Sempre più lavoratori arrivano ai 67 anni dopo anni di turni logoranti e stressanti con una capacità lavorative ridotta.
La maggior parte delle persone che ha superato i 63 anni desidera una sola cosa: andare in pensione. Il problema è che, con il passare del tempo, quel traguardo sembra spostarsi sempre più in avanti. È una tendenza strutturale, alimentata da riforme che negli ultimi quindici anni hanno innalzato progressivamente i requisiti per lasciare il lavoro, soprattutto in Paesi come Spagna e Italia.
Proprio in Spagna, Alfonso Muñoz Cuenca, funzionario della previdenza specializzato in pensioni, ha raccontato sul suo canale YouTube la storia di un cittadino di 65 anni con 25 anni di contributi, desideroso di andare in pensione ma impossibilitato a farlo. Secondo l’esperto, il caso fotografa un problema sempre più diffuso: molte persone arrivano a fine carriera senza poter davvero smettere di lavorare.
In Spagna, la riforma del 2011 ha previsto un aumento graduale dell’età pensionabile. Entro la fine di quest’anno, solo chi ha maturato 38 anni e tre mesi di contributi può lasciare il lavoro a 65 anni. Per tutti gli altri, l’uscita slitta a 66 anni e 10 mesi.
In Italia il meccanismo è simile, anche se con numeri diversi. Nel 2026 l’età pensionabile ordinaria resta fissata a 67 anni, con almeno vent’anni di contributi. Il requisito salirà poi a 67 anni e un mese nel 2027 e a 67 anni e tre mesi nel 2028, seguendo l’andamento della speranza di vita. Per la pensione anticipata servono invece 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, indipendentemente dall’età anagrafica.
La rigidità del sistema pesa soprattutto su chi ha carriere discontinue, contratti precari o periodi dedicati alla cura familiare. Dal 2026 non sono state confermate alcune misure di flessibilità come Quota 103 e Opzione Donna, restringendo ulteriormente le possibilità di uscita per chi non rientra nei canali ordinari.
Molti lavoratori arrivano a fatica ai 67 anni a causa di turni pesanti
Il punto è che vivere più a lungo non significa necessariamente arrivare in buone condizioni fisiche fino all’ultimo giorno di lavoro. Molti lavoratori raggiungono a fatica i 67 anni, continuando a sostenere turni pesanti, mansioni usuranti e ritmi difficili da reggere. Questo logoramento, però, raramente compare in una cartella clinica: non è una disabilità riconosciuta, ma stanchezza accumulata, stress, un corpo che risponde sempre meno.
In Spagna, il 55% dei lavoratori ha sperimentato almeno una volta nella carriera una condizione di esaurimento totale. I più colpiti sono soprattutto gli addetti alla sanità e all’assistenza, settori segnati da carenze croniche di personale e carichi eccessivi.
Una possibile soluzione sarebbe il pensionamento parziale, che permetterebbe di ridurre l’orario negli ultimi anni di carriera, mentre un nuovo dipendente viene assunto per coprire le ore restanti e prepararsi al subentro. In Spagna questa possibilità è richiedibile dal 2025 fino a tre anni prima dell’età pensionabile, con almeno 33 anni di contributi. Resta però uno strumento ancora poco diffuso e non obbligatorio per tutte le aziende.
Il risultato è che molti lavoratori non hanno alternative reali se non continuare oltre i propri limiti. Il pensionamento, invece, dovrebbe essere una scelta personale e graduale, legata alla salute e alla storia lavorativa di ciascuno, non una corsa forzata fino all’esaurimento fisico.