Piantedosi apre al riconoscimento facciale: andiamo verso il modello cinese?

Enrica Perucchietti

8 Maggio 2023 - 08:00

La proposta del ministro Piantedosi di introdurre in alcuni spazi pubblici il riconoscimento facciale apre a una serie di rischi e minacce che riguardano la libertà e la privacy di tutta la comunità.

Piantedosi apre al riconoscimento facciale: andiamo verso il modello cinese?

Lo schema è sempre lo stesso: un episodio di criminalità viene esacerbato dai media, si alimenta il panico in modo da spingere la comunità a esigere risposte da parte della politica, le autorità sfruttano l’occasione per avere il pretesto per aumentare il controllo sulla popolazione. È una delle tecniche aurea dell’ingegneria sociale: Azione-reazione-soluzione.

Così, il caso di cronaca dello stupro di una donna nella stazione centrale di Milano ha aperto le porte all’ennesima finestra di Overton, volta a sdoganare, anche nel nostro Paese, sul modello cinese, il riconoscimento facciale.

Rischi e minacce della sorveglianza biometrica

La proposta del ministro Piantedosi di dotare alcuni spazi pubblici, come le stazioni, di videosorveglianza e di tecnologia di riconoscimento facciale apre, infatti, a una serie di rischi e minacce che riguardano non solo la libertà e la privacy individuali, ma il cuore stesso della democrazia.

La sorveglianza biometrica mina potenzialmente ognuno dei seguenti diritti fondamentali: libertà di movimento, di espressione, di partecipazione, privacy.

Le domande a cui dovremmo rispondere, prima di assecondare, sullìondata dell’emotività e della paura, tali tecnologie, sono le seguenti: siamo disposti ad accettare di essere costantemente sorvegliati e riconoscibili? È questa la nostra idea di sicurezza? Siamo consapevoli che ci stiamo incamminando verso un punto di non ritorno?

Il riconoscimento biometrico sottopone chiunque a una sorveglianza continua, andando a minare, peraltro, la presunzione d’innocenza.

Il pericolo è che il riconoscimento facciale nelle mani delle forze dell’ordine renda le persone colpevoli fino a prova contraria. Inoltre, se venisse adottata questa tecnologia, cambierebbe persino la possibilità di unirsi negli spazi pubblici per manifestare contro il governo del momento. Queste misure potrebbero essere adottate in situazioni di crisi (quarantena o lockdown), creando di fatto una società trasparente, dove tutti i nostri movimenti sarebbero controllati e tutti noi vivremmo in una gabbia digitale, ipersorvegliati

Discriminazioni e falsi positivi

Un altro dettaglio importante: non esistono dati di nessun tipo sull’efficacia di queste tecnologie. Semmai, i dati e gli studi a disposizione attestano il loro cattivo funzionamento.

Negli Stati Uniti, dove il sistema del riconoscimento facciale è già ampiamente in uso presso la polizia, si sono registrati diversi errori compiuti dall’algoritmo che regola le telecamere. Il numero dei falsi positivi è impressionante.

L’anno scorso, dopo un’indagine, la polizia di Detroit ha confermato che il loro software di riconoscimento facciale aveva un tasso di errore del 90% nel riconoscere persone nere, ma nonostante questo dato, lo utilizzavano comunque.

Il sospetto categoriale

La dataveglianza, inoltre, implica anche il rischio di individuare dei gruppi di soggetti accomunati da profili simili, che possono diventare il presupposto di quello che Gary T. Marx definisce “sospetto categoriale”. Marx, nella sua analisi sui metodi utilizzati dalla polizia statunitense per la previsione e soluzione dei crimini (la PredPol che ricorda straordinariamente quanto immaginato da Philip K. Dick in Minority Report), ha evidenziato molti esempi di sospetti categoriali, come per esempio, appartenere a una etnia considerata ad alto tasso di criminalità, l’abitare in zone degradate della città, l’aver effettuato spese straordinarie sopra il proprio stile di vita, ecc. Questi dati possono portare alla creazione di un sospetto aprioristico su interi gruppi di cittadini.

Queste nuove forme di controllo, basate sull’Intelligenza Artificiale, non si limitano più a punire o vedere ciò che un individuo fa, ma cercano di prevedere quello che potrà fare. In questo modo, ci si sposta dal sorvegliare – e controllare – al dirigere il comportamento su strade prestabilite, come avviene, nella pratica, con gli algoritmi utilizzati dal marketing.

L’area del “sospetto categoriale” si è così notevolmente estesa e allargata a tutti coloro che possono essere considerati “individui a rischio” e che così vedono minata sia la loro privacy che la loro libertà d’azione e di movimento. Si sta legittimando, agli occhi dell’opinione pubblica, la possibilità di giustificare provvedimenti liberticidi trincerandosi dietro la questione della sicurezza nazionale.

Ricordiamo, infine, che la videosorveglianza nelle mani di uno Stato può diventare un pericoloso strumento di repressione contro determinate categorie di persone, come la Cina ben insegna.

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