Perché Strasburgo ha condannato l’Italia per sessismo?

Isabella Policarpio

28 Maggio 2021 - 16:14

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La Corte di Strasburgo condanna i giudici italiani di sessismo. Nel mirino i commenti offensivi in calce ad una sentenza di assoluzione per stupro di gruppo. Ecco perché la Giustizia italiana è stata accusata di pregiudizi contro le donne.

Perché Strasburgo ha condannato l'Italia per sessismo?

Cosa ha spinto la Corte di Strasburgo a condannare l’Italia per sessismo e pregiudizi nei confronti delle donne? La sentenza ha avuto vastissima eco mediatica, non soltanto in Italia, spieghiamo il perché.

Alla base della condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, la denuncia di una ragazza italiana vittima di un presunto stupro di gruppo nel 2008. Il caso fu chiuso dalla Corte d’Appello di Firenze con la piena assoluzione dei 7 imputati e con motivazioni che secondo la Corte “non hanno rispettato la sua vita privata e intima” e utilizzano un “linguaggio e argomenti che veicolano i pregiudizi sul ruolo delle donne”.

Per Strasburgo i giudici italiani sono colpevoli di aver riproposto stereotipi di genere e sessisti, minimizzando la violenza subita dalla vittima e definendola “disinibita”.

Accuse gravissime che fanno riflettere sul trattamento delle donne nelle aule di tribunale, dove, invece, dovrebbero essere tutelate e rispettare al pari degli uomini. Ecco cosa è successo.

Sessismo e pregiudizi verso le donne nei tribunali italiani: la sentenza di Strasburgo

L’Italia sotto il mirino della Corte europea dei diritti dell’uomo con l’accusa di sessismo nelle aule di Giustizia. A sollevare la questione è stata una giovane donna, per mezzo dell’avvocato Titti Carrano, alla quale la Corte d’Appello di Firenze non aveva riconosciuto lo stupro di gruppo subito, capovolgendo la decisione del tribunale di primo grado.

I giudici di Strasburgo hanno dato ragione alla ricorrente e ai diversi movimenti femministi indignati dal comportamento del tribunale fiorentino: e così è arrivata per l’Italia l’ennesima condanna per comportamenti discriminatori contro il genere femminile.

Nel motivare l’assoluzione dei 7 imputati, avvenuta nel 2015, la Corte d’Appello aveva definitivo la ragazza “un soggetto femminile disinibito, creativo, in grado di gestire la propria (bi)sessualità e di avere rapporti occasionali di cui nel contempo non era convinta”, ponendo l’accento su un (presunto) comportamento provocatorio della donna.

Per il tribunale europeo le motivazioni sollevate dal giudice italiano ledono la dignità della vittima e delle donne in generale e incarnano pregiudizi di genere che dovrebbero essere estranei alle aule di Giustizia.

Il caso si riferisce ad un fatto accaduto nel 2008 nel capoluogo toscano, alla Fortezza da Basso, quando la ricorrente aveva appena 22 anni.

Le motivazione della Corte europea

Il ricorso presentato a Strasburgo non fa riferimento al giudizio espresso dal tribunale di Firenze ma, invece, alle motivazioni in calce alla sentenza di assoluzione degli imputati.

Ad essere sotto accusa sono le parole utilizzate, palesemente sessiste e non rispettose della dignità personale della vittima. La decisione della Corte d’Appello fu mossa dal pregiudizio riguardo all’abbigliamento e alle scelte sessuali della ragazza, “troppo disinibita” rispetto ai convincimenti morali del giudice di merito.

Da qui la condanna per aver violato i diritti dell’imputata per mezzo di un “linguaggio e argomenti che veicolano i pregiudizi sul ruolo delle donne che esistono nella società italiana.”

Grande soddisfazione da parte del legale della ricorrente, Titti Carrano, che ha commentato la decisione di Strasburgo con queste parole:

“La sentenza della Corte d’appello di Firenze ha riproposto stereotipi di genere, minimizzando così la violenza, e ha vittimizzato la ricorrente, usando anche un linguaggio colpevolizzante.”

Non è l’unico caso in cui la non credibilità della donna si basa sulla “vivisezione della sua vita personale e sessuale” - ha dichiarato l’avvocato - “questo succede spesso nei tribunali civili e penali italiani.”

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