Un differenziale ai minimi storici può sembrare una vittoria. Ma dietro i numeri più rassicuranti si nascondono dinamiche lente, silenziose e potenzialmente destabilizzanti.
Spread a 60 punti. La narrazione è sempre la stessa: “i mercati ci premiano”, “l’Italia è tornata credibile”, “la fiducia è ristabilita”. È diventato quasi uno slogan politico, un indicatore emotivo più che finanziario, usato come prova che le politiche economiche stanno funzionando. Eppure, lo spread non misura la salute fiscale di un Paese, non racconta la qualità della sua crescita, non valuta la sostenibilità del suo debito. Misura una relazione relativa, una distanza, un confronto tra due curve dei rendimenti, Italia contro Germania.
La vera domanda allora è: cos’è davvero lo spread? E soprattutto, perché uno spread a 60 punti potrebbe non essere affatto una notizia così rassicurante come viene raccontata?
Dal punto di vista tecnico lo spread è semplicemente la differenza di rendimento tra il BTP decennale e il Bund decennale. Un numero che nasce dal mercato dei tassi, non dai comunicati stampa, e che riflette un equilibrio tra domanda e offerta di titoli di Stato con scadenza simile ma rischio percepito diverso. Quello che questo differenziale non misura è molto più importante. Non misura la sostenibilità del debito pubblico, cioè la capacità strutturale dello Stato di servire e rimborsare il proprio stock di passività nel lungo periodo. Non misura la crescita potenziale dell’economia, ovvero la velocità massima con cui il PIL può espandersi senza generare squilibri inflazionistici o finanziari. Non misura la qualità della spesa pubblica, cioè se il deficit finanzia investimenti produttivi o semplice spesa corrente improduttiva. [...]
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