Più di Cina, Russia e Iran messi insieme. Chi pagherà davvero il riarmo da 1.500 miliardi di Trump?

Roberto Vivaldelli

14/01/2026

Trump ha annunciato la proposta di portare il budget della difesa USA a 1,5 trilioni di dollari per l’anno fiscale 2027: un aumento di circa 500-600 miliardi.

Più di Cina, Russia e Iran messi insieme. Chi pagherà davvero il riarmo da 1.500 miliardi di Trump?

Il presidente Donald Trump ha annunciato su Truth Social la proposta di portare il budget della difesa a 1,5 trilioni di dollari per l’anno fiscale 2027, un aumento di circa 500-600 miliardi rispetto al livello attuale (intorno ai 900-1.000 miliardi, inclusi i fondi extra del 2026). Si tratta del balzo più consistente dalla mobilitazione per la Guerra di Corea o dalla Seconda Guerra Mondiale, descritto dal presidente come necessario per costruire un “Dream Military” in “tempi molto turbolenti e pericolosi”.

Ma cosa c’è dietro questa escalation? Durante la campagna, Trump aveva promesso di espellere i “profittatori di guerra” da Washington e aveva incaricato Elon Musk del Dipartimento per l’Efficienza Governativa (Doge) per ridurre drasticamente la spesa pubblica. Ora propone un’espansione massiccia del Pentagono, che secondo il Committee for a Responsible Federal Budget (CRFB) aggiungerebbe circa 5 trilioni di dollari alla spesa militare entro il 2035, portando a un incremento del debito nazionale di 5,8 trilioni inclusi gli interessi.

Trump pronto a cancellare i risparmi del Doge

L’aumento, come riporta Responsible Statecraft, annullerebbe di fatto i presunti risparmi del Doge – superandoli di gran lunga anche secondo le stime più generose – e equivarrebbe a più del doppio della spesa militare combinata di Cina, Russia e Iran. Il budget attuale del Pentagono, già il più alto al mondo, destina oltre la metà delle risorse ai contractor privati: oltre all’ennesimo regalo al complesso militar-industriale, la proposta sembra legata alle smisurate ambizioni militari di Trump, come il costosissimo sistema di difesa aerea “Golden Dome”, il cui costo stimato nel maggio 2025 in 175 miliardi di dollari potrebbe presto lievitare ad oltre 500 miliardi di dollari. Si tratterebbe del progetto più ambizioso del Pentagono sin dai tempi del Progetto Manhattan.

Un altro progetto altrettanto ambizioso – e di costi stratosferici – è quello di riportare in servizio le quattro leggendarie corazzate della classe Iowa (USS Iowa, New Jersey, Missouri e Wisconsin), oggi tutte trasformate in musei galleggianti. Il recupero di ciascuna unità è stimato aggirarsi intorno agli 1,5-2 miliardi di dollari (se non di più, secondo varie analisi recenti), per un totale che potrebbe facilmente superare i 6-8 miliardi complessivi. Si tratterebbe di imponenti navi da battaglia storiche, armate con i celeberrimi cannoni da 406 mm e protette da una corazzatura pesante fino a 30 cm in alcuni punti, che un tempo venivano soprannominate le vere «Regine dei mari».

Nonostante il fascino nostalgico e la potenza di fuoco simbolica, gli esperti sottolineano che un’operazione del genere implicherebbe la ricostruzione quasi ex novo di sistemi propulsivi, elettronica, armamenti moderni e logistica per munizioni ormai fuori produzione – rendendo il progetto tecnicamente complesso e strategicamente discutibile nell’era dei missili ipersonici, droni e guerra di rete.

Costi fuori controllo

Il presidente Usa Trump sostiene che le entrate da tariffe doganali copriranno l’aumento, permettendo persino di ridurre il debito (oltre 38 trilioni) e distribuire “dividendi” ai cittadini a reddito medio. Tuttavia, proiezioni del Congressional Budget Office e del CRFB indicano che le tariffe genererebbero 2,5-3 trilioni in un decennio – ben lontani dai 5 trilioni necessari – e potrebbero essere invalidate dalla Corte Suprema.

Una politica più interventista

Un budget così ampio presuppone, ovviamente, anche una politica estera marcatamente interventista con buona pace del presunto «isolazionismo» trumpiano della prima ora. Da qui il supporto a interventi militari e destabilizzazioni in vari Paesi ricchi di risorse naturali per impedire che tali asset possano finire sotto il controllo di potenze rivali (Cina e Russia) o vengano commercializzati in valute alternative al dollaro. Esattamente come accaduto al Venezuela.

L’obiettivo è duplice: da un lato rafforzare il sistema del petrodollaro, nato negli anni ’70 con l’accordo USA-Arabia Saudita che legava le vendite di petrolio alla valuta americana, mantenendo così una domanda artificiale e strutturale di dollari nel mondo; dall’altro proteggere l’egemonia del dollaro come moneta di riserva globale, percepita in pericolo crescente a causa della de-dollarizzazione promossa da Brics, Cina e altri attori.

In tale contesto, il controllo indiretto o diretto sulle risorse servirebbe anche a «collateralizzare» - come ha ipotizzato l’ambasciatore Marco Carnelos intervistato da Giacomo Gabellini sul canale «Il Contesto» - l’enorme debito pubblico statunitense (ormai oltre i 35-38 trilioni di dollari), permettendo a Washington di continuare a finanziare deficit cronici stampando moneta senza immediate conseguenze iperinflazionistiche, grazie al fatto che il resto del pianeta è costretto ad assorbire dollari in cambio di beni reali come petrolio, gas e materie prime.