Riduzione immediata del taglio delle accise sulla benzina e aumento delle sigarette dal 1 gennaio. Lo stato di salute dei conti pubblici sta tutto in queste mosse da Prima Repubblica del governo, alla prese da qualche giorno con il valzer degli emendamenti alla Manovra. Il cui sbarco in Parlamento dopo la bollinatura, sia chiaro, non ha affatto tolto dal tavolo il rischio di esercizio ptovvisorio. Lo ha solo tramutato in arma strategica, in extrema ratio. Quasi una mossa da muoia Sansone con tutti i filistei, magari da usare come minaccia post-elezioni regionali di febbraio.
Le critiche di Bankitalia? Non mi sorprendono. Bankitalia è partecipata da banche private. La Bce, al contrario, ritiene che non si possa obbligare ad avere una moneta privata, perché riconosce solo le monete nazionali, dunque l’euro. Insomma parliamo di due visioni legittime ma opposte. Così parlò il sottosegretario per il Programma, Giovanbattista Fazzolari. Non uno qualsiasi ma forse il più fedele collaboratore di Giorgia Meloni, da 25 anni al suo fianco. Le critiche di Palazzo Koch alla Manovra fanno male. E quella correlazione così netta fra aumento del tetto del contante e rischio evasione rappresenta un nervo scoperto per la destra legalitaria.
Meglio buttarla in politica, quindi. Scomodando le carte di credito, le società che le emettono e gestiscono e le banche che ne incassano il dividendo di diffusione. E non stupisca la difesa in parallelo della Bce: perché la più grande mutazione che il governo Meloni ha compiuto da quando si è insediato è proprio la rivalutazione del ruolo della Banca centrale. di fatto falsamente dipinta come entità a parte dall’Europa matrigna. Rivalutazione interessata, ovviamente.
Perché se il livello del nostro spread è tornato a rappresentare una variabile seguita con la stessa attenzione che si presta alla temperatura di Città del Capo, è proprio grazie al reinvestimento titoli che Francoforte ha avviato subito dopo la fine del Pepp, quel concambio de facto fra Bund venduti e Btp acquistati che sta garantendo uno scudo gratuito al differenziale dei nostri titoli di Stato. E che, nelle intenzioni e dichiarazioni di Christine Lagarde, proseguirà per tutto il 2023.
Occorre tenersela buona la Bce. Molto buona. E lisciarle il pelo. Perché da qualche giorno, il parricidio del governo Draghi ha avuto inizio. Si stanno affilando i coltelli. La fronda di chi all’interno della maggioranza chiede la fine della linea soft verso i Migliori sta aumentando di intensità. Esattamente quanto le criticità con cui il governo deve fare i conti. In primis, i progetti del PNRR e i loro ritardi. Un problema che si sperava di evitare e che, invece, è esploso.
Su 55 progetti per il 2022, ce ne hanno lasciati in capo 30, avrebbe fatto trapelare irritata la presidente del Consiglio. Come dire, Mario Draghi ci ha passato - oltre alla campanella - anche la patata bollente. Resta il fatto che da fine luglio a inizio novembre, causa elezioni, il Parlamento era inattivo. Quindi, tutte le pratiche sospese. Detto fatto, ora i nodi vengono al pettine. E sembrano decisamente una foresta di drealocks degna di Bob Marley.
Ma non basta. l’altra questione dirimente, l’innalzamento del tetto di esenzione da obbligo per il pagamento con il Pos a 60 euro è durata il tempo di un battito d’ali. Per quanto mi riguarda, potrebbe essere anche più bassa, ha sottolineato l’inquilina di Palazzo Chigi. Casualmente, in pressoché contemporanea con i rumors provenienti da Bruxelles riguardo i riflettori puntati dalla Commissione Ue su tre nodi della Manovra: giustizia, istruzione e proprio la questione legata a contante e pagamenti elettronici.
Tradotto, piaccia o meno, la politica italiana è già oggi eterodiretta da Bruxelles. E, di fatto, da Francoforte. Perché senza reinvestimento titoli della Bce, il governo non avrebbe potuto dar vita alla sua ostentazione di sovranismo rispetto al no sulla ratifica parlamentare del Mes. Poiché senza quell’atto, cui mancano in Europa i via libera solo di Italia e Germania, automaticamente si è esclusi dalla possibilità di accesso al TPI, lo scudo anti-spread con condizionalità e basato su acquisti mirati di debito del Paese richiedente.
C’è però un problema, tutto di buonsenso e buonafede. La pantomima sul MES, infatti, è pericolosa. Non tanto e non solo perché parrebbe posta in essere unicamente per stuzzicare la pazienza dell’Europa in un momento particolarmente delicato, bensì perché dissemina di bandierine di parte ed elettoralistiche un campo minato. Con l’ovvio aumento delle possibilità che una delle aste, conficcandosi nel terreno, vada a colpire un ordigno. E allora, boom.
Da qualche giorno leggiamo praticamente su tutti i grandi quotidiani e siti di informazione dell’emergenza influenza, esplosa con anticipo e virulenza fuori dal comune. Particolarmente colpito il Nord e, come sempre, la categoria a maggior tasso di contagio è quella dei bambini, sia per una questione di sistema immunitario che per la prossimità di contatti nelle scuole, nelle palestre e negli ambiti ludici. Fin qui, normale amministrazione di ogni inizio inverno.
Il problema è quanto accade nell’ambito sanitario. Ovvero, la crisi ormai cronica della medicina di base e di prossimità spinge frotte di genitori preoccupati, stante la difficoltà nel distinguere il Covid della semplice influenza stagionale, ad accampamenti di ore nei pronto soccorso, nelle aree di attesa e a ridosso di quelle di triage. Risultato? Un caos. Attese infinite con il rischio di andare a inficiare anche l’operatività d’urgenza per patologie più serie, come infarti o trattamenti di vittime di incidenti stradali.
La sanità pubblica è in crisi, in sofferenza dopo due anni di emergenza e turni massacranti. Qual è la risposta del governo a questa situazione? La pantomima sul no alla ratifica parlamentare del MES, appunto. Pura ideologia. Pericolosa e dannosa. I 37 miliardi del MES sanitario vanno presi. Subito. E spesi. Subito. E tutti. Perché purtroppo, per quanto oggi ci si curi di più, si mangi meglio e si fumi meno, la gente continua ad ammalarsi. La sanità è uno di quei capitoli di spesa da cui non si può derogare. Come l’educazione e la ricerca.
Ma, soprattutto, occorre essere realisti. Il no al MES avrebbe senso se le condizionalità che quel prestito comporta fossero le uniche verso cui il Paese si trovasse poi a dover far fronte. Ma quando il tuo debito è già oggi strutturalmente e totalmente dipendente nella sua sostenibilità dalle scelte politiche e operative della BCE, qual è la ratio di quel no, se non un’ottusa bandierina di parte?
Pensiamo davvero che l’aiutino della Bce tramite il reinvestimento sia gratis? Certo, sulla carta lo è. Quantomeno rispetto alle condizionalità formali cui sarà vincolato l’eventuale accesso dello scudo anti-spread, il TPI. Ma, nei fatti, già prevede un’eterodirezione della nostra politica economica da parte dell’Europa. Basti vedere - appunto - lo stop-and-go della premier sul tetto all’utilizzo del POS.
Solo un giorno. E da 60 euro ci si è affrettati a rendere noto come, in realtà, si potrebbe scendere. Come dire, alla fine la soglia effettiva la deciderà Bruxelles. Non Roma. Perché allora dire no a 37 miliardi che aiuterebbero medici, infermieri e cittadini, snellendo anche interminabile, vergognose e spesso mortali liste d’attesa? Ideologia e consenso. Pessimo segnale di un parricidio dell’epoca Draghi che rischia di gettare il bambino con la (molta) acqua sporca. E in queste condizioni di tensione, a febbraio il voto in Lombardia e Lazio può anticipare il terremoto. Qualcuno già lo auspica nella maggioranza?