Sembra un paradosso, il prezzo dell’oro sale, mentre il dollaro scende. Non lo è. Il dollaro, da sempre visto come il rifugio sicuro quando i mercati tremano, ha perso quasi il 10% da inizio anno. Al contrario, l’oro, l’altro grande protagonista delle fasi di incertezza, continua a spingersi sempre più in alto, segnando nuovi massimi storici. Negli ultimi mesi le quotazioni hanno sfondato i 3.500 dollari l’oncia, toccando punte a 3.640 sul Comex, e la corsa non accenna a rallentare. Un movimento che sorprende, soprattutto se si considera che l’economia americana continua a mostrarsi più solida del previsto e che la Federal Reserve, pur avendo avviato la stagione dei tagli ai tassi, non smette di ribadire fiducia nella crescita.
La risposta va cercata nelle pieghe della geopolitica e nei conti delle banche centrali. Ma perché i grandi attori finanziari stanno riducendo la quota di dollari in portafoglio per sostituirla con oro fisico? Si tratta solo di un effetto passeggero, alimentato dall’incertezza e dalle mosse della Fed, o stiamo assistendo a un cambiamento strutturale negli equilibri monetari mondiali?
L’oro, da millenni sinonimo di valore universale, sembra tornato al centro della scena in un gioco di potere che mette in discussione la supremazia del biglietto verde. Ecco perché.
L’oro dei record e la “de-dollarizzazione”
Da inizio anno l’oro ha guadagnato circa il 36%, spinto da una serie di fattori che vanno oltre il semplice nervosismo dei mercati. A pesare è soprattutto l’accumulo record di metallo prezioso da parte delle banche centrali: oltre mille tonnellate acquistate in media ogni anno, con i Paesi emergenti in prima linea. Cina, India, Turchia e Russia hanno alleggerito le proprie riserve in dollari, preferendo l’oro come alternativa più solida in caso di turbolenze valutarie.
Riserve globali di Oro
Fonte MoneyMetals, IMF
Il fenomeno è stato ribattezzato “de-dollarizzazione”, un processo lento ma costante che riduce il peso del dollaro nei portafogli globali. L’ultimo report della Bce segnala come la quota di dollari e yuan nelle riserve stia scendendo, mentre l’oro ha addirittura superato l’euro in termini di rilevanza. È la fotografia di un mondo sempre più multipolare, senza un’unica valuta di riferimento. In questo scenario, il debito americano, con un rapporto debito/Pil oltre il 120%, diventa un punto debole. Per finanziare la macchina statale, gli Stati Uniti devono collocare enormi quantità di titoli in dollari, ma se il valore della loro moneta scivola, il gioco rischia di incepparsi.
Grafico EUR/USD
Fonte Tradingview
E qui si innesta un’altra dinamica chiave: l’EUR/USD. Con la Fed che ha già avviato i tagli ai tassi e la Bce che si muove più cauta, il cambio si muove lungo il lato superiore del canale correttivo in formazione negli ultimi due mesi, i cui riferimenti sono attualmente a 1,1720 e 1,1350. Una valuta americana più debole rende l’oro, quotato in dollari, ancora più appetibile per chi compra con altre monete. È un circolo vizioso che alimenta la corsa ai preziosi e mette pressione sul biglietto verde.
Cosa significa per risparmiatori e investitori
Per chi risparmia o investe, il binomio oro forte e dollaro debole non è un dettaglio da poco. In termini pratici, significa che detenere asset denominati in dollari, dai Treasury ai fondi azionari USA, comporta oggi un rischio di cambio maggiore, soprattutto per chi ragiona in euro. È un elemento da tenere a mente nei piani pensionistici e nelle strategie di lungo periodo.
A livello operativo, gli investitori più cauti potrebbero considerare l’oro come copertura, magari con piccoli ingressi attraverso ETF fisici o con piani di accumulo per evitare di inseguire i massimi. Chi invece ha un profilo più aggressivo può sfruttare la volatilità dell’eurodollaro: un dollaro che scende sotto pressione dei tagli Fed potrebbe rafforzare l’euro, ma eventuali scosse geopolitiche possono ribaltare rapidamente il quadro.
Il messaggio che arriva dai mercati è chiaro: occorre monitorare l’andamento dell’oro. Non sappiamo se il rally continuerà o se ci sarà una correzione, ma ignorare questa dinamica significherebbe sottovalutare un cambiamento profondo. I mercati restano ciclici, il dollaro potrà recuperare terreno e l’oro correggere i suoi eccessi, ma la spinta delle banche centrali a riequilibrare le riserve resta un dato di fatto. Ed è proprio lì che si gioca la partita nel lungo termine.
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Grafico Dollar Index (DXY)
Fonte Tradingview
Il primo scenario è quello di un rimbalzo del dollaro. Se i dati macro USA continueranno a sorprendere al rialzo, con inflazione più ostinata o consumi forti, la Fed potrebbe rallentare il ritmo dei tagli, spingendo l’EUR/USD verso il basso. In questo caso l’oro, molto sensibile ai rendimenti reali americani, potrebbe smorzare la sua corsa.
Il secondo scenario è l’opposto: l’euro che accelera. Una Bce meno aggressiva ma comunque coerente con la discesa dell’inflazione potrebbe lasciare spazio a un rafforzamento dell’euro sopra quota 1,20, con l’oro che continuerebbe a beneficiare di un dollaro più debole e di acquisti costanti da parte delle banche centrali. Le previsioni di ING vanno in questo senso, con il cambio a 1,17 entro fine settembre e a 1,20 per fine 2025.
Il terzo è lo scenario laterale, quello che stiamo vivendo adesso. Le due grandi valute restano ingabbiate in un range, con il DXY che oscilla tra 97 e 99 punti e l’eurodollaro che fatica a rompere i livelli chiave. In questo contesto, l’oro potrebbe restare su valori elevati ma senza eccessi, continuando a svolgere il suo ruolo di assicurazione nei portafogli.
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