzazione dei mercati petroliferi. La nuova esplosione della crisi, il cessate il fuoco ormai abbandonato anche se “i colloqui proseguono”, come ribadito da Trump, mette a repentaglio tutta questa ricostruzione. È vero che la “crescita significativa di altri produttori” e i “livelli di domanda inferiori a quelli previsti prima della guerra” contribuiranno alla ripresa, ma non possono compensare altri blocchi dello Stretto di Hormuz e crisi energetiche.
È un problema epocale, perché sono ancora molti i settori - trasporti pesanti e marittimi e petrolchimica in primis - a dipendere strettamente dal petrolio. Gli sforzi messi nella transizione energetica sono ancora lontani dal garantire un salvagente a crolli del petrolio di questo tipo, difficilmente arginabili anche con tutta la diversificazione delle forniture possibile (che per esempio, in Italia, è piuttosto valida). Si gioca quindi tutto intorno a Iran e Stati Uniti, con l’imprevedibilità del caso.