Per fermare la guerra di Putin, non basta Trump

Glauco Maggi

07/06/2025

Accusato di filo-putinismo da sinistra e Dem USA, Trump rivendica il no alle guerre infinite, ma ora la realtà ucraina lo costringe a scegliere tra isolazionismo e leadership globale.

Per fermare la guerra di Putin, non basta Trump

L’opposizione Democratica negli USA e la sinistra in Italia giudicano Trump e le sue mosse in politica estera in modo sommario e sbagliato. Lo accusano di essere un guerrafondaio, un Hitler che è d’accordo con Putin, che vuole la sconfitta dell’Ucraina per spartirsi il mondo con i dittatori di Mosca e di Pechino. Evidentemente sono ancora convinti che affibbiare a Trump l’etichetta del leader irresponsabile sia la strategia vincente.

Ricordate? Quella usata, fin dalla sua vittoria del 2016, dall’establishment politico e militare bipartisan per tentare di negargli l’accesso al “bottone nucleare”, cioè la prerogativa di ogni presidente, sostenendo che era un pazzo.

Gli anni della sua prima amministrazione, nella quale gli USA non si sono imbarcati in nessuna nuova guerra (quella con l’ISIS, lascito dell’imbelle Obama, Trump la risolse tra gli applausi di tutti in pochi mesi), non hanno scalfito il giudizio propagandistico generalmente diffuso ancora oggi.
Non è che la politica estera di Trump non offra il fianco a critiche, ma il farle richiede l’approccio onesto di partire dalla realtà, ossia dalle situazioni più o meno acute di crisi, Ucraina in testa, e dal suo comportamento.

Anche se non ha ancora fondato una teoria generale di politica estera, Trump ha mostrato di avere dei punti fermi. Il suo distacco dai principi che hanno informato le mosse, e le guerre, del neo-conservatore George W. Bush è nettissimo.
Pur se espressione dello stesso partito Repubblicano, i due non potevano raggiungere conclusioni tanto diverse. Trump non è mai stato in divisa, ma ha sempre condannato la guerra in Iraq perché non crede che la democrazia alla occidentale possa essere esportata in culture e scenari agli antipodi da noi.

George W. Bush, più di suo padre, legava la sicurezza dell’Occidente alla promozione degli avanzamenti sociali-economici-culturali in Medio-Oriente.
Dopo l’11 settembre, Bush credeva che solo conquistando quei paesi alla causa della democrazia si sarebbero evitati nuovi attacchi. Una visione che portò all’invasione dell’Iraq nel 2003.
Le “guerre infinite”, che Trump ha preso di mira, con favorevole seguito popolare e bipartisan, nelle sue campagne elettorali.

Ron DeSantis, ex rivale di Trump, pur avendo servito in Iraq, ha confermato che era impossibile costruire lì una democrazia in stile occidentale: “le differenze culturali erano troppo ampie”, ha scritto.
Il problema è che i neocon, strigliati da Trump e DeSantis, affrontavano un nemico (islamo-fascismo) senza armi nucleari. Ma oggi, con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, lo scenario è diverso.
Putin ha un arsenale nucleare ed è un ideologo autoritario che rimpiange l’Unione Sovietica. Non può essere trattato come i nemici del passato.

Trump e chi lo appoggia non possono più usare l’argomento anti-Bush. L’opinione pubblica americana è divisa. Il 30% pensa che si dia troppo appoggio a Kiev, il 22% che non se ne dia abbastanza.
L’isolazionismo americano, alimentato dalle guerre fallite in Afghanistan, Iraq, Libia, resta una forza politica viva. Da qui il rifiuto dell’America come “gendarme del mondo”.
Ma l’Ucraina, a differenza dell’Iraq, è pro-Occidente e chiede aiuto. Trump non ha saputo mantenere la promessa di “fare la pace in un giorno”.

Il presidente voleva riordinare il mondo con la Russia nel G8 per contrastare la Cina, ma ha dovuto fare i conti con un Putin bellicoso e un popolo russo che accetta milioni di morti.
Il rischio, per Trump, è che il suo realismo isolazionista si trasformi in appeasement.
Due modelli storici restano sul tavolo: l’accordo coreano del 1953, che ha garantito una pace instabile ma duratura, e il Vietnam, dove la pace si rivelò una sconfitta.
La guerra in Ucraina potrebbe seguire una di queste due vie. Ma una cosa è certa: oggi, nella sfida tra democrazia e autoritarismo, il multiculturalismo relativista non può più essere una risposta.
Trump dovrà decidere se restare fedele al suo America First o affrontare la realtà di un mondo in cui il potere va sfidato con coraggio strategico.