La gestione dei rapporti con la Cina sarà ancora un tema caldo nel 2023 per Europa e Usa.
E questo perché si sta facendo sempre più strada lo scontro tra due visioni contrapposte nel delicato ambito delle relazioni commerciali e geopolitiche: da una parte quella legata alla necessità - irrinunciabile - della globalizzazione, dall’altra un nuovo ordine mondiale basato sulla grande competizione di potere.
Il 2022 è stato scosso con la guerra in Ucraina e gli equilibri tra le grandi economie globali si sono spezzati, favorendo la divisione del mondo tra l’Occidente capitanato da Usa e Ue e l’Est con il nemico Russia in testa e, sullo sfondo, la Cina, sempre più rivale delle democrazie (soprattutto per Washington).
Per questo, il 2023 è indicato come un anno delicato per le relazioni con il dragone. Stati Uniti ed Europa riusciranno a plasmare rapporti con Pechino che non siano nocivi per le loro stesse nazioni? Perché la Cina è così vitale per le potenze del mondo?
Cina: problema o risorsa per Usa e Ue?
L’analisi, molto interessante, è di Gideon Rachman che, sul Fincial Times illustra per quale motivo, a suo avviso, la gestione dei rapporti con la Cina sarà fondamentale per Usa ed Europa nel 2023.
La prima osservazione riguarda l’economia del dragone: la sua disfatta, considerando i reali problemi del momento tra Covid, rallentamento della domanda, crisi immobiliare, è davvero un vantaggio per le altre potenze?
Poiché il dragone è considerato sempre di più un nemico, ci si potrebbe ingannare e pensare che la sua debolezza possa giovare agli altri. In fondo, riflette Rachman, il presidente degli Stati Uniti ha ripetutamente affermato di essere disposto a entrare in guerra con la Cina per difendere Taiwan. L’Ue descrive il Paese come un “rivale sistemico”. La Gran Bretagna sta discutendo di etichettare formalmente la Cina come una “minaccia”. Se consideri una nazione una minaccia e un rivale, non vuoi vedere la sua economia crescere rapidamente, giusto?
La risposta, però, non è così scontata. L’esperto, infatti, ricorda che la Cina è una parte enorme dell’economia mondiale. Se vuoi che entri in recessione, sei abbastanza vicino a desiderare che anche il mondo scivoli nella recessione. E se la Cina dovesse crollare, ad esempio se il suo settore immobiliare si sfaldasse, le conseguenze rimbalzerebbero sul sistema finanziario globale. D’altronde proprio in questi mesi turbolenti del 2022 è emerso come i risultati economici del dragone influiscano sui prezzi energetici, delle materie prime e sugli approvvigionamenti di merci.
Rachman sostiene che ci siano due modelli di relazioni economiche a confronto in questa epoca. Il vecchio sistema pone l’accento sull’economia e su ciò che i cinesi chiamano cooperazione vantaggiosa per tutti. La sua tesi è che la stabilità e la crescita economica fanno bene al mondo e che incoraggiano anche utili abitudini di cooperazione internazionale su questioni critiche come il cambiamento climatico.
Il nuovo modello, invece, sostiene che una Cina più ricca si è purtroppo rivelata anche più minacciosa. Pechino ha versato denaro in un potenziamento militare e ha ambizioni territoriali che minacciano Taiwan, India, Giappone, Filippine e altri.
Questo punto di vista sostiene che, a meno che le ambizioni della Cina non cambino o non vengano frenate, la pace e la prosperità globali saranno minacciate. L’attacco della Russia all’Ucraina e lo stretto allineamento tra la Cina di Xi Jinping e la Russia di Vladimir Putin hanno rafforzato l’idea che la migliore lente attraverso cui guardare il mondo sia ora quella che si concentra sulla grande competizione di potere.
Il punto, però, è che una Cina che fallisce potrebbe essere una minaccia per la stabilità mondiale. E potrebbe esserlo anche una Cina che ha successo, se guidata da Xi o da un altro autoritario nazionalista.
Per tutti questi motivi Pechino è un problema per Usa ed Europa: quali relazioni stabilire?
Come gestire la Cina? Suggerimenti per Usa ed Ue
Piuttosto che cercare di impoverire la Cina oppure ostacolare lo sviluppo del Paese, la politica occidentale dovrebbe concentrarsi sul contesto internazionale, in cui sta emergendo una Cina più ricca e più potente.
Secondo Gideon Rachman, l’obiettivo dovrebbe essere quello di plasmare un ordine mondiale che renda meno attraente per Pechino perseguire politiche aggressive.
Questo approccio ha elementi militari, tecnologici, economici e diplomatici. Gli Stati Uniti sono stati molto efficaci nel rafforzare la loro rete di legami di sicurezza con Paesi come il Giappone, l’India e l’Australia, il che dovrebbe aiutare a scoraggiare il militarismo cinese.
Gli sforzi di Washington per evitare che la Cina diventi il punto di riferimento tecnologico mondiale stanno guadagnando slancio, ma sarà molto più difficile coordinarsi con gli alleati, che temono per i propri interessi economici.
Per l’analista, però, l’umore sempre più protezionista dell’America e l’incapacità di firmare nuovi significativi accordi commerciali in Asia, fanno sembrare la controfferta di Washington sempre meno allettante.
L’impegno di Usa ed Europa deve essere determinato: utilizzare gli strumenti politici degli accordi e della cooperazione per rafforzare il mondo e indebolire la forza distruttrice del dragone. La sfida non è semplice. Il 2023 sarà segnato senza dubbio dai giochi di potere di Cina e gli altri.