In Germania non c’è più tempo da perdere, con l’economia destinata a cadere in recessione per il secondo anno consecutivo e la popolarità del governo Olaf Scholz in grave crisi (anche per il caso UniCredit-Commerzbank).
Il ministro delle Finanze Christian Lindner lo sa bene, al punto da aver deciso di azionare la leva del debito per scongiurare il peggio.
Non una scelta presa alla leggera, se si ricorda quella parola tedesca “Schuld”, che significa sia “debito” che “colpa”. Ma una scelta prevista da quel meccanismo disciplinato dalla stessa Costituzione, che permette al governo di turno di fare debito aggiuntivo in tempi di debolezza economica.
E in questo caso non c’è alcun dubbio sul fatto che la condizione sine qua sia presente: pesante è, infatti, la crisi che il Paese sta affrontando, che sta mettendo tra l’altro a rischio il Pil di tutte le altre economie di Europa, Italia inclusa.
Germania verso più debito nel 2025, rispettando il debt brake
Il piano di Lindner è stato riportato dalla rivista tedesca “Der Spiegel”, che ha reso noto che l’intento del ministro delle Finanze sarebbe quello di alzare l’asticella del debito per il 2025, a 56,5 miliardi di euro, cifra superiore di 5,2 miliardi in rispetto alle stime precedenti: e cifra calcolata sulla base di quanto stabilisce la stessa legge, che prevede la possibilità, a fronte di una contrazione del Pil pari a -0,2% stimata dal governo, di far salire il passivo del 10% circa, ovvero a €56,5 miliardi.
Tutto questo, senza impedire a Berlino di rispettare il principio del pareggio di bilancio, noto con il termine “ Schuldenbremse ”, che è entrato a far parte della Costituzione tedesca nel 2009 e che è stato reintrodotto in Germania dal governo di Olaf Scholz, dopo essere stato sospeso negli anni compresi tra il 2020 e il 2023, a causa prima della pandemia Covid-19 e, successivamente, per la guerra esplosa in Ucraina.
Si tratta del “debt brake”, ovvero di quella legge che impedisce in Germania al governo federale e ai governi statali di fare nuovi debiti, se non in condizioni di estrema urgenza.
Questa regola, secondo i piani di Lindner, continuerà a essere rispettata.
Outlook deprimente per il PIL tedesco: giù per i prossimi 10 anni
Tuttavia, la domanda è d’obbligo: come stanno davvero le casse della Germania? E fino a che punto Berlino riuscirà a salvare l’economia del Paese continuando contestualmente a rispettare il principio del pareggio di bilancio?
Un outlook non proprio rassicurante è stato pubblicato da Ray Dalio, fondatore dell’hedge fund Bridgewater Associates, tra le voci più seguite dal mondo della finanza.
Da un suo report, che si concentra sulle previsioni relative alle principali economie del mondo, è emerso che il tasso di crescita del Pil tedesco è atteso registrare nei prossimi 10 anni una crescita praticamente negativa, pari a -0,5% circa: “Questo tasso di crescita è ben inferiore a quello della media globale, e staziona al 34esimo posto delle 35 economie più importanti e al 16esimo nella classifica dei 17 paesi avanzati”.
Nell’escludere le conseguenze di shock esogeni di natura politica o legati alle materie prime, disastri naturali o guerre, il report ha avvertito che, nel corso dei prossimi 10 anni, “ci aspettiamo che la crescita della produttività tedesca si confermi in qualche modo la peggiore tra quelle della maggior parte dei Paesi più importanti”, a fronte di condizioni di indebitamento che, saranno, anch’esse, più negative rispetto ad altre economie.
Ray Dalio ha fatto notare che, anche al momento, “i problemi relativi più grandi della Germania” sono proprio “ il suo debito e i suoi livelli di servizio del debito , insieme al calo della forza lavoro”.
Vero che, per ora, la Germania è caratterizzata da una “zavorra del debito bassa”: detto questo, a essere “molto basso” è anche il trend del Pil atteso per i prossimi 10 anni, pari a una contrazione dello 0,5% all’anno, rispetto a un ritmo di espansione che, “negli ultimi tre anni, era stato pari a +0,8%, al di sopra delle nostre aspettative di più lungo termine”.
Tra l’altro, anche se i livelli di debito vengono considerati “modesti”, sia a livello governativo (il 67% del PIL), che delle famiglie (il 51% del PIL), a preoccupare Ray Dalio è il fatto che le cifre siano “soprattutto in euro”, elemento che “aumenta i rischi, visto che questa non è una moneta che la Germania controlla in modo diretto”.
L’analisi fa notare, inoltre, che la zavorra del debito tedesco balza fino al 245% del PIL se si prendono in considerazione i debiti delle società finanziarie, rispetto a una media globale pari al 236%.
Rating AAA Germania per ora al sicuro. Ma Fitch ha già lanciato alert downgrade
Per ora la Germania continua a vantare il rating a tripla A da parte delle principali agenzie di rating.
Detto questo, pur reiterando quel giudizio sul debito pubblico tedesco, con tanto di outlook stabile, il mese scorso Fitch - che ha appena bocciato il giudizio sul debito pubblico francese - ha avvertito chiaramente che “le prospettive di crescita economica di medio termine sono deboli, riflettendo sfide strutturali che continuano a permenere”.
Ancora, è probabile secondo l’agenzia che “la crescita potenziale della Germania scenda in modo significativo, a causa prima di tutto dell’invecchiamento della popolazione e, in misura minore, per la crisi energetica recente”.
Fitch ha sottolineato anche che“ le previsioni elaborate dalla Bundesbank, dal ministero delle Finanze, dal Consiglio degli esperti economici della Germania e dalla Commissione europea indicano tutte che la crescita potenziale (del PIL tedesco) scenderà al range compreso tra lo 0,7% e lo 0,4% nei prossimi anni, rispetto al ritmo di espansione superiore all’1% precedente la pandemia”.
E se il Pil continuerà ad arretrare, necessariamente il rapporto debito-Pil della Germania tenderà a salire. Tanto che, il mese scorso, l’agenzia ha reso noto di non escludere una bocciatura del rating, nel caso in cui si manifestasse una perdita significativa di competitività, che dovesse tradursi in una forte ulteriore revisione dell’outlook sulla crescita del Paese.
Una azione negativa sul rating potrebbe anche verificarsi con un “aumento significativo del debito governativo nel medio termine, dovuto a un periodo prolungato di deficit più alti o di crescita più debole”, ha concluso l’agenzia di rating.
Bund tedeschi, ergo titoli di stato made in Germany, a rischio dunque di non essere più blindati dalla tripla A delle agenzie di rating?
Per l’Eurozona sarebbe un vero problema, visto che il Bund viene considerato dalla comunità degli investitori internazionali safe asset del blocco, come dimostra il fatto che gli spread di tutti i paesi dell’area euro vengono determinati mettendo a confronto i rendimenti dei bond sovrani con quelli dei Bund.
Gli economisti di ING Economics hanno già avvertito di stimare per i rendimenti dei Bund a 10 anni un rialzo al 2,6% entro la fine del 2025, rispetto al 2,27% attuale, molto oltre il valore previsto dal consensus di Bloomberg.
L’outlook è di un rialzo dei rendimenti tedeschi nella parte alta della forchetta attesa, compresa tra il 2% e il 3%. A pesare, anche i rischi strutturali di inflazione. Ben presto anche Berlino - che starebbe pensando di bloccare una eventuale fusione tra UniCredit e Commerzbank agitando la minaccia dei BTP italiani, potrebbe trovare ad abbassare la testa, così come è stata costretta a fare la Francia?