La guerra contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio con l’operazione congiunta USA–Israele, sta entrando in una fase politicamente più complessa.
Non tanto sul piano militare — dove il coordinamento resta stretto — quanto su quello strategico e politico, dove emergono divergenze sempre meno occultabili tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu.
Il punto di rottura è ormai evidente: non combattono più esattamente la stessa guerra.
Il caso South Pars: la prima frattura pubblica
L’episodio che ha reso visibile la divergenza è l’attacco israeliano al gigantesco giacimento di gas di South Pars, infrastruttura critica per l’economia iraniana e per gli equilibri energetici globali.
Trump ha preso apertamente le distanze. Secondo quanto riportato, avrebbe detto chiaramente a Netanyahu:
“Don’t do that” (Non farlo).
E soprattutto ha sottolineato di non aver approvato l’operazione.
Netanyahu, dal canto suo, ha rivendicato l’autonomia decisionale israeliana, ammettendo implicitamente lo scarto strategico: Israele può agire anche senza il via libera americano.
Non è un dettaglio. È il segnale che la catena di comando politica non è più perfettamente allineata.
Due obiettivi diversi: contenimento vs regime change
Dietro l’episodio specifico c’è una divergenza molto più profonda sugli obiettivi finali della guerra.
Fonti interne all’amministrazione USA parlano con chiarezza:
- “Israele ha altre priorità, e lo sappiamo”
- “[In Israele] sono molto più interessati di noi a eliminare la leadership iraniana”
La linea americana, almeno nella visione di Trump, appare sempre più definita: - distruzione delle capacità nucleari e missilistiche iraniane
- indebolimento militare
- uscita dal conflitto una volta raggiunti questi obiettivi
Il regime change resta, al massimo, un “bonus”.
Israele invece persegue apertamente una strategia più radicale: - decapitazione della leadership (già avvenuta con l’uccisione di Khamenei)
- destabilizzazione interna
- possibile intervento terrestre
In altre parole: Washington cerca un punto di uscita. Tel Aviv no.
Energia, escalation e pressione politica su Trump
Un altro elemento di frizione è l’impatto economico della guerra.
L’attacco alle infrastrutture energetiche ha provocato:
- impennata dei prezzi
- ritorsioni iraniane nel Golfo
- timori tra gli alleati asiatici e mediorientali
Secondo Reuters, Trump avrebbe chiesto esplicitamente a Israele di fermare ulteriori attacchi al settore energetico, proprio per contenere le conseguenze sui mercati.
Qui emerge un punto chiave: Trump ragiona anche in termini di consenso interno e stabilità economica. Netanyahu molto meno.
Il fattore Joe Kent: la crepa dentro la Casa Bianca
In questo contesto si inserisce la variabile più sottovalutata — ma potenzialmente decisiva —: la vicenda di Joe Kent.
L’ex direttore del National Counterterrorism Center si è dimesso con una lettera durissima, sostenendo che:
- l’Iran “non rappresentava una minaccia imminente”
- gli Stati Uniti sarebbero stati spinti alla guerra da una “misinformation campaign” legata anche a Israele.
In un passaggio ancora più significativo, Kent ha denunciato di non essere riuscito a influenzare la linea politica, parlando di una deriva rispetto all’“America First”.
Si tratta di un attacco diretto non solo alla guerra, ma al processo decisionale interno.
Perché Kent pesa più di quanto sembri
Kent non è un dissidente qualsiasi:
- è un ex Green Beret e CIA
- è interno alla macchina di sicurezza nazionale
- rappresenta una componente reale della base trumpiana: quella anti-interventista
La sua uscita segnala una frattura dentro la coalizione politica di Trump.
E soprattutto introduce un rischio: che il presidente inizi a ricalibrare la strategia per non perdere consenso interno.
Trump può cambiare linea?
È qui che i due piani — geopolitico e politico — si intersecano.
Trump, finora, è stato tra i più favorevoli all’azione militare. Ma:
- alcuni suoi consiglieri prevedono che voglia chiudere il conflitto prima di Netanyahu
- le pressioni interne stanno aumentando
- il costo economico della guerra cresce
Se il caso Kent dovesse diventare simbolo di un dissenso più ampio, Trump potrebbe:
1. accelerare verso una “exit strategy”
2. frenare ulteriori escalation israeliane
3. ridefinire gli obiettivi come già raggiunti (classico framing trumpiano)
Gli scenari possibili
A questo punto, si delineano tre scenari realistici:
1. Divergenza controllata (scenario base)
USA e Israele continuano a cooperare militarmente, ma con strategie parallele.
È la situazione attuale: frizioni, ma nessuna rottura.
2. Pressione americana su Israele
Trump impone limiti operativi (soprattutto su energia e escalation regionale).
Netanyahu rallenta, ma senza rinunciare all’obiettivo finale.
3. Disallineamento strategico
Gli Stati Uniti cercano un’uscita anticipata, mentre Israele prosegue verso il regime change.
Questo sarebbe il vero punto di svolta — e il più rischioso.
Unità tattica, divergenza strategica.
La guerra in Iran sta mostrando una dinamica classica delle coalizioni asimmetriche: unità tattica, divergenza strategica.
Trump e Netanyahu restano alleati. Ma non stanno più perseguendo lo stesso “endgame”.
E se la pressione interna — incarnata dal caso Joe Kent — dovesse crescere, il vero cambio di rotta potrebbe arrivare non da Teheran, ma da Washington.