Il caso Conte-Piantedosi e quel vizietto duro a morire. La fonte non esiste?

Flavia Provenzani

4 Aprile 2026 - 12:56

Lo scandalo Conte-Piantedosi espone lo snobbismo di colleghi che oscurano i loghi e ignorano il fact-checking per invidia professionale.

Il caso Conte-Piantedosi e quel vizietto duro a morire. La fonte non esiste?

C’è un paradosso che si consuma ogni volta che una testata giornalistica “nativa digitale” rompe il muro del suono della cronaca nazionale. È accaduto di nuovo in questi giorni, dopo che il nostro podcast Money Talks ha messo in luce il caso del legame tra la giornalista Claudia Conte e il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

Una notizia che ha fatto il giro dei quotidiani, dei talk show e telegiornali, ma che porta con sé un retrogusto amaro. Non per il contenuto in sé - su cui la politica e il gossip hanno già ampiamente speculato - ma per il modo in cui il sistema dell’informazione ha reagito di fronte alla fonte.

Siamo partiti con un’idea chiara: intervistare personaggi pubblici sul loro rapporto con i soldi e il potere. È un tema centrale, spesso ignorato, che svela molto della statura etica e professionale di chi ci sta di fronte. Eppure, nessuno si è preso la briga di approfondire e chiedere come fossimo realmente arrivati a quella notizia, preferendo azzardare scenari ispirati alla manipolazione. Ci si è fermati alla superficie, al “chi sta con chi”, ignorando il contesto e il senso di un progetto editoriale che va ben oltre il pettegolezzo.

Noi siamo una testata giornalistica. Assurdo che debba ricordarlo. Conosciamo la deontologia, facciamo fact-checking con il rigore che la nostra storia impone e rispettiamo il lavoro altrui. Altri “giornaloni”, a quanto pare, tendono a dimenticarsene.

In questi giorni abbiamo assistito a uno spettacolo bizzarro: pochi ci hanno citato correttamente come fonte e quasi nessuno ha usato l’epiteto corretto per descriverci - siamo stati definiti “sito”, “portale”, o genericamente “un podcast”. I telegiornali hanno trasmesso le nostre immagini oscurando chirurgicamente il logo di Money.it.

E allora mi chiedo: che fine ha fatto il fact-checking? Perché nessuno si è curato di capire chi fosse realmente la fonte? Forse la risposta è la più banale: l’imbarazzo. Quello di chi, da mesi, provava a chiudere questa notizia senza riuscirci, vedendosela poi sfilare.

Sono Direttore Responsabile di questa testata da oltre sei anni. Non cerco la ribalta dei social, ma sono contattabile ovunque, con un clic (o forse due). Eppure, in questo frastuono mediatico, sapete quanti colleghi mi hanno contattata per una conferma, un approfondimento o anche solo per capire come fossero andate le cose? Una sola. Una giornalista mi ha scritto sulla mia pagina Instagram con un generico “Ciao Flavia”.

È questo il modo in cui si lavora oggi? Quando si vuole scavare in una vicenda che coinvolge un Ministro della Repubblica, non si dovrebbe passare da chi ha la responsabilità del giornale? Questo silenzio non è solo una mancanza di cortesia, ma un sintomo di snobbismo o, peggio, di una scarsa considerazione verso chi non appartiene ai salotti romani della carta stampata.

Invece di chiamare la direzione, si è preferito cercare un capro espiatorio, puntando il dito contro Marco Gaetani, che ha operato in veste di conduttore del podcast, esattamente come nelle precedenti puntate di Money Talks, senza impersonare altro.

Il mio non è un grido alla mamma per dire “ti prego, guardami”. È una riflessione critica e, spero, costruttiva sulle dinamiche interne al giornalismo italiano. Se non siamo capaci di riconoscerci tra colleghi, di citarci correttamente e di rispettare la maternità delle notizie, che valore possiamo pretendere di avere agli occhi dei lettori?

Nel giornalismo la correttezza è la moneta più preziosa che abbiamo. Noi di Money.it continueremo a usarla, anche se il resto del mercato sembra preferire il baratto del silenzio.

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