Negli ultimi due anni gran parte dei protagonisti, piccoli e grandi, sui mercati sembra ipnotizzata dall’intelligenza artificiale. Ogni giorno i giornali parlano di Nvidia, Microsoft, Broadcom, OpenAI o dei nuovi record degli indici americani e, intanto, ben pochi investitori si chiedono cosa stiano facendo le istituzioni che amministrano le maggiori riserve finanziarie del mondo. Mentre i mercati azionari rincorrono la prossima rivoluzione tecnologica, le banche centrali continuano ad acquistare, con metodo e costanza, un asset che esiste da millenni e che non genera alcun flusso di cassa: l’oro.
Gli ultimi dati indicano che le banche centrali detengono complessivamente circa 36.500 tonnellate d’oro (fonte: World Gold Council/IMF), pari a poco più di un quarto di tutte le riserve ufficiali internazionali e a circa il 17% di tutto l’oro mai estratto nella storia dell’umanità.
Così, mentre gli investitori privati si lasciano spesso guidare da cicli brevi, emozioni o mode, le banche centrali ragionano in modo opposto. Ed è per questo che ogni variazione nelle loro riserve meriterebbe molta più attenzione di quanta ne riceva.
Le banche centrali continuano a comprare oro
La classifica dei Paesi con più riserve auree non riserva sorprese. Gli Stati Uniti restano i leader indiscussi con 8.133 tonnellate, seguiti dalla Germania (circa 3.350), dall’Italia (circa 2.452), dalla Francia (circa 2.437) e poi da Russia e Cina, intorno alle 2.300 tonnellate. Guardando solo alle quantità assolute, si potrebbe concludere che si tratti di una semplice funzione legata alle dimensioni dell’economia. L’aspetto interessante, però, emerge quando si analizza quale quota delle riserve sia rappresentata dall’oro.
È qui che emergono delle filosofie di gestione profondamente diverse. Secondo i dati del World Gold Council, le grandi economie avanzate (Stati Uniti, Germania e Italia) detengono in oro una quota molto elevata delle proprie riserve, nell’ordine di due terzi del totale, mentre la Francia si colloca poco sotto. Ciò significa che le maggiori economie sviluppate continuano a considerare il metallo prezioso come l’ultima linea di difesa finanziaria. Al contrario, la Cina, pur avendo aumentato con costanza gli acquisti negli ultimi anni, mantiene in oro appena il 9% circa delle proprie riserve, e il Giappone attorno al 5%.
Perché per le banche centrali l’oro resta senza rivali
Le banche centrali non cercano la massima redditività, mettono al primo posto sicurezza, liquidità e fiducia. Ed è esattamente su questo terreno che l’oro resta di fatto senza concorrenti. Non ha rischio di credito, non rappresenta il debito di alcun governo, non può essere «stampato» da una banca centrale e storicamente si comporta bene proprio nei periodi in cui la fiducia nel sistema finanziario comincia a incrinarsi.
Gli ultimi anni hanno offerto esempi sufficienti del perché tutto questo conti. Il congelamento delle riserve valutarie russe dopo l’inizio della guerra in Ucraina (circa 300 miliardi di dollari resi inaccessibili nel febbraio 2022) ha cambiato il modo in cui molti Stati guardano ai propri attivi di riserva. I titoli di Stato possono essere colpiti da sanzioni, le riserve valutarie possono essere bloccate, i sistemi bancari possono essere isolati. L’oro fisico, custodito sotto il controllo dello Stato, non comporta questi rischi. È anche per questo che il World Gold Council registra da anni acquisti record da parte delle banche centrali.
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Il fenomeno non riguarda le sole economie avanzate. La Turchia detiene ormai circa il 60% delle proprie riserve in oro (una quota che include anche l’oro delle banche commerciali), l’Uzbekistan supera l’87%, e la Polonia ha accresciuto le riserve a un ritmo senza precedenti, portandole intorno alle 765 tonnellate rispetto alle circa 100 tonnellate detenute nel 2016. Persino Paesi con una tradizionale dipendenza dal dollaro stanno aumentando gradualmente la propria esposizione al metallo prezioso, segnale di un cambiamento strutturale ben più profondo di una semplice reazione a un’incertezza geopolitica temporanea.
In sostanza, il mondo sta entrando in una fase in cui le banche centrali non danno più per scontata l’architettura finanziaria globale. Dedollarizzazione, regionalizzazione degli scambi e uso sempre più frequente delle sanzioni come strumento di politica estera stanno cambiando il modo in cui si costruiscono le riserve. Non è la fine del dollaro come valuta di riserva mondiale, ma significa che un numero crescente di Stati cerca un attivo che non dipenda dalle decisioni di alcun governo. Ed è così che l’oro sta gradualmente riconquistando il ruolo di riserva di valore universale.
Quale insegnamento per i piccoli risparmiatori?
Per il risparmiatore c’è una lezione importante. C’è chi dice che l’oro non produce reddito e che dunque non dovrebbe avere posto in un portafoglio moderno. Un’affermazione vera solo se si valuta ogni investimento unicamente attraverso la lente del rendimento annuo. Le banche centrali non detengono oro perché si aspettano che renda di più, ma perché svolge una funzione che nessun altro attivo può assolvere con lo stesso grado di sicurezza. È una forma di assicurazione finanziaria - e, come ogni assicurazione, il suo valore diventa evidente proprio quando arriva la crisi.
Questo non significa che l’oro debba diventare l’investimento dominante di un portafoglio privato. Storicamente le azioni offrono rendimenti nettamente superiori nel lungo periodo. Ma quando le istituzioni più conservative del mondo continuano ad aumentare in modo sistematico il peso del metallo prezioso nelle riserve, si tratta di un segnale da non ignorare. Soprattutto in un contesto di debiti pubblici alti, incertezza inflazionistica e tensioni geopolitiche in aumento.
L’Italia, terzo detentore d’oro al mondo
In questo quadro l’Italia occupa una posizione tutt’altro che marginale. Con circa 2.452 tonnellate, la Banca d’Italia è la terza riserva aurea al mondo per dimensione dopo Stati Uniti e Germania, e la seconda dell’area euro. Una quota che, ai prezzi record raggiunti dal metallo, vale diverse centinaia di miliardi di euro e rappresenta una porzione consistente delle riserve complessive del Paese.
Non è un caso che, ciclicamente, alcune forze politiche abbiano ipotizzato di vendere parte dell’oro per finanziare la spesa pubblica, proposte finora rimaste sulla carta, anche per i vincoli previsti dagli accordi tra banche centrali europee. La struttura conservativa delle riserve italiane racconta molto della filosofia di lungo periodo di Via Nazionale - la stessa disciplina che, storicamente, tende a sembrare la più noiosa proprio prima di rivelarsi la più corretta.