Big Oil batte ogni record: ecco perché gli investitori non smettono di puntare sul petrolio.
Big Oil vola in borsa ma è chiamata ora a rispondere alle pressioni del mercato, che chiede rafforzamenti delle capacità di produzione e estrazione e, soprattutto, gli scenari chiave di un investimento energetico sempre più pressanti in tempi che non vedono, da un lato, tramontare l’era dell’oro nero, con la domanda a 100 milioni di barili al giorno, ma impongono, dall’altro, di capire quanto lungamente si potrà ancora puntare sulle risorse provate su scala globale.
La borsa punta sulle grandi del petrolio e alcuni dati lo confermano. Il 6 febbraio scorso ExxonMobil, prima azienda non statale del settore, ha superato il valore di 147 dollari ad azione, record storico, coronando un’ascesa del 40% in un anno che ha portato il titolo a superare il valore del 2013, quando era l’azienda più capitalizzata al mondo. Dall’1 gennaio l’ex Standard Oil si è espansa in borsa del 23%.
Da inizio anno, salgono invece di quasi il 19% Chevron, dell’11% la canadese Enbridge, dell’8% Southern Company. Il mondo aspetta l’intelligenza artificiale, ma intanto guarda anche ai settori tradizionalmente estrattivi e, in particolare, il volo dei due giganti di Houston mostra che c’è ancora fame di greggio. Pesano su questo molti fattori. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha sicuramente dato un boost, ma ancor di più è emerso come decisivo il fattore connesso alla fame energetica del settore tecnologico, connesso allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Del resto, il trumpiano Drill, Baby, Drill non si comprende senza pensare alla necessità energetica, da fonti fossili e rinnovabili al tempo stesso, delle Big Tech. [...]
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