Pensioni: non servono nuove riforme, ma un’accorta manutenzione

Guido Salerno Aletta

23/01/2024

La spesa pensionistica del biennio 2022-2023 è stata pari al 16,2% del pil: è l’1% in più rispetto al dato del 2021, e l’1,1% in meno rispetto al picco della gobba previsto nel decennio 2030-2040.

Pensioni: non servono nuove riforme, ma un’accorta manutenzione

Non c’è un assetto che sia allo stesso tempo più semplice e più complesso di un sistema previdenziale a ripartizione.

Per un verso, infatti, funziona esattamente come due vasi comunicanti: da una parte, ci sono i contributi che vengono pagati mensilmente sul monte salari, e dall’altra ci sono le prestazioni pensionistiche che vengono erogate sempre su base mensile. Se a dicembre c’è una 13° mensilità, poco importa: perché si versano i contributi pure su questa così come si percepisce un doppio rateo di pensione.

Un sistema a ripartizione, quali che siano le regole variamente stabilite nel corso del tempo per poter ottenere la pensione di vecchiaia o di anzianità, come l’età minima nel primo caso e le “quote” nel secondo caso, che sono ottenute sommando l’età anagrafica agli anni di contributi versati, è in equilibrio quando i contributi versati pareggiano strutturalmente nel tempo le prestazioni erogate.

Tutte le riforme pensionistiche adottate in Italia ormai da un trentennio hanno avuto come obiettivo questo riequilibrio, ottenuto allungando la vita lavorativa, in pratica stabilendo età sempre più elevate per poter andare in pensione, ed abbassando la base per il computo della pensione: considerando la media delle retribuzioni degli ultimi anni di lavoro, anziché l’ultimo stipendio, e poi il coacervo dei contributi versati annualmente, rivalutati. Si è passati così da un sistema di computo su base retributiva ad uno su base contributiva.

Quando nel 2011 si lanciò bruscamente l’allarme, affermando che non c’erano più soldi per pagare le pensioni, si denunciava questo squilibrio di cassa, che non era solo congiunturale ma strutturalmente crescente, tra i contributi versati e le prestazioni pensionistiche: innalzando bruscamente l’età pensionabile, si evitava di erogare nuove pensioni e si continuava ad incassare i contributi previdenziali di chi, suo malgrado, era stato trattenuto al lavoro.

Il sistema previdenziale a ripartizione è allo stesso tempo estremamente complesso, in quanto sull’equilibrio che deve essere garantito tra i contributi e le prestazioni incidono una grande quantità di variabili: da una parte, c’è il numero degli occupati e l’andamento dei salari; dall’altra, rilevano il numero di coloro che possono andare in pensione annualmente sulla base della normativa vigente, il sistema di calcolo della prestazione, e la aspettativa di vita di coloro che sono già pensionati.

Il complesso di questi fattori, che sono economici, normativi e demografici, è sempre stato oggetto di previsioni di lungo periodo, a cinquanta anni, che in Italia mostra da sempre una “gobba” a cavallo verso il 2030: ora si prevede che la spesa previdenziale raggiungerà il valore massimo sul pil, stimato al 17,3%. Questo picco, che deriva dal pensionamento dell’assai numerosa generazione del baby boom, si va poi abbassando per via dei decessi e della più ridotta base di calcolo delle nuove pensioni su base contributiva e non più retributiva.

Con le successive riforme si è intervenuti ripetutamente sulla “gobba”, che sulla base della normativa previgente alla riforma del 2004 sarebbe arrivata nel 2030 al 20% del pil, per poi calare rapidamente fino al 13,9% del 2060. Il picco è stato abbassato notevolmente, fino al citato 17,3% del pil nel 2030, una percentuale che però rimarrà stabile nell’intero decennio 2030-2040, per poi ridursi successivamente fino al medesimo 13,9% nel 2060 e poi ancora al 13,8% nel 2070.

Queste sono le ultime previsioni a lunghissimo periodo contenute nel DEF 2023, che è stato presentato ad aprile dell’anno scorso, in cui si spiega come il peso della spesa pensionistica sul pil sia variato notevolmente negli scorsi anni, a causa di diversi fattori.

Riportiamo, di seguito, quanto si afferma nel DEF 2023:

- dopo la crescita del triennio 2008-2010, imputabile esclusivamente alla fase acuta della recessione, il rapporto fra spesa pensionistica e PIL ha continuato a salire a causa dell’ulteriore fase di contrazione economica degli anni successivi;

- poi, a partire dal 2013, in presenza di un andamento di crescita più favorevole e della graduale prosecuzione del processo di innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento, il rapporto fra spesa pensionistica e PIL decresce per circa un quinquennio fino a raggiungere il 15,2 per cento nel 2018;

- negli anni 2019- 2022, il rapporto tra spesa pensionistica e PIL aumenta con un picco in corrispondenza del 2020. La spesa in rapporto al PIL cresce significativamente a causa della forte contrazione dei livelli di PIL dovuti all’impatto dell’emergenza sanitaria nella sua fase iniziale e più acuta. Tuttavia, tale andamento è stato fortemente condizionato anche dall’applicazione delle misure in ambito previdenziale contenute nel decreto-legge n. 4/2019 convertito con L. n. 26/2019 (tra cui la c.d. “Quota 100”), le quali, favorendo il pensionamento anticipato, determinano un incremento del numero di pensioni in rapporto al numero di occupati;

- nel biennio 2023-2024, le previsioni scontano gli effetti della significativa maggiore indicizzazione delle prestazioni imputabili al notevole incremento del tasso di inflazione registrato nella parte finale del 2021 e previsto fino al 2023.

La spesa pensionistica del biennio 2022-2023 è stata pari al 16,2% del pil: è l’1% in più rispetto al dato del 2021, e l’1,1% in meno rispetto al picco della gobba previsto nel decennio 2030-2040.
Ora non servono nuove riforme: visto che “Quota 100” è già stata superata, ora occorre stabilizzare l’andamento della spesa pensionistica, magari ritornando alla percentuale del 2021, lavorando al margine.
Serve una accorta manutenzione: “calma e gesso”.

leggi anche

ILVA, Pantalone paga

ILVA, Pantalone paga