Oggi è attuale la questione Groenlandia che fa gola agli USA, ma già nel 1917 i danesi cedettero loro territori agli americani.
La questione Groenlandia è tornata oggi di stretta attualità dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ne ha apertamente richiesto il controllo alla Danimarca per ragioni di sicurezza nazionale. Trump punta al territorio artico sia per motivi strategici, legati al controllo di una zona sempre più contesa anche da Russia e Cina, sia per lo sfruttamento delle enormi risorse naturali presenti nel sottosuolo.
La Groenlandia, pur godendo di un’ampia autonomia, resta formalmente sotto sovranità danese, e Copenaghen non ha alcuna intenzione di cedere il territorio agli Stati Uniti. Su questo punto la Danimarca può contare anche sull’appoggio dell’Unione Europea, che in modo unanime si è detta contraria a qualsiasi ipotesi di «svendita» della Groenlandia, considerata storicamente parte dell’area europea. Trump, tuttavia, non sembra intenzionato a fare passi indietro e continua a esercitare pressioni su Copenaghen. Durante un recente incontro con i giornalisti, ha dichiarato apertamente di ritenere che i leader europei non si opporranno, ricordando di aver già minacciato dazi fino al 200% sui prodotti europei in caso di disaccordo.
Non tutti sanno, però, che nel corso della storia la Danimarca ha già ceduto territori agli Stati Uniti per una cifra vicina ai 25 milioni di dollari. Questo avvenne nel 1917, quando Copenaghen vendette parte del proprio impero coloniale a Washington. Si trattava delle isole di Saint Thomas, Saint John e Saint Croix, oggi conosciute come Isole Vergini Americane. La vendita non fu il risultato di un semplice accordo economico, ma di una complessa operazione geopolitica maturata nel pieno della Prima guerra mondiale.
La Danimarca cedette parte delle sue colonie agli Stati Uniti
All’inizio del Novecento, la colonia danese delle cosiddette Indie Occidentali attraversava una fase difficile. Le frequenti tempeste avevano ridotto drasticamente la produzione di zucchero, mentre le tensioni sociali e politiche erano in aumento. A complicare ulteriormente il quadro fu l’interesse mostrato dall’Impero tedesco verso le isole caraibiche alla fine dell’Ottocento. Questo scenario allarmò gli Stati Uniti, che vedevano con preoccupazione la possibile influenza di una potenza europea ostile nelle immediate vicinanze dei propri confini.
Per ragioni di sicurezza nazionale, Washington propose alla Danimarca l’acquisto delle isole offrendo inizialmente 5 milioni di dollari. L’offerta venne respinta dal Parlamento danese, soprattutto dalle forze conservatrici, contrarie a ulteriori cessioni territoriali. Lo scoppio della Prima guerra mondiale aggravò però la situazione. La Danimarca, rimasta neutrale, faticava a mantenere i collegamenti con le colonie lontane, mentre sulle isole il calo del raccolto portò a scioperi e disordini, costringendo il governo danese a inviare una nave da guerra per ristabilire l’ordine.
Il presidente statunitense Woodrow Wilson non rinunciò al progetto e, per scongiurare il rischio di un controllo tedesco, rilanciò le trattative, condotte in gran segreto anche a causa delle divisioni interne alla Danimarca. Alla fine, il 14 dicembre 1916, un referendum, il primo nella storia danese, sancì la cessione delle isole agli Stati Uniti, completata il 1º aprile 1917 per 25 milioni di dollari.
Con quella vendita, la Danimarca consolidò poi la propria sovranità sulla Groenlandia. Dopo la cessione, la valuta danese rimase moneta legale nelle isole fino al 1934, quando fu sostituita dal dollaro. Ancora oggi sopravvivono alcune tradizioni di origine danese, come la guida a destra. Questo episodio storico dimostra come, già in passato, gli Stati Uniti abbiano puntato su territori danesi per motivi di sicurezza. Le analogie con il caso Groenlandia sono evidenti, anche se oggi la Danimarca può contare sul sostegno dell’Unione Europea, un fattore che all’inizio del Novecento non esisteva.
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