L’idea di una “Trump inflation trade” rappresenta un caso emblematico della psicologia collettiva nei mercati finanziari: un fenomeno di entusiasmo speculativo che appare scollegato sia dai fondamentali economici degli Stati Uniti sia dalla realtà politica di Capitol Hill.
Tuttavia, un’analisi approfondita delle politiche fiscali e monetarie suggerisce che molte delle aspettative alimentate dalla vittoria di Donald Trump potrebbero scontrarsi con limiti strutturali e politici.
Subito dopo la vittoria di Trump, molti investitori hanno ipotizzato che il nuovo governo avrebbe lanciato un massiccio stimolo fiscale, inondando l’economia di spesa pubblica. Tuttavia, difficilmente i Repubblicani riusciranno a varare un grande stimolo fiscale.
Il Senato, privo di una maggioranza qualificata, costringerà Trump a fare affidamento sul processo di riconciliazione del bilancio, un percorso complesso e limitato. Inoltre, i Repubblicani saranno già impegnati nel tentativo di evitare il “fiscal cliff” del 2025, quando i tagli fiscali del 2017 scadranno.
La previsione di un aumento massiccio della spesa pubblica è ulteriormente messa in dubbio dalle stime del modello del bilancio della Penn-Wharton, secondo cui le promesse fiscali di Trump aggiungerebbero 4,1 trilioni di dollari ai deficit primari nei prossimi dieci anni. Tuttavia, questa cifra rappresenta principalmente il rinnovo dei tagli fiscali esistenti, un intervento che non avrebbe un vero effetto espansivo sull’economia.
Dopo la vittoria elettorale, i rendimenti dei Treasury a 10 anni hanno registrato un’impennata di 70 punti base, iniziata già da settembre, ma i mercati obbligazionari stanno ora ridimensionando le loro aspettative. L’effetto Trump sull’inflazione si dissolverà, proprio come accaduto dopo il 2016.
Inoltre, la responsabilità dei crescenti deficit fiscali cadrà interamente sui Repubblicani, rendendoli il bersaglio principale di eventuali conseguenze economiche, come un’inflazione più alta o una politica fiscale mal calibrata. Questo rischio potrebbe indurre i legislatori a frenare i progetti di taglio delle tasse, come suggerito da Jason Smith, presidente della Commissione Ways and Means, che insiste sulla necessità di compensare i tagli con nuovi introiti, ad esempio tramite dazi.
Le esperienze del primo mandato di Trump offrono una lezione importante: i tagli fiscali alle imprese non hanno prodotto significativi aumenti della produzione o degli investimenti. La riduzione dell’imposta societaria dal 35% al 21% ha avuto un effetto marginale sull’economia reale, con gran parte del beneficio che è confluito in dividendi e riacquisti di azioni, alimentando così i mercati finanziari piuttosto che l’economia reale.
Se Trump dovesse ridurre ulteriormente l’aliquota al 15%, è probabile che si ripeta lo stesso schema. Parallelamente, le proposte per agevolazioni fiscali mirate – come esenzioni per le mance, gli straordinari o il credito per i figli – rischiano di essere più che compensate da politiche come una tassa sui consumi (ad esempio, i dazi), che graverebbe soprattutto sui ceti più poveri, riducendo la domanda complessiva.
I dazi, centrali nella strategia economica di Trump, non sono inflazionistici in senso stretto, ma provocano un aumento “una tantum” dei prezzi, secondo uno studio della Federal Reserve del 2018. Tuttavia, se combinati con misure di ritorsione commerciale, potrebbero causare un effetto recessivo, in netto contrasto con la narrativa di una politica espansiva.
Anche le politiche migratorie potrebbero avere implicazioni economiche significative. La deportazione di 10-15 milioni di lavoratori senza documenti avrebbe un impatto diretto su settori come l’agricoltura e la lavorazione della carne, che dipendono fortemente da questa manodopera. Secondo il Baker Institute, i migranti rappresentano il 40% dei lavoratori agricoli negli Stati Uniti. Le deportazioni ridurrebbero quindi la forza lavoro, facendo aumentare i costi alimentari e comprimendo la domanda, con effetti stagflazionistici sull’economia.
Un ulteriore elemento di incertezza è rappresentato dall’andamento dell’economia statunitense. La regola di Sahm, un indicatore di recessione, è stata attivata quest’estate. Nonostante un lieve miglioramento nei dati sull’occupazione, segnali come il rallentamento del mercato del lavoro e gli effetti ritardati della stretta monetaria della Fed suggeriscono che l’economia potrebbe indebolirsi ulteriormente nei prossimi mesi.
La narrativa di un Trump che rilancia l’economia con stimoli fiscali e tagli alle tasse potrebbe rivelarsi fallace mentre all’opposto si potrebbe verificare un’era di austerità, caratterizzata da deregulation estrema, riduzione del ruolo dello Stato e una politica fiscale poco espansiva.
La combinazione di tagli fiscali, politiche commerciali restrittive e un possibile rallentamento economico dipinge uno scenario complesso, in cui l’espansione promessa da Trump potrebbe trasformarsi in una stretta economica. L’idea che l’amministrazione Trump-Musk possa alimentare l’inflazione, mantenere un dollaro forte e spingere i mercati sembra poco plausibile.