Perché è molto probabile che il crollo del dollaro contro l’Euro (e non solo) continui

Claudia Cervi

10/06/2025

Il declino del dollaro USA preoccupa i mercati. EUR/USD raggiungerà davvero 1,25? Ecco i motivi dietro la crisi e gli scenari attesi nel 2025.

Perché è molto probabile che il crollo del dollaro contro l’Euro (e non solo) continui

Il dollaro non è più la valuta rifugio di una volta. Dopo anni di dominio incontrastato, nel 2025 il biglietto verde appare sempre più vulnerabile.

I segnali che arrivano dai mercati, dagli analisti e dalle principali banche d’investimento parlano chiaro: il crollo del dollaro USA potrebbe non essere finito. Anzi, c’è chi scommette che l’euro supererà quota 1,20 entro la fine dell’anno, trainato da un’Europa più stabile e da un’America sempre più avvolta in incertezze economiche e politiche.

Cosa sta succedendo? E perché è difficile immaginare un’inversione di tendenza nel breve periodo?

Gli investitori fuggono dagli asset americani

Il dollaro ha perso oltre il 10% rispetto all’euro da inizio anno. Un dato che, da solo, sarebbe sufficiente a scatenare l’allarme. Ma la vera notizia è che questa discesa non sembra affatto transitoria. Il problema non è solo macroeconomico: è un fatto di fiducia. La politica commerciale sempre più isolazionista dell’amministrazione Trump, fatta di dazi a ondate e minacce diplomatiche, ha minato alla base il ruolo del dollaro come valuta di riferimento globale.

Negli ultimi mesi, si è assistito a una vera e propria rotazione dei portafogli da parte degli investitori internazionali: meno asset denominati in dollari, più titoli europei, più diversificazione valutaria. Il cosiddetto “flight to quality” questa volta è dagli USA alla nostra parte dell’Atlantico. L’indice DXY, che misura la forza del dollaro rispetto a un paniere di valute, è sceso dell’8,5% nel 2025.

Indice DXY Indice DXY Fonte Tradingview

Bank of America parla di un “cambiamento di mentalità collettivo” che mette in discussione la centralità stessa del dollaro sui mercati globali.

Eppure, i rendimenti dei titoli di Stato americani sono saliti. Il T-bond a 10 anni è passato dal 4% al 4,5% in pochi mesi. Tradizionalmente, questo dovrebbe rafforzare il dollaro, rendendo più appetibili gli investimenti USA. Ma stavolta è accaduto l’opposto: gli investitori hanno letto l’aumento dei rendimenti come un segnale di maggiore rischio, non di opportunità. Sintomo che la crisi di fiducia è profonda, e non basteranno due dati macro positivi per invertire la rotta.

Perché è molto probabile che il crollo del dollaro contro l’Euro (e non solo) continui

Oltre alla fuga degli investitori, ci sono motivi più strutturali che suggeriscono come il declino del dollaro non sia un semplice inciampo di breve periodo. La legge di bilancio dell’amministrazione Trump si traduce in deficit pubblici cronici e in squilibri delle partite correnti. In pratica, più spesa pubblica senza coperture solide e un flusso di capitali in uscita che mette ulteriore pressione sul dollaro.

Ma a pesare è anche una norma contenuta nel nuovo pacchetto fiscale approvato alla Camera USA: la cosiddetta Section 899, ribattezzata dai mercati “revenge tax”. Si tratta di una disposizione che prevede un aumento delle imposte per individui e imprese di Paesi con politiche fiscali considerate “discriminatorie” dagli Stati Uniti.

Secondo Ludovic Subran, chief economist di Allianz, se questa misura dovesse entrare in vigore, potrebbe scatenare un vero terremoto: un crollo del dollaro del 5%, un selloff azionario del 10% e un’impennata dei rendimenti dei Treasury. In sostanza, una stretta fiscale mascherata da protezionismo, che rischia di innescare fughe di capitali e tensioni finanziarie globali.

Grafico EUR/USD Grafico EUR/USD Fonte Tradingview

Il punto è che i mercati, finora, non stanno ancora prezzando del tutto questo scenario. Eppure, persino il Joint Committee on Taxation del Congresso mette in guardia che la norma, se attuata, potrebbe ridurre il gettito federale annuo di oltre 12 miliardi di dollari già nel 2033, vanificando le stesse promesse fiscali dell’amministrazione. Dunque questa misura paradossalmente potrebbe “annientare l’intera agenda economica di Trump”, come ha sottolineato Allianz.

Le principali banche d’affari, da Morgan Stanley a Deutsche Bank, passando per Nomura, hanno rivisto le loro previsioni sull’euro/dollaro, vedendo un target tra 1,20 e 1,25 entro fine 2025 o massimo metà 2026. La Fed, da parte sua, è paralizzata: da un lato non può abbassare i tassi senza un calo deciso dell’inflazione, dall’altro è sotto assedio politico. Le ripetute minacce di Trump al governatore Powell hanno creato un clima tossico attorno all’indipendenza della banca centrale. E sui mercati, l’incertezza istituzionale si paga.

Nel frattempo, l’Europa si muove, lentamente ma con una certa coerenza. Il patto di stabilità è sospeso, la Germania spende di più, e la Banca Centrale Europea sembra ormai vicina alla fine della sua fase di allentamento monetario. Se il quadro economico si stabilizza e la crescita dell’eurozona si consolida sopra l’1%, allora la moneta unica potrebbe diventare paradossalmente il nuovo “porto sicuro” per i capitali globali.

In questo scenario, un eventuale rimbalzo del dollaro potrebbe essere considerato dai grandi investitori come un’occasione per vendere ancora. Il trend, insomma, è chiaro: il dollaro ha una debolezza strutturale.

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