Ci sono trimestri che partono con l’aria di routine e finiscono per essere ricordati a lungo. Non perché succeda un singolo evento eclatante, ma perché il mercato, quasi senza preavviso, cambia postura: da un passo regolare a un’andatura nervosa, oppure viceversa.
Quando si entra in un nuovo anno, la tentazione più comune è cercare una direzione semplice: “salirà” o “scenderà”. Ma una serie storica mensile lunga insegna che la domanda giusta è un’altra: quali risultati sono statisticamente più plausibili, quali sono rari ma possibili, e quali segnali indicano che il mercato sta cambiando regime.
Il punto interessante oggi non è tanto il livello dell’indice, quanto la distanza tra ciò che il passato definisce “normale” e ciò che può accadere quando la fiducia si accende o si spegne. In questa frizione si gioca la lettura del primo trimestre 2026.
Il campione: cosa c’è dentro i numeri e perché conta
L’analisi parte da una serie storica mensile del FTSE MIB che copre 1997–2025, con Open, High, Low e Close. Per rendere confrontabili i periodi, la metrica principale è il rendimento mensile close-to-close: la variazione percentuale del Close di un mese rispetto al Close del mese precedente. È un approccio standard perché evita di confondere il risultato mensile con i movimenti intramese e, soprattutto, consente di costruire distribuzioni, quantili e scenari.
Il campione dei rendimenti utilizzato va da gennaio 1998 a dicembre 2025: 336 osservazioni mensili. Il punto di partenza per gli scenari di Q1 2026 è la chiusura di dicembre 2025: 44.944,54 punti. L’obiettivo non è produrre un target, ma quantificare un ventaglio di esiti plausibili e spiegare cosa significano per chi deve leggere il mercato senza farsi guidare solo dall’emotività.
La fotografia statistica: rendimento “medio” e rischio “reale”
Il primo dato che emerge è la differenza tra rendimento atteso e rischio effettivo. Nel campione 1998–2025 il rendimento medio mensile è +0,37%, mentre la mediana è +0,69%. Questa asimmetria è importante: la mediana descrive il mese “tipico”, la media è influenzata dai mesi estremi. Se la mediana è più alta della media, vuol dire che alcuni mesi molto negativi hanno abbassato la media. In altre parole: il mercato, più spesso, produce mesi leggermente positivi, ma ogni tanto produce mesi talmente negativi da spostare l’equilibrio.
Il secondo dato è la volatilità mensile: 6,12%. Per chi non è tecnico, la traduzione è semplice: in un singolo mese oscillazioni di diversi punti percentuali sono normali; e questo vale anche quando il contesto generale sembra “tranquillo”. La volatilità è il motivo per cui la media non basta: un +0,37% mensile “atteso” convive con una dispersione che può essere venti volte superiore.
Le code: perché gli eventi rari contano più di quanto sembri
Il FTSE MIB mostra una distribuzione con code grasse. I due estremi del campione sono eloquenti: -22,44% nel marzo 2020 e +22,95% nel novembre 2020. Questi numeri non sono curiosità storiche: sono la prova che l’indice può vivere mesi in cui il prezzo cambia regime, spinto da shock o da rimbalzi violenti.
La misura sintetica delle code è il VaR 5%: -10,34%. Significa che, storicamente, circa 1 mese su 20 è stato peggiore di un -10% circa. Ma la metrica ancora più concreta è il CVaR 5%: -13,72%. Questo dice: quando si entra nel 5% peggiore dei mesi, la perdita media non è -10%, è più vicina a -14%. È il cuore del rischio: non solo “quanto spesso”, ma “quanto fa male” quando accade.
Drawdown: l’altra faccia del rischio (quella che si vede solo nel lungo periodo)
Il drawdown massimo sui close mensili del campione è -73,44%. È un numero grande e va letto correttamente. Non significa che il mercato “tornerà” a perdere il 73%. Significa che, nella storia, esistono cicli lunghi in cui un indice può perdere gran parte del valore dal massimo al minimo prima di riprendersi. È una lezione di contesto: un trimestre vive dentro un ciclo, e i cicli possono essere più profondi di quanto suggerisca il clima del momento.
Stagionalità: il primo trimestre è spesso favorevole, ma non è una legge
Una delle domande più frequenti è se esista una stagionalità per Q1. I dati mensili 1998–2025 mostrano che gennaio, febbraio e marzo hanno un bias favorevole: gennaio e febbraio sono stati positivi nel 60,71% dei casi, marzo nel 53,57%. Le medie storiche sono +1,38% (gennaio), +0,50% (febbraio), +0,92% (marzo). Questi numeri sono utili perché indicano un “vento medio”.
Ma gli intervalli 5–95% ricordano che la stagionalità non protegge: gennaio, ad esempio, ha un range che va circa da -10% a +11% nel 90% centrale. Quindi lo stesso mese che in media è positivo può essere anche molto negativo. È qui che la stagionalità va usata con disciplina: come indicazione probabilistica, non come segnale operativo automatico.
Primo trimestre storico: probabilità e dispersione, tradotte in fasce
Per evitare che un trimestre estremamente anomalo distorca la lettura, la baseline principale per il primo trimestre è costruita sui trimestri dal 1999 al 2025 (27 trimestri). I numeri sono chiari: la probabilità storica che il trimestre sia positivo è 66,67%. La media è +1,64%, la mediana +4,53%. Anche qui la mediana supera la media: pochi trimestri molto negativi tirano giù il risultato medio.
Qui entra la misura che nel testo mancava e che è la più utile per descrivere lo “scenario normale” senza ambiguità: la fascia q25–q75, cioè il 50% centrale degli esiti storici del trimestre. Nel campione 1999–2025, i quantili sono q25 -6,92%, q50 +4,53%, q75 +9,91%. Traduzione: storicamente, lo scenario più tipico del trimestre si è collocato tra circa -7% e +10%, con uno scenario centrale vicino a +4% / +5%.
Per rendere questi numeri immediati anche a chi ragiona per livelli e non per percentuali, possiamo trasformarli sul punto di partenza di dicembre 2025 (44.944,54). In questo caso q25 equivale a circa 41.836 punti, la mediana a circa 46.979 punti, e q75 a circa 49.401 punti. Questo terzetto non è un “target”: è la spina dorsale statistica del report, cioè dove storicamente si è concentrato il risultato più comune del trimestre.
Per completezza, la banda ampia q05–q95 (90% centrale) del trimestre è q05 -18,29% e q95 +15,66%. Tradotta in livelli, significa circa 36.723 punti nella parte bassa e circa 51.984 punti nella parte alta. Serve a ricordare che, anche se lo scenario normale è -7% / +10%, la storia contiene trimestri molto più estremi.
Risk-on e risk-off: non etichette, ma un modo di misurare il contesto
Per rendere il concetto di regime operativo, è stata costruita una proxy quantitativa su base mensile usando gli ultimi tre mesi: rendimento a 3 mesi (roll3_ret) e volatilità a 3 mesi (roll3_vol). La soglia per distinguere un contesto “calmo” da uno “agitato” è la mediana storica di roll3_vol: 4,6659%. Con questa metrica, a dicembre 2025 il mercato risultava in risk-on: roll3_ret +5,19% e roll3_vol 1,72%. Cosa significa, in modo semplice? Negli ultimi mesi del 2025 la direzione è stata positiva e la volatilità bassa: condizioni compatibili con una fase di fiducia.
Questo non elimina il rischio di shock, ma sposta le probabilità: in un contesto risk-on è più probabile che lo scenario centrale del trimestre (positivo ma non lineare) si manifesti; in risk-off aumenta la probabilità della coda sinistra e la stagionalità perde potere.
Primo trimestre 2026: tre modelli per stimare probabilità e livelli
Per il primo trimestre 2026 sono stati usati tre approcci probabilistici, che convergono su un punto: il risultato va ragionato per bande, non per un numero secco.
Modello A (bootstrap sui trimestri storici 1999–2025): P(trimestre>0) 66,6%, P(>+10%) 25,3%, P(<-10%) 17,8%. Quantili: q05 -18,42%, q50 +4,53%, q95 +16,17%. Tradotti in livelli (da 44.944,54): q05 36.665, q50 46.979, q95 52.210.
Modello B (stagionale, campionando separatamente gennaio-febbraio-marzo): P(trimestre>0) 60,3%, q05 -17,06%, q50 +2,89%, q95 +22,59%. Livelli: q05 37.278, q50 46.243, q95 55.099. Qui la coda positiva è più ampia perché combina mesi storicamente molto forti.
Modello C (condizionato al fatto che dicembre 2025 è risk-on; campione ridotto): P(trimestre>0) 78,1%, q50 +4,21%, q95 +14,49%. Livelli: q50 46.839, q95 51.458. Il campione è piccolo: utile come indicazione, non come verità statistica.
Cosa significano questi numeri per un lettore non tecnico
Il modo corretto di leggere il report è questo: non esiste un singolo esito “atteso”, esistono fasce. La fascia q25–q75 del trimestre storico (1999–2025) è il modo più pulito per descrivere lo scenario normale: circa -7% / +10% (41.836–49.401 punti se si parte da dicembre 2025). La banda q05–q95 amplia l’orizzonte: circa -18% / +16% (36.723–51.984 punti). I tre modelli di stima servono a vedere come cambiano probabilità e code a seconda di come si campiona la storia.
Se il regime resta coerente con risk-on (volatilità contenuta e premio per il rischio stabile), lo scenario centrale è un trimestre moderatamente positivo, spesso nell’intorno della mediana storica (+3% / +5%), ma con oscillazioni anche rilevanti durante il trimestre. Se invece la volatilità e il premio per il rischio aumentano, la probabilità di finire nella parte sinistra della distribuzione cresce e i quantili bassi (q25 e q05) diventano più pertinenti.
Conclusione: indicazioni operative in parole semplici, senza scorciatoie
Questo testo non è un invito ad agire sul mercato. È un modo per trasformare una serie storica in una mappa di probabilità. I numeri dicono che il primo trimestre è stato positivo circa due volte su tre, ma anche che la dispersione è ampia e che gli esiti estremi esistono. Per questo, l’approccio più ordinato è ragionare per bande: usare q25–q75 come scenario normale (qui finalmente esplicitato in percentuali e livelli), e q05–q95 come scenario ampio.
In pratica: se il trimestre parte con volatilità bassa e segnali di fiducia, lo scenario base resta quello centrale e la fascia q25–q75 è un riferimento ragionevole per orientarsi. Se invece i primi segnali mostrano un aumento persistente della volatilità e un peggioramento del premio per il rischio, è prudente considerare più seriamente gli scenari di coda e guardare la banda q05–q95. La differenza tra un trimestre “gestibile” e uno “difficile” non sta nel calendario, ma nel regime. E il valore di questi numeri è proprio questo: aiutare a riconoscere quando il regime sta cambiando, prima che lo racconti una narrazione di mercato arrivata in ritardo.