Pensioni, lavora una vita ma 26 ore sono di troppo. L’Inps gli chiede di restituire €29.000

Simone Micocci

20 Aprile 2026 - 09:46

26 ore di lavoro di troppo: l’Inps gli chiede di restituire 29 mila euro di pensione. Ma interviene il giudice che ribalta tutto.

Pensioni, lavora una vita ma 26 ore sono di troppo. L’Inps gli chiede di restituire €29.000

Ha lavorato per 38 anni, il minimo richiesto per accedere alla pensione a 62 anni con Quota 100, la misura rimasta in vigore in Italia tra il 2019 e il 2021 che ha consentito a molti lavoratori di uscire in anticipo rispetto ai requisiti della legge Fornero.

38 anni e, successivamente, altre 26 ore. Proprio queste, però, sono state considerate “di troppo” dall’Inps, che gli ha notificato la richiesta di restituzione degli assegni di pensione percepiti fino a quel momento, per un totale di circa 29 mila euro.

Ma andiamo con ordine. La storia - l’ennesima - riguarda un pensionato che, dopo aver smesso di lavorare usufruendo di Quota 100, avrebbe dovuto rispettare un divieto molto importante: non avviare una nuova attività lavorativa come dipendente almeno fino al compimento dei 67 anni. Non lo ha fatto, accettando alcune prestazioni come operaio agricolo per un totale di 26 ore.

Secondo la regola base di Quota 100, poi ripresa anche dalle successive misure di flessibilità come Quota 102 e la più recente Quota 103, “la produzione di redditi derivanti da attività lavorativa diversa da quella autonoma occasionale, ovvero la produzione di redditi da lavoro autonomo occasionale oltre il limite dei 5.000 euro lordi annui, comporta la sospensione dell’erogazione del trattamento pensionistico nell’anno di produzione dei suddetti redditi e l’eventuale recupero delle rate di pensione indebitamente corrisposte”. Ed è su questa base che l’Inps ha ritenuto legittima la richiesta di restituzione.

Eppure si sta progressivamente affermando un orientamento giurisprudenziale che tende a tutelare chi ha svolto attività lavorative di entità minima, soprattutto sotto il profilo economico. In questi casi, infatti, per poche centinaia di euro guadagnati si rischia di dover restituire migliaia di euro di pensione.

Questa vicenda rientra proprio in tale casistica e segna un’ulteriore battuta d’arresto per l’Inps, contribuendo a consolidare il principio secondo cui la sanzione deve essere proporzionata alla gravità della violazione.

Lavora 26 ore di troppo. Deve restituire 29.000 euro di pensione

Il caso riguarda un pensionato trentino che, dopo essere andato in pensione con Quota 100 a partire da gennaio 2021, ha svolto alcune attività lavorative di entità molto limitata. Si tratta, nello specifico, di brevi prestazioni come operaio agricolo: poche giornate tra il 2021 e il 2022, concentrate nel mese di settembre di entrambi gli anni.

Nel dettaglio, il lavoro si è tradotto in 13 giornate complessive, per un totale di appena 26 ore: 14 ore nel 2021 e 12 ore nel 2022. Anche il compenso percepito è stato estremamente contenuto, pari a circa 410 euro complessivi nell’arco del biennio, poco più di 200 euro per ciascun anno.

Nonostante la natura occasionale e marginale dell’attività svolta, l’Inps ha applicato in modo rigido il divieto di cumulo tra pensione anticipata con Quota 100 e redditi da lavoro dipendente. Sulla base di questa interpretazione, l’istituto ha ritenuto che anche un’attività così limitata fosse sufficiente a far scattare la sospensione del trattamento pensionistico per l’intero anno.
Da qui la richiesta di restituzione delle somme percepite: oltre 14 mila euro per il 2021 e quasi 14.800 euro per il 2022, per un totale che si avvicina ai 29 mila euro. Una cifra decisamente elevata se confrontata con il reddito effettivamente guadagnato dal pensionato, che si è limitato a poche centinaia di euro complessivi.

No alla restituzione della pensione all’Inps, il giudice interviene

Sul caso è intervenuta la Corte d’Appello di Trento, che ha confermato quanto già stabilito in primo grado dal giudice del lavoro, respingendo il ricorso dell’Inps. I giudici hanno quindi bocciato l’interpretazione rigida applicata dall’istituto, ritenendola non coerente con la funzione stessa del trattamento pensionistico. Non si tratta però di un caso isolato. Sempre più spesso, infatti, i tribunali si stanno esprimendo in favore dei pensionati in situazioni analoghe, mettendo in discussione l’applicazione automatica del divieto di cumulo quando l’attività lavorativa è minima e di scarso rilievo economico.

Nel dettaglio, secondo la Corte, il divieto di cumulo tra pensione Quota 100 e redditi da lavoro non può tradursi nella perdita dell’intero assegno annuale. Va invece interpretato in modo più equilibrato, alla luce dei principi costituzionali di tutela del reddito e dei mezzi di sostentamento.

In questa prospettiva, i giudici hanno stabilito che la sospensione della pensione deve riguardare esclusivamente i periodi in cui il pensionato ha effettivamente svolto attività lavorativa. Nel caso specifico, quindi, solo le mensilità di settembre 2021 e settembre 2022, cioè i mesi in cui sono state svolte le giornate di lavoro agricolo. Per tutto il resto dell’anno, invece, la pensione resta pienamente dovuta, in quanto torna a operare la sua funzione previdenziale: garantire un reddito a chi è uscito dal mercato del lavoro per ragioni legate all’età.

Da qui la decisione di condannare l’Inps alla restituzione delle somme trattenute in eccesso, limitando l’eventuale recupero solo alle quote effettivamente non spettanti. Una pronuncia che rafforza un orientamento già in crescita e che ridimensiona l’applicazione automatica e generalizzata del divieto di cumulo.

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