Il debito USA ha superato i 39mila miliardi. Non è una crisi imminente: è qualcosa di più insidioso. E i rendimenti dei BTP potrebbero pagarne il prezzo.
Per molti anni il debito pubblico degli Stati Uniti è stato trattato come una specie di fondale immobile. C’era, cresceva, ogni tanto tornava nel dibattito politico, poi veniva di nuovo assorbito dalla forza del dollaro, dalla profondità di Wall Street e dalla convinzione che il Treasury fosse l’asset più sicuro del pianeta. Era il debito della superpotenza, quindi qualcosa di diverso dal debito degli altri.
Oggi quella certezza non è scomparsa, ma si è incrinata. Non perché Washington sia alla vigilia di un default classico, come un Paese emergente indebitato in valuta straniera. Il problema è più sottile e, proprio per questo, più difficile da ignorare. Gli Stati Uniti continuano a emettere la moneta di riserva globale, ma devono finanziare una montagna di debito sempre più grande in un mondo che non compra più Treasury con la stessa automatica fiducia di prima.
La domanda seria non è se domani mattina l’America fallirà - questa è una caricatura. La domanda è un’altra: che cosa accade ai mercati globali quando l’asset considerato privo di rischio comincia a richiedere un premio sempre più alto per essere detenuto? È qui che il debito americano smette di essere una faccenda contabile di Washington e diventa una variabile centrale per obbligazioni, Borse, valute, banche centrali e risparmiatori di tutto il mondo. [...]
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