Perché non è ancora finita la guerra in Ucraina

Chiara Esposito

28/05/2022

30/05/2022 - 09:32

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La rivendicazione territoriale è al centro dello stallo: Zelensky non vuole cedere e invoca la diplomazia, ma non c’è contrattazione concreta.

Perché non è ancora finita la guerra in Ucraina

Il contenzioso bellico tra Russia e Ucraina si fonda anche e soprattutto sulla dimensione territoriale. Al quarto mese di conflitto, sorge spontaneo l’interrogativo sullo stato attuale delle conquiste e delle rivendicazioni delle forze in campo.

La fine della guerra non sembra imminente come alcuni auspicavano e come Mosca sperava agli albori dell’invasione. Come sottolineava l’illustre Machiavelli: «le guerre iniziano quando vuoi, ma non finiscono quando vuoi», soprattutto se non vi è un vero accordo negoziale sul tavolo delle trattative.

Putin, nella fattispecie vorrebbe quantomeno assoggettare il Donbass, ma l’irremovibilità del presidente Zelensky rispetto alla cessione di terreni al governo russo è stata vigorosamente esplicitata in una delle sue ultime apparizioni pubbliche.

Il leader di Kiev ha infatti rilasciato dichiarazioni dai toni molto netti in risposta alle parole di Henry Kissinger, ex segretario di Stato americano, intervenuto al World Economic Forum conclusosi giovedì 26 maggio a Davos. Zelensky ha anche delineato come l’unica prospettiva che la sua amministrazione ritiene plausibile è quella della diplomazia, ma il problema però sorge proprio qui: non sembra esserci nulla su cui le parti siano veramente disposte a trattare scendendo a compromessi.

Lo scenario più probabile? Una guerra d’attrito.

Kissinger: «L’Ucraina deve cedere territori alla Russia»

L’ex segretario di Stato americano Kissinger ha argomentato la sua tesi secondo cui l’Ucraina dovrebbe cedere territori alla Russia allo scopo di porre fine alla guerra e ai massacri.

Delineando più precisamente la sua visione, ha detto di riporre fiducia negli ucraini sperando che «facciamo corrispondere saggezza all’eroismo che hanno mostrato» e che idealmente «la linea di divisione dovrebbe essere il ritorno allo status quo ante guerra». In poche, parole ciò si sostanzierebbe nel “riconoscimento” della Crimea e delle Repubbliche separatiste filorusse. A questa prospettiva dovrebbero seguire degli accordi dalle fondamenta più solide di Minsk 1 e Minsk 2.

Ricollegandosi anche alla prospettiva d’ingresso dell’Ucraina nella Nato, l’ex segretario sostiene la necessità di plasmare un’Ucraina neutrale, «una sorta di ponte fra Europa e Russia invece che una linea del fronte».

La posizione di Kissinger è motivata da una chiara convinzione: «protrarre la guerra oltre due mesi da oggi (ndr. fine maggio) non sarebbe più per la libertà dell’Ucraina, ma una nuova guerra contro la Russia”. Parole che muovono i passi dalla convinzione che questo sacrificio sia il minore dei mali rispetto a una»Russia isolata":

«I leader europei non dovrebbero perdere di vista l’orizzonte di una relazione a lungo termine con Mosca, perché ci troviamo ora di fronte a una situazione in cui la Russia potrebbe alienarsi completamente dall’Europa e cercare un’alleanza forte e permanente con la Cina, e questo potrebbe portare a distanze diplomatiche simili a quelle della Guerra fredda, che ci riporteranno indietro di decenni. Dovremmo lottare per una pace a lungo termine».

L’analisi di Kissinger, in ultima istanza, sembra però guardare per lo più agli interessi americani che a quelli europei.

Zelensky rifiuta: l’unico scenario plausibile è diplomatico

Dalle visioni di una stratega americano ci spostiamo verso la prospettiva di Zelensky che con una dura reazione dice di essere convinto che fare concessioni territoriali alla Russia significherebbe solo “rimandare” la guerra di qualche anno come successo nel 2014 con la presa della Crimea. Alla richiesta di sacrificio, Zelensky ha risposto che i grandi analisti geopolitici sono sempre «restii a vedere la gente comune».

Anche il consigliere del presidente, Mikhailo Podolyak, ha criticato le parole di Kissinger e, non ultimo, a unirsi al coro di dissenso è stato il capo dell’ufficio del presidente Andriy Yermak, che durante una riunione virtuale organizzata dal Consiglio Atlantico ha detto che: «l’Ucraina non cederà alcuno dei suoi territori e nessuna sovranità alla Russia».

Il ministro degli esteri Dmytro Kuleba ha infine sottolineato come il piano di pace dell’Italia sia ben accetto, ma inconcludente poiché «un piano che congeli la situazione attuale non verrà sostenuto dall’Ucraina».

Con queste parole, l’amministrazione di Kiev intende sottolineare la necessità di un rinnovato sforzo diplomatico che, tuttavia, sarebbe impossibile portare a termine viste le ostili prese di posizione del Cremlino «focalizzate sulla guerra e non sulla diplomazia».

Come andrà a finire?

A conferma di questa riluttanza della Russia a sedersi al tavolo delle trattative ci sono le analisi degli esperti dell’intelligence statunitense che ritengono che la Russia si stia preparando per un «conflitto prolungato» in Ucraina.

A dar voce a tali previsioni è Avril Haines, capo del direttorato nazionale dell’intelligence americana, che in un intervento davanti alla commissione difesa del Senato ha affermato:

«Riteniamo che Putin si prepari a un conflitto prolungato in Ucraina durante il quale intende sempre raggiungere obiettivi oltre il Donbass. Pensiamo che la decisione di riposizionare le forze russe sia solo un cambiamento temporaneo».

In linea con quanto detto dal presidente ucraino, gli oblast di Donetsk, Luhansk e Kherson non basterebbero e in questo scenario si prefigura anche la volontà di arrivare in Transnistria per controllare tutta la costa ucraina sul Mar Nero. La regione separatista moldava completa infatti il progetto di posizionamento sull’Istmo d’Europa e, inoltre, è anche la sede del più grande rifornimento di armi del territorio europeo.

Nella «potenziale traiettoria di escalation» descritta da Haines Putin dovrebbe ricorrere a «mezzi drastici come imporre la legge marziale, riorientare la produzione industriale o azioni militari con un potenziale di escalation». Dalla sua parte, Mosca ha ancora molte risorse non ancor dispiegate in campo e il giocoforza della stanchezza della popolazione assediata. Prendere l’Ucraina per sfinimento non sarebbe glorioso, ma resta una prospettiva plausibile.

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