Andare in pensione a 57 anni con l’isopensione: possibile, ma complicato. E l’Inps non se ne prende la responsabilità.
L’isopensione è uno strumento molto importante sia per le aziende, purché abbiano almeno 15 dipendenti, che per i lavoratori. Da una parte, infatti, consente all’impresa di procedere con una riorganizzazione aziendale; dall’altra, permette al dipendente di andare in pensione - o meglio, di smettere di lavorare - con 7 anni di anticipo rispetto ai requisiti previsti tanto per la pensione di vecchiaia quanto per quella anticipata.
Negli anni che lo separano dal raggiungimento dei requisiti per la pensione, il lavoratore percepisce un’indennità sostitutiva pari all’importo dell’assegno maturato fino a quel momento, oltre a beneficiare della copertura contributiva necessaria per maturare poi i requisiti utili al pensionamento. Tutti questi costi sono a carico dell’azienda, come previsto dall’accordo di scivolo che il datore di lavoro sottoscrive con le organizzazioni sindacali.
Lo “sconto” di 7 anni si applica anche per i contributivi puri - ossia per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996 - che, ricordiamo, possono accedere a una misura di pensione anticipata riservata a 64 anni di età, con 20 anni di contributi e un assegno di importo almeno pari a 3 volte il valore dell’assegno sociale.
Di fatto, grazie allo sconto di 7 anni, questi lavoratori potrebbero smettere di lavorare già all’età di 57 anni. Se solo l’Inps lo concedesse: come spiegato dal Sole 24 Ore, infatti, per questi lavoratori molto dipende da ciò che l’Istituto dichiara al momento dell’autorizzazione allo scivolo.
Andare in pensione a 57 anni con l’isopensione
Come anticipato, l’isopensione consente di smettere di lavorare fino a 7 anni prima del raggiungimento dei requisiti per la pensione, purché l’azienda abbia almeno 15 dipendenti, vi sia un accordo con le organizzazioni sindacali e sia il datore di lavoro a sostenere interamente i costi dello scivolo.
Il lavoratore, infatti, durante il periodo che lo separa dalla pensione vera e propria percepisce un assegno erogato dall’Inps ma finanziato dall’azienda, di importo pari alla pensione maturata al momento dell’uscita. Sempre l’azienda versa anche la contribuzione necessaria a coprire gli anni mancanti, così da consentire al dipendente di maturare i requisiti per il pensionamento.
Lo sconto di 7 anni non si applica soltanto alla pensione di vecchiaia, ma anche alle forme di pensione anticipata. Per questo motivo, nel caso dei contributivi puri - cioè chi ha iniziato a versare contributi dopo il 31 dicembre 1995 - l’isopensione può teoricamente agganciarsi alla pensione anticipata contributiva.
Questa misura consente di andare in pensione a 64 anni, ma solo in presenza di requisiti molto stringenti. Serve innanzitutto avere almeno 20 anni di contributi effettivi, quindi senza considerare la contribuzione figurativa riconosciuta dall’Inps per periodi di sospensione o riduzione dell’attività lavorativa. Inoltre, l’assegno maturato deve raggiungere una soglia minima: di norma almeno 3 volte l’assegno sociale, soglia che scende a 2,8 volte per le donne con un figlio e a 2,6 volte per le donne con almeno due figli.
Nel 2026, considerando l’assegno sociale pari a 546,24 euro mensili, significa che per accedere alla pensione anticipata contributiva bisogna aver maturato un trattamento annuo lordo di almeno 21.303,36 euro. Per le donne con un figlio la soglia minima scende a 19.883,14 euro, mentre per quelle con almeno due figli si ferma a 18.462,91 euro.
Di conseguenza, se il lavoratore matura il diritto alla pensione anticipata contributiva a 64 anni, l’isopensione può accompagnarlo fino a quella data partendo da 7 anni prima: quindi già dai 57 anni di età.
Serve però che l’Inps certifichi, al momento dell’autorizzazione allo scivolo, che al termine dell’isopensione il lavoratore maturerà effettivamente il diritto alla pensione. Ed è proprio questo il passaggio più delicato per i contributivi puri.
Perché a 57 anni l’isopensione resta difficile per i contributivi puri
Il nodo è la soglia economica minima richiesta per la pensione anticipata contributiva perché raggiungerla già al momento della domanda di isopensione può essere molto difficile dal momento che il lavoratore avrebbe ancora davanti a sé 7 anni di contribuzione e, quindi, un montante contributivo più basso rispetto a quello che maturerebbe continuando a lavorare fino a 64 anni.
A pesare è anche il coefficiente di trasformazione, ossia il parametro che, applicato al montante contributivo, restituisce l’importo annuo lordo della pensione. Uscendo così presto, il coefficiente è più basso e rende ancora più complicato arrivare alla soglia richiesta.
Per rendere effettivo lo scivolo, quindi, servirebbe che in fase di domanda di isopensione l’Inps possa calcolare in proiezione l’importo della pensione che il lavoratore percepirà alla scadenza dell’isopensione, considerando anche i contributi che l’azienda continuerà a versare durante il periodo di esodo.
Tuttavia, considerate tutte le variabili che incidono su questo calcolo, l’Inps - come racconta Il Sole 24 Ore - non si sta prendendo la responsabilità di certificare oggi un diritto futuro alla pensione. Il risultato è che la possibilità di accedere allo scivolo già a 57 anni, per i contributivi puri, rischia di restare solo sulla carta.
Il problema può presentarsi anche per la pensione di vecchiaia, ma in quel caso è meno stringente. Lo scivolo può partire al massimo da 60 anni, cioè 7 anni prima dei 67 anni richiesti per la vecchiaia, e la soglia economica da raggiungere è molto più bassa, pari al solo valore dell’assegno sociale. Per questo è più probabile che il requisito risulti già soddisfatto al momento della domanda di isopensione.
© RIPRODUZIONE RISERVATA