Previsioni FTSE MIB primo trimestre 2026. Questa analisi statistica stima lo scenario più probabile

Gerardo Marciano

7 Gennaio 2026 - 06:52

Analisi statistica del FTSE MIB 1997–2025 con quantili, risk-on/risk-off e scenari per il primo trimestre 2026, dal range “normale” alle code di rischio.

Previsioni FTSE MIB primo trimestre 2026. Questa analisi statistica stima lo scenario più probabile

Ci sono trimestri che partono con l’aria di routine e finiscono per essere ricordati a lungo. Non perché succeda un singolo evento eclatante, ma perché il mercato, quasi senza preavviso, cambia postura: da un passo regolare a un’andatura nervosa, oppure viceversa.

Quando si entra in un nuovo anno, la tentazione più comune è cercare una direzione semplice: “salirà” o “scenderà”. Ma una serie storica mensile lunga insegna che la domanda giusta è un’altra: quali risultati sono statisticamente più plausibili, quali sono rari ma possibili, e quali segnali indicano che il mercato sta cambiando regime.

Il punto interessante oggi non è tanto il livello dell’indice, quanto la distanza tra ciò che il passato definisce “normale” e ciò che può accadere quando la fiducia si accende o si spegne. In questa frizione si gioca la lettura del primo trimestre 2026.

Il campione: cosa c’è dentro i numeri e perché conta

L’analisi parte da una serie storica mensile del FTSE MIB che copre 1997–2025, con Open, High, Low e Close. Per rendere confrontabili i periodi, la metrica principale è il rendimento mensile close-to-close: la variazione percentuale del Close di un mese rispetto al Close del mese precedente. È un approccio standard perché evita di confondere il risultato mensile con i movimenti intramese e, soprattutto, consente di costruire distribuzioni, quantili e scenari.

Il campione dei rendimenti utilizzato va da gennaio 1998 a dicembre 2025: 336 osservazioni mensili. Il punto di partenza per gli scenari di Q1 2026 è la chiusura di dicembre 2025: 44.944,54 punti. L’obiettivo non è produrre un target, ma quantificare un ventaglio di esiti plausibili e spiegare cosa significano per chi deve leggere il mercato senza farsi guidare solo dall’emotività.

La fotografia statistica: rendimento “medio” e rischio “reale”

Il primo dato che emerge è la differenza tra rendimento atteso e rischio effettivo. Nel campione 1998–2025 il rendimento medio mensile è +0,37%, mentre la mediana è +0,69%. Questa asimmetria è importante: la mediana descrive il mese “tipico”, la media è influenzata dai mesi estremi. Se la mediana è più alta della media, vuol dire che alcuni mesi molto negativi hanno abbassato la media. In altre parole: il mercato, più spesso, produce mesi leggermente positivi, ma ogni tanto produce mesi talmente negativi da spostare l’equilibrio.

Il secondo dato è la volatilità mensile: 6,12%. Per chi non è tecnico, la traduzione è semplice: in un singolo mese oscillazioni di diversi punti percentuali sono normali; e questo vale anche quando il contesto generale sembra “tranquillo”. La volatilità è il motivo per cui la media non basta: un +0,37% mensile “atteso” convive con una dispersione che può essere venti volte superiore.

Le code: perché gli eventi rari contano più di quanto sembri

Il FTSE MIB mostra una distribuzione con code grasse. I due estremi del campione sono eloquenti: -22,44% nel marzo 2020 e +22,95% nel novembre 2020. Questi numeri non sono curiosità storiche: sono la prova che l’indice può vivere mesi in cui il prezzo cambia regime, spinto da shock o da rimbalzi violenti.

La misura sintetica delle code è il VaR 5%: -10,34%. Significa che, storicamente, circa 1 mese su 20 è stato peggiore di un -10% circa. Ma la metrica ancora più concreta è il CVaR 5%: -13,72%. Questo dice: quando si entra nel 5% peggiore dei mesi, la perdita media non è -10%, è più vicina a -14%. È il cuore del rischio: non solo “quanto spesso”, ma “quanto fa male” quando accade.

Drawdown: l’altra faccia del rischio (quella che si vede solo nel lungo periodo)

Il drawdown massimo sui close mensili del campione è -73,44%. È un numero grande e va letto correttamente. Non significa che il mercato “tornerà” a perdere il 73%. Significa che, nella storia, esistono cicli lunghi in cui un indice può perdere gran parte del valore dal massimo al minimo prima di riprendersi. È una lezione di contesto: un trimestre vive dentro un ciclo, e i cicli possono essere più profondi di quanto suggerisca il clima del momento.

Stagionalità: il primo trimestre è spesso favorevole, ma non è una legge

Una delle domande più frequenti è se esista una stagionalità per Q1. I dati mensili 1998–2025 mostrano che gennaio, febbraio e marzo hanno un bias favorevole: gennaio e febbraio sono stati positivi nel 60,71% dei casi, marzo nel 53,57%. Le medie storiche sono +1,38% (gennaio), +0,50% (febbraio), +0,92% (marzo). Questi numeri sono utili perché indicano un “vento medio”.

Ma gli intervalli 5–95% ricordano che la stagionalità non protegge: gennaio, ad esempio, ha un range che va circa da -10% a +11% nel 90% centrale. Quindi lo stesso mese che in media è positivo può essere anche molto negativo. È qui che la stagionalità va usata con disciplina: come indicazione probabilistica, non come segnale operativo automatico.

Primo trimestre storico: probabilità e dispersione, tradotte in fasce

Per evitare che un trimestre estremamente anomalo distorca la lettura, la baseline principale per il primo trimestre è costruita sui trimestri dal 1999 al 2025 (27 trimestri). I numeri sono chiari: la probabilità storica che il trimestre sia positivo è 66,67%. La media è +1,64%, la mediana +4,53%. Anche qui la mediana supera la media: pochi trimestri molto negativi tirano giù il risultato medio.

Qui entra la misura che nel testo mancava e che è la più utile per descrivere lo “scenario normale” senza ambiguità: la fascia q25–q75, cioè il 50% centrale degli esiti storici del trimestre. Nel campione 1999–2025, i quantili sono q25 -6,92%, q50 +4,53%, q75 +9,91%. Traduzione: storicamente, lo scenario più tipico del trimestre si è collocato tra circa -7% e +10%, con uno scenario centrale vicino a +4% / +5%.

Per rendere questi numeri immediati anche a chi ragiona per livelli e non per percentuali, possiamo trasformarli sul punto di partenza di dicembre 2025 (44.944,54). In questo caso q25 equivale a circa 41.836 punti, la mediana a circa 46.979 punti, e q75 a circa 49.401 punti. Questo terzetto non è un “target”: è la spina dorsale statistica del report, cioè dove storicamente si è concentrato il risultato più comune del trimestre.

Per completezza, la banda ampia q05–q95 (90% centrale) del trimestre è q05 -18,29% e q95 +15,66%. Tradotta in livelli, significa circa 36.723 punti nella parte bassa e circa 51.984 punti nella parte alta. Serve a ricordare che, anche se lo scenario normale è -7% / +10%, la storia contiene trimestri molto più estremi.

Risk-on e risk-off: non etichette, ma un modo di misurare il contesto

Per rendere il concetto di regime operativo, è stata costruita una proxy quantitativa su base mensile usando gli ultimi tre mesi: rendimento a 3 mesi (roll3_ret) e volatilità a 3 mesi (roll3_vol). La soglia per distinguere un contesto “calmo” da uno “agitato” è la mediana storica di roll3_vol: 4,6659%. Con questa metrica, a dicembre 2025 il mercato risultava in risk-on: roll3_ret +5,19% e roll3_vol 1,72%. Cosa significa, in modo semplice? Negli ultimi mesi del 2025 la direzione è stata positiva e la volatilità bassa: condizioni compatibili con una fase di fiducia.

Questo non elimina il rischio di shock, ma sposta le probabilità: in un contesto risk-on è più probabile che lo scenario centrale del trimestre (positivo ma non lineare) si manifesti; in risk-off aumenta la probabilità della coda sinistra e la stagionalità perde potere.

Primo trimestre 2026: tre modelli per stimare probabilità e livelli

Per il primo trimestre 2026 sono stati usati tre approcci probabilistici, che convergono su un punto: il risultato va ragionato per bande, non per un numero secco.

Modello A (bootstrap sui trimestri storici 1999–2025): P(trimestre>0) 66,6%, P(>+10%) 25,3%, P(<-10%) 17,8%. Quantili: q05 -18,42%, q50 +4,53%, q95 +16,17%. Tradotti in livelli (da 44.944,54): q05 36.665, q50 46.979, q95 52.210.

Modello B (stagionale, campionando separatamente gennaio-febbraio-marzo): P(trimestre>0) 60,3%, q05 -17,06%, q50 +2,89%, q95 +22,59%. Livelli: q05 37.278, q50 46.243, q95 55.099. Qui la coda positiva è più ampia perché combina mesi storicamente molto forti.

Modello C (condizionato al fatto che dicembre 2025 è risk-on; campione ridotto): P(trimestre>0) 78,1%, q50 +4,21%, q95 +14,49%. Livelli: q50 46.839, q95 51.458. Il campione è piccolo: utile come indicazione, non come verità statistica.

Cosa significano questi numeri per un lettore non tecnico

Il modo corretto di leggere il report è questo: non esiste un singolo esito “atteso”, esistono fasce. La fascia q25–q75 del trimestre storico (1999–2025) è il modo più pulito per descrivere lo scenario normale: circa -7% / +10% (41.836–49.401 punti se si parte da dicembre 2025). La banda q05–q95 amplia l’orizzonte: circa -18% / +16% (36.723–51.984 punti). I tre modelli di stima servono a vedere come cambiano probabilità e code a seconda di come si campiona la storia.

Se il regime resta coerente con risk-on (volatilità contenuta e premio per il rischio stabile), lo scenario centrale è un trimestre moderatamente positivo, spesso nell’intorno della mediana storica (+3% / +5%), ma con oscillazioni anche rilevanti durante il trimestre. Se invece la volatilità e il premio per il rischio aumentano, la probabilità di finire nella parte sinistra della distribuzione cresce e i quantili bassi (q25 e q05) diventano più pertinenti.

Conclusione: indicazioni operative in parole semplici, senza scorciatoie

Questo testo non è un invito ad agire sul mercato. È un modo per trasformare una serie storica in una mappa di probabilità. I numeri dicono che il primo trimestre è stato positivo circa due volte su tre, ma anche che la dispersione è ampia e che gli esiti estremi esistono. Per questo, l’approccio più ordinato è ragionare per bande: usare q25–q75 come scenario normale (qui finalmente esplicitato in percentuali e livelli), e q05–q95 come scenario ampio.

In pratica: se il trimestre parte con volatilità bassa e segnali di fiducia, lo scenario base resta quello centrale e la fascia q25–q75 è un riferimento ragionevole per orientarsi. Se invece i primi segnali mostrano un aumento persistente della volatilità e un peggioramento del premio per il rischio, è prudente considerare più seriamente gli scenari di coda e guardare la banda q05–q95. La differenza tra un trimestre “gestibile” e uno “difficile” non sta nel calendario, ma nel regime. E il valore di questi numeri è proprio questo: aiutare a riconoscere quando il regime sta cambiando, prima che lo racconti una narrazione di mercato arrivata in ritardo.