La rielezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha suscitato forti reazioni in Europa, e in particolare in Germania. Vediamo perché.
Già da anni, l’economia tedesca è in difficoltà, con una crescita economica quasi nulla dal 2018, e la recente pandemia ha accentuato ulteriormente queste problematiche. L’industria automobilistica, che rappresenta uno dei pilastri dell’economia del paese, è in una fase di crisi strutturale, complicata dalla concorrenza crescente dei produttori cinesi nel settore dei veicoli elettrici. Questo quadro si inserisce in un contesto industriale che soffre per i recenti cali nella produzione, scesa a livelli che non si vedevano da quasi due decenni.
L’Istituto Kiel, uno dei principali think tank economici tedeschi, ha recentemente avvertito che la rielezione di Trump potrebbe rappresentare “il momento economico più difficile nella storia della Repubblica Federale”. Questo giudizio si basa sulla previsione di una serie di politiche che minacciano di alterare drammaticamente i rapporti commerciali internazionali su cui la Germania ha costruito la propria prosperità.
Tra le misure temute dal governo e dagli industriali tedeschi vi sono i potenziali dazi su tutte le esportazioni europee verso gli Stati Uniti, con aliquote che potrebbero raggiungere il 20% e colpire in particolare il settore automobilistico. Trump ha spesso criticato l’afflusso di Mercedes e BMW in America, arrivando ad affermare che “la Fifth Avenue sembra un’esposizione di auto tedesche”. Questo disappunto personale, combinato con una visione di politica commerciale protezionista, potrebbe tradursi in una nuova ondata di tariffe punitive per le esportazioni tedesche.
Già oggi, la Germania affronta il peso di un deficit commerciale degli Stati Uniti con l’Unione Europea che Trump ha definito “una mini-Cina” e che ammonta a 170 miliardi di dollari, di cui quasi la metà proviene dalle esportazioni tedesche. Questo squilibrio commerciale è il risultato di un surplus delle partite correnti che la Germania ha mantenuto stabilmente sopra il 6% del PIL per decenni, una politica criticata dagli Stati Uniti come una forma di concorrenza sleale.
Un’altra sfida deriva dal fatto che l’industria automobilistica tedesca, un tempo leader indiscusso, sta faticando a tenere il passo con la concorrenza globale, in particolare con la Cina. L’errore strategico della Germania, secondo molti analisti, è stato quello di non prevedere l’avvento dei veicoli elettrici con sufficiente anticipo. Sebbene un ex amministratore delegato della Volkswagen avesse avvertito che “niente è garantito per sempre” e che l’industria automobilistica tedesca doveva prepararsi alla transizione, il paese è rimasto legato al motore a combustione troppo a lungo.
Nel frattempo,i produttori cinesi di auto elettriche, grazie a una strategia mirata e a ingenti investimenti in tecnologia e sviluppo, hanno acquisito un vantaggio competitivo significativo. Un rapporto della Commissione Europea, conosciuto come “Rapporto Draghi”, ha recentemente dichiarato che i veicoli elettrici cinesi sono “una generazione avanti” rispetto a quelli tedeschi in termini di autonomia, velocità di ricarica e software. Di fronte a questa realtà, la Volkswagen ha deciso di chiudere tre stabilimenti in Germania, segnando un punto di svolta per l’industria e per il paese.
Un altro elemento di vulnerabilità della Germania è rappresentato dalla sua dipendenza energetica dalla Russia. Prima della guerra in Ucraina, il paese si era assicurato gas a basso costo attraverso i gasdotti Nord Stream, frutto di un accordo di lunga data con il Cremlino. Tuttavia, la distruzione di queste infrastrutture e la crisi geopolitica hanno messo in luce la fragilità di questa strategia energetica. Con la rielezione di Trump, che ha criticato il progetto Nord Stream 2 fin dal suo primo mandato, la Germania rischia di vedere compromesse le proprie fonti energetiche a basso costo, un ulteriore fardello per un’economia già in difficoltà.
Il modello economico tedesco si basa storicamente su un surplus commerciale elevato, alimentato da un sistema fiscale e regolatorio che favorisce le esportazioni e penalizza i consumi interni. Tuttavia, con l’ingresso nell’euro, la Germania ha potuto evitare il naturale aggiustamento del cambio che avrebbe reso i suoi prodotti meno competitivi, bloccando così un riequilibrio tra esportazioni e mercato interno.
Questo sistema ha creato un profondo squilibrio all’interno dell’Unione Monetaria Europea, generando una dipendenza economica dai mercati esteri e una stagnazione dei consumi interni. Con le tariffe proposte da Trump, la Germania potrebbe dover ripensare radicalmente questo modello, passando a un’economia più equilibrata e orientata alla domanda interna. Il rischio, in caso contrario, è di sprofondare in una stagnazione economica duratura.
Il ritorno di Trump alla Casa Bianca pone la Germania di fronte a una sfida epocale. Se il paese non riesce a riformare il proprio sistema economico, adeguandosi a un mondo dove il protezionismo e la concorrenza tecnologica sono in aumento, rischia di perdere il suo ruolo di motore economico europeo. Questo scenario preoccupa gli analisti: l’Istituto Kiel stima che le nuove tariffe potrebbero costare alla Germania circa 180 miliardi di euro in quattro anni, una cifra devastante per un’economia già in crisi.
Inoltre, il rischio di una crisi commerciale globale, con un ritorno ai blocchi commerciali e alle alleanze geopolitiche, rappresenta un incubo per un’economia altamente dipendente dal commercio estero. Il futuro del modello economico tedesco dipenderà dalla capacità del paese di rilanciare la domanda interna, abbandonando il surplus cronico che ha alimentato le tensioni commerciali con i suoi partner.
La rielezione di Trump evidenzia tutte le fragilità del modello economico tedesco. La Germania si trova ora a un bivio: adattarsi e riformarsi per affrontare un mondo più incerto e protezionista, o rischiare di precipitare in un declino economico e industriale. La posta in gioco non è solo la prosperità economica della Germania, ma anche la stabilità economica dell’intera Europa, che dipende strettamente dal ruolo centrale del paese nella catena produttiva continentale.