La crisi finanziaria di Saks riaccende i dubbi sul futuro dei grandi magazzini di lusso negli Stati Uniti e mette alla prova la forte esposizione al canale wholesale di Brunello Cucinelli.
Le difficoltà di Saks Global, il gruppo che controlla nomi storici come Saks Fifth Avenue, Neiman Marcus e Bergdorf Goodman, stanno attirando l’attenzione di investitori e analisti del lusso. Dopo il mancato pagamento di una rilevante cedola sul debito e l’uscita dell’amministratore delegato, l’ipotesi di una ristrutturazione o di un ricorso al Chapter 11 negli Stati Uniti appare sempre più concreta.
Uno scenario che non riguarda solo il destino dei grandi magazzini americani, ma che rischia di avere effetti a catena su quei marchi che continuano a considerarli un pilastro del proprio modello distributivo. Tra questi Brunello Cucinelli, simbolo del lusso italiano di altissima gamma e da sempre convinto sostenitore del ruolo dei department store.
La strategia controcorrente di Cucinelli
Negli ultimi dieci anni gran parte dei grandi gruppi del lusso ha progressivamente ridotto il peso del canale wholesale, privilegiando negozi monomarca e controllo diretto della distribuzione. La scelta è stata dettata dall’esigenza di proteggere i margini, gestire meglio i prezzi e ridurre la dipendenza da operatori terzi in difficoltà. Brunello Cucinelli ha seguito una strada diversa: circa un terzo dei ricavi del gruppo proviene ancora da partner multibrand, una quota nettamente superiore rispetto a quella di molti concorrenti diretti.
Secondo il fondatore, i grandi magazzini restano “custodi del marchio” e svolgono un ruolo essenziale nella costruzione dell’immagine e nel rapporto con una clientela internazionale di fascia altissima. Nonostante il contesto complesso, Cucinelli ha ribadito che l’impatto operativo delle difficoltà di Saks è stato finora limitato, parlando solo di lievi ritardi nei pagamenti e affermando: “Non prevediamo rischi economici, se non estremamente contenuti”.
La crisi di Saks e i rischi per i fornitori
Il caso Saks, però, va oltre la singola relazione commerciale. Le tensioni finanziarie del gruppo riflettono una fase di debolezza più ampia per il mercato globale del lusso, che fatica a ritrovare slancio dopo anni di crescita rallentata. In questo quadro, un eventuale fallimento o una profonda ristrutturazione dei grandi magazzini USA potrebbe tradursi per i fornitori in incassi posticipati, riduzione degli ordini o minore visibilità nei punti vendita chiave.
Gli analisti sottolineano che Brunello Cucinelli è più esposto di altri brand a questo rischio, proprio per la centralità attribuita al wholesale, soprattutto negli Stati Uniti. Allo stesso tempo, evidenziano come la solidità finanziaria del gruppo e la sua diversificazione geografica rappresentino un importante fattore di protezione. Il marchio umbro ha infatti continuato a crescere anche nel 2025, registrando un aumento delle vendite sia nel retail diretto sia nel canale multibrand e rivedendo al rialzo le stime di crescita annuale.
Grandi magazzini: problema o opportunità?
La vicenda riapre dunque una questione cruciale per il settore: i grandi magazzini sono destinati a diventare un anello debole della filiera del lusso o possono ancora reinventarsi come hub di esperienza e selezione? Cucinelli resta convinto della seconda ipotesi, arrivando a dichiarare che “ipoteticamente parlando, comprerei Saks Global domani”, a dimostrazione della fiducia nel modello.
Nel breve periodo, il dossier Saks sarà osservato con attenzione da mercati e investitori, perché potrebbe rappresentare un banco di prova per la resilienza delle strategie più tradizionali. Nel medio termine, la scelta di Brunello Cucinelli di non abbandonare il wholesale, ma di integrarlo con una rete retail selettiva e coerente con i valori del brand, potrebbe rivelarsi un vantaggio competitivo se il lusso troverà un nuovo equilibrio tra negozi monomarca, e-commerce e grandi magazzini storici.
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