Pensioni, puoi andarci a 64 anni o anche prima. Ecco come

Simone Micocci

24 Gennaio 2026 - 10:15

Vuoi andare in pensione a 64 anni (o anche prima)? Ecco quali sono i requisiti che devi soddisfare.

Pensioni, puoi andarci a 64 anni o anche prima. Ecco come

Le nuove regole sull’età pensionabile - destinata ad aumentare in maniera più o meno costante a partire dal 2027 - impongono un aggiornamento rispetto a quelle misure che consentono di smettere di lavorare con largo anticipo, intorno ai 64 anni di età.

Come noto, oggi per l’accesso alla pensione di vecchiaia serve aver compiuto 67 anni e nei prossimi anni servirà persino qualche mese in più di lavoro: 1 mese nel 2027, 3 mesi complessivi nel 2028. E secondo le ultime stime della Ragioneria di Stato, altri 3 mesi tra il 2029 e il 2030.

In meno di 5 anni, quindi, l’età pensionabile aumenterà di mezzo anno, con la soglia dei 68 anni di età che non è più così lontana.

Ma la pensione di vecchiaia non è l’unica possibilità di pensionamento: esistono misure più flessibili che consentono di anticipare l’uscita dal mercato del lavoro di qualche anno, per quanto comunque va detto che, con il progressivo aumento dell’età pensionabile, sarà sempre più complicato andarci prima dei 64 anni.

Anche quelle misure, di cui parleremo di seguito, che consentono di andare in pensione a 64 anni, o prima, sono infatti soggette all’adeguamento con le speranze di vita: vale ad esempio per l’opzione contributiva anticipata, così come per la pensione anticipata stessa (quella che non necessita di un’età minima).

Ma andiamo con ordine e vediamo come oggi è possibile andare in pensione al massimo, o anche prima, dei 64 anni di età. Ecco quali sono le misure da attenzionare.

Pensione anticipata contributiva

Iniziamo dall’opzione contributiva della pensione anticipata, se non altro perché è quella che espressamente riconosce la possibilità di smettere di lavorare all’età di 64 anni. Serve però soddisfare requisiti specifici:

  • non avere contributi versati prima dell’1 gennaio 1996;
  • aver raggiunto, al momento del pensionamento, un importo di pensione pari ad almeno 3 volte il valore dell’Assegno sociale, quindi almeno 21.303,36 euro lordi annui. Nel caso delle donne con un figlio la soglia si riduce a 2,8 volte il valore dell’Assegno sociale (quindi 19.883,14 euro), e a 2,6 volte per chi ne ha almeno due (18.462,91 euro).

Nel caso di chi invece rientra nel sistema misto, e pertanto non soddisfa il requisito indicato nel secondo punto, l’unica soluzione è quella del computo nella Gestione Separata, riservata a coloro che:

  • hanno almeno un contributo mensile versato nella Gestione Separata;
  • hanno un’anzianità contributiva superiore a 15 anni, di cui almeno 5 anni devono essere successivi all’1 gennaio 1996;
  • devono avere meno di 18 anni di contributi versati al 31 dicembre 1995.

Rientrando in questo profilo e facendo scattare il computo - con la pensione che verrà così riconosciuta interamente dalla Gestione Separata - sarà quindi possibile andare in pensione a 64 anni con la suddetta opzione, a patto ovviamente di soddisfare tutti gli altri requisiti. Tenete però conto del fatto che, in questo modo, la pensione viene calcolata interamente con il metodo contributivo, il che può comportare una penalizzazione sull’importo dell’assegno.

Ricordiamo poi che la soglia dei 64 anni resta valida fino al 31 dicembre 2026. Dopodiché anche su questa opzione si applicherà l’incremento dell’età, che salirà quindi a 64 anni e 1 mese nel 2027 e a 64 anni e 3 mesi nel 2028, mentre, laddove la stima della Ragioneria di Stato dovesse essere confermata, nel 2029 potrebbe arrivare persino a 64 anni e 6 mesi.

Pensione anticipata

Esiste poi la pensione anticipata vera e propria, alla quale possono accedere anche coloro che hanno contributi versati prima dell’1 gennaio 1996.

Il vantaggio di questa misura è che consente il pensionamento indipendentemente dall’età anagrafica. Basta aver maturato 42 anni e 10 mesi di contributi, un anno in meno per le donne, per smettere di lavorare.

Pensiamo ad esempio a chi ha iniziato a lavorare a 20 anni senza interruzioni: in tal caso il pensionamento arriverà già all’età di 62 anni e 10 mesi (61 anni e 10 mesi nel caso delle donne), indipendentemente dall’importo della pensione.

Vale però il discorso di cui sopra, con la differenza che sulla pensione anticipata l’incremento di 1 e 2 mesi tra il 2027 e il 2028 si applicherà sul requisito contributivo. Si arriverà quindi a superare i 43 anni di contributi, 42 nel caso delle donne, nel giro di pochi anni, limitando così la possibilità di sfruttare la pensione anticipata per il collocamento in quiescenza prima dei 64 anni solo a coloro che hanno iniziato a lavorare molto giovani.

Quota 41

Un’altra forma di pensione anticipata è Quota 41, riservata a coloro che hanno almeno un contributo settimanale versato entro il 31 dicembre 1995 e che, al compimento dei 19 anni di età, potevano già vantare 12 mesi di anzianità contributiva (i cosiddetti “lavoratori precoci”).

Questi, come si può intuire dal nome, possono smettere di lavorare al raggiungimento dei 41 anni di contributi, a patto però di essere disoccupati di lungo periodo, invalidi al 74%, caregiver oppure addetti a mansioni usuranti e gravose.

Ma anche qui va fatta attenzione all’adeguamento con le speranze di vita.

L’Ape Sociale

Esiste poi una misura di accompagnamento alla pensione che può rappresentare una valida alternativa per chi vuole smettere di lavorare intorno ai 64 anni.

Si tratta dell’Ape Sociale, riservata alle stesse categorie che possono avere accesso alla suddetta Quota 41: quindi disoccupati di lungo periodo, invalidi civili, caregiver e addetti a mansioni usuranti e gravose.

Non è però una vera e propria forma di pensionamento: semplicemente, negli anni che separano il lavoratore dal raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia, si percepisce un’indennità sostitutiva (per 12 mensilità) di importo pari a quanto calcolato di pensione fino a quel momento (ma con un massimo di 1.500 euro mensili).

L’Ape Sociale, il cui diritto si raggiunge a 63 anni e 5 mesi di età e con 30 anni di contributi (36 anni nel caso dei lavoratori impiegati in mansioni usuranti e gravose), può inoltre essere combinata con gli ammortizzatori sociali previsti dal nostro sistema di welfare, consentendo di smettere di lavorare ancora prima.

Si pensi ad esempio al lavoratore che, in accordo con l’azienda, viene licenziato a 61 anni, potendo così accedere alla Naspi. Presumendo che il lavoratore abbia almeno 4 anni di lavoro continuativi alle spalle, andrà a percepire l’indennità di disoccupazione per altri 2 anni. Fino a 63 anni, quindi, è coperto: dopodiché dovrà attendere 3 mesi dalla cessazione della Naspi - condizione imposta dall’Ape Sociale - e aspettare il compimento dei 63 anni e 5 mesi richiesti per accedere all’anticipo pensionistico che lo accompagnerà fino al compimento dei 67 anni.

Attenzione però, perché questa soluzione presenta dei rischi. Il più importante è quello per cui l’Ape Sociale non è una misura strutturale: ogni anno viene confermata o meno dal governo, pertanto si rischia che, una volta terminata la Naspi, questa non rappresenti più un’opzione valida o che nel frattempo ne siano stati modificati i requisiti.

Per il momento, comunque, l’Ape Sociale è stata confermata fino al 2028.

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