In questi giorni la Spagna è finita, suo malgrado, sotto la luce dei riflettori a causa dei disastri naturali che stanno devastando alcune delle sue città, a cominciare da Valencia. Gli effetti della tempesta Dana hanno oscurato tutti gli altri dossier nazionali, inevitabilmente finiti in secondo piano di fronte alle decine e decine di vittime, alle famiglie spezzate e agli ingenti danni materiali.
Eppure, se non ci fossero state le piogge torrenziali di mezzo, Madrid avrebbe avuto di che gioire. La sua economia, infatti, sta continuando a crescere a ritmi più che eccellenti. Gli ultimi dati Eurostat hanno registrato un convincente +3,4% su base annua nel periodo compreso tra luglio e settembre.
Un risultato eccellente, dicevamo, tanto più considerando che la media del tasso di crescita della zona euro oscilla intorno ad uno striminzito 0,9%. Come ha fatto, dunque, la Spagna a diventare la prima della classe? Proprio lei che, insieme a Portogallo, Italia e Grecia, aveva dato vita ai Pigs, ovvero al gruppo di Paesi membri dell’Unione europea accomunati da situazioni finanziarie non virtuose e deficitarie?
Gli ingredienti della crescita
Innanzitutto è bene ricordare che, alla base del forte aumento del pil iberico registrato ancora oggi, c’è un motivo legato alla pandemia di Covid-19. La Spagna era stata infatti colpita in modo sproporzionato dall’avvento del virus e, essendo una nazione dipendente dal turismo, la sua economia ha impiegato molto più tempo rispetto agli altri Paesi a riprendersi dallo shock.
In ogni caso, i numeri dell’Instituto Nacional de Estadística spagnolo sono chiari: soltanto a settembre, la Spagna ha ricevuto 9,6 milioni di turisti internazionali, con un aumento del +9,1% su base annua. La loro spesa, intanto, è salita del +12,7% sulla solita base annua a quota 12,62 milioni di euro. Certo, il turismo di massa ha scatenato non poche proteste in città quali Barcellona e Maiorca, ma ha anche riempito le casse di Madrid.
Arriviamo al secondo ingrediente della crescita economica spagnola: l’immigrazione. Centinaia di migliaia di immigrati, principalmente provenienti dall’America Latina, si sono trasferiti in Spagna per colmare le carenze di manodopera post pandemia, soprattutto nei settori della tecnologia e della ristorazione.
Nel terzo trimestre del 2024, il tasso di disoccupazione del Paese è sceso all’11,21%, il livello più basso dalla crisi finanziaria del 2008. L’offerta di manodopera disponibile, alimentata principalmente dalla citata immigrazione, ha consentito alle aziende nazionali di aumentare la produzione – e quindi, indirettamente, le esportazioni - senza gravare eccessivamente sui propri bilanci.
È presto per parlare di miracolo?
Per completare il quadro vale la pena citare gli investimenti statali, e cioè il terzo ingrediente della crescita spagnola. Madrid riceverà 163 miliardi di euro attraverso il fondo Next Generation EU dell’Unione Europea (alla fine di ottobre ne aveva ricevuti 48,3). Nel frattempo i consumi continuano ad essere robusti e l’inflazione al di sotto del 2%.
Gli esperti si chiedono adesso quando possa durare la crescita iberica. Molto dipenderà dagli investimenti nel lungo periodo e da come il Paese incrementerà la produttività in settori solitamente meno performanti. A proposito di investimenti, nel settore delle energie rinnovabili, uno dei punti di forza della nazione, nel 2023 la Spagna ha attirato 77 nuovi progetti, classificandosi al primo posto a livello mondiale insieme agli Stati Uniti.
È importante tuttavia distinguere il pil nominale dal pil pro capite: quanto appena spiegato ha stimolato il secondo ma non ha quasi toccato il primo. Detto altrimenti, gli spagnoli hanno visto miglioramenti nell’economia quotidiana molto inferiori rispetto ai numeri aggregati che descrivono il sistema-Paese, e questo aiuta a spiegare perché c’è ancora un certo malcontento nonostante i solidi dati economici.