Perché l’inflazione bassa fa più male all’Italia che alla Francia e alla Germania

Alberto De Pasquale

18/05/2026

Anche se rispetto alla media europea i rincari generali sono più contenuti, la condizione delle famiglie italiane peggiora: ecco perché.

Perché l’inflazione bassa fa più male all’Italia che alla Francia e alla Germania

A guardare solo un numero si rischierebbe di arrivare a conclusioni parziali. Se è vero che l’inflazione è un indicatore chiave per capire come va il potere d’acquisto, bisogna considerare che esistono altri dati, nascosti dall’indice generale, e ben più rivelatori.

Questo discorso vale soprattutto per le famiglie italiane, che si ritrovano a convivere con una contraddizione solo apparente.

L’inflazione in Italia è più bassa della media europea e molto inferiore nel confronto con alcune delle principali economie dell’Unione, senza però tradursi in un vero vantaggio a livello di spesa.

La bassa inflazione

Osservando l’andamento dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo, nell’ultimo anno l’Italia risulta aver avuto livelli di inflazione relativamente contenuti. Come indicato dal grafico, ad aprile del 2025 l’inflazione (variazione rispetto al mese precedente) era al 2% in Italia e al 2,2% in Germania e in Spagna, a fronte di un altro 2,2% come media dell’Eurozona, mentre in Francia era appena allo 0,9%.

A partire dall’estate scorsa i prezzi sono gradualmente cresciuti soprattutto in Spagna e in misura minore in Germania, mentre sono rimasti più stabili nell’Eurozona e sono diminuiti in Italia. Soprattutto verso fine anno, l’inflazione in Italia è scesa all’1,1% a novembre e all’1,2% a dicembre, mantenendosi bassa anche all’inizio di quest’anno (+1% a gennaio). La linea azzurra indica che l’Italia ha goduto di livelli di inflazione ben più contenuti rispetto a Spagna e Germania e più alti solo della Francia. Ma questo è l’indice generale.

Inflazione generale Inflazione generale Confronto tra Italia, Francia, Germania Spagna ed Eurozona

I beni essenziali

Se si guarda alle spese essenziali, tra cui naturalmente spiccano cibo ed energia, il quadro cambia di molto. Il secondo grafico mostra la situazione riferita soltanto all’ambito di spesa che Eurostat mette sotto la categoria “food”, che corrisponde a gran parte degli alimentari acquistati nei negozi e consumati a casa (esclusi quindi i ristoranti). Durante l’estate dello scorso anno nessuna altra grande economia europea ha sperimentato livelli di inflazione alimentare vicini a quelli toccati in Italia, con rincari sul cibo che hanno superato ampiamente il 3% nel confronto con l’anno precedente, soprattutto a luglio (+3,6%) e agosto (+3,7%), prima di una leggera discesa, senza tuttavia quasi mai andare sotto la media dell’Eurozona.

Anche se per le famiglie italiane l’inflazione è a livelli più bassi guardando all’indice generale, il costo della vita non sta diminuendo proprio perché i prezzi si mantengono più alti per i prodotti a cui non si può rinunciare. Come spiegato dal segretario generale della Fabi (Federazione autonoma bancari italiani), Lando Maria Sileoni, «nelle spese essenziali, a partire dagli alimentari, i prezzi restano più alti e soprattutto continuano a crescere più a lungo rispetto agli altri paesi. Il problema non è solo quanto aumentano i prezzi, ma per quanto tempo restano elevati. In Italia l’inflazione è meno intensa all’inizio, ma più persistente nel tempo. Ed è questa persistenza che continua a erodere il potere d’acquisto». Sul piano aggregato l’Italia risulta tra i grandi paesi Ue meno “inflazionati”, ma si tratta di una consolazione irrilevante se si pensa che i rincari colpiscono le voci più sensibili per la spesa quotidiana.

Inflazione alimentare Inflazione alimentare Confronto tra Italia, Francia, Germania, Spagna ed Eurozona per gli acquisti di generi alimentari

L’Inflazione di fondo

Secondo Istat, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività ad aprile 2026 è cresciuto del 2,7% rispetto allo stesso mese dello scorso anno (dopo l’1,7% di marzo). Sono valori che, a differenza di quanto visto ampiamente lo scorso anno, adesso avvicinano l’Italia alle medie europee. Il riallineamento è dovuto soprattutto ai beni energetici non regolamentati, con prezzi in crescita del 9,6% su base annua, e anche a quelli regolamentati, su del 5,3%, oltre agli alimentari non lavorati, in aumento di circa il 5,9%.

Come sottolinea lo stesso istituto nazionale di statistica, sono proprio i beni energetici e quelli alimentari a pesare maggiormente sulle tasche delle famiglie italiane. Per capirlo basta guardare all’inflazione di fondo, ossia a quella che esclude alcune categorie di prodotto particolarmente volatili, cioè soggette a maggiori oscillazioni di prezzo. Nel caso dell’Italia questo riferimento è molto significativo: ad aprile di quest’anno l’inflazione di fondo, ossia escludendo beni energetici e alimentari freschi, è cresciuta dell’1,6%, rallentando al confronto con l’1,9% rilevato a marzo.

Lo scorso anno la Banca d’Italia aveva analizzato in che modo l’inflazione condiziona le famiglie italiane, scoprendo che ricevere informazioni sui rincari non sempre porta a un vantaggio. Tra il 2022 e il 2024, anni segnati dall’impennata dei costi dell’energia, essere a conoscenza degli alti livelli di inflazione è stato un fattore che ha scoraggiato la spesa, mentre la consapevolezza di una bassa inflazione l’ha incoraggiata, soprattutto tra le famiglie a basso reddito.

Anche in quella fase l’Italia aveva subito un aumento generale dei prezzi più contenuto rispetto alla media Ue, anche se poi il rientro a livelli bassi è stato molto più lento. A uno shock iniziale dei prezzi meno intenso, spesso per l’Italia segue poi una fase di inflazione più duratura e difficile da riassorbire, con le famiglie che restano esposte ai rincari di cibo, energia e di recente anche trasporti, più a lungo e duramente al confronto con la media europea.

Il rischio ora è un nuovo aumento dei costi energetici legato alle tensioni in Medio Oriente, che potrebbe non essersi ancora trasferito totalmente nelle bollette arrivate finora.

Fonte

Eurostat

Istat