Pensioni, l’Inps gli toglie tutti i soldi per un giorno di lavoro. Ma il giudice glieli restituisce

Simone Micocci

28 Gennaio 2026 - 10:22

L’Inps chiede indietro i soldi della pensione dopo un compenso di 180 euro. Ma il giudice interviene: «Ecco qual è la regola da rispettare».

Pensioni, l’Inps gli toglie tutti i soldi per un giorno di lavoro. Ma il giudice glieli restituisce

Un solo giorno di lavoro, poco più di 180 euro guadagnati complessivamente, e l’Inps che chiede indietro un intero anno di pensione. È quanto accaduto a un pensionato ravennate, finito al centro di una vicenda che chiarisce, ancora una volta, quanto il tema del divieto di cumulo tra pensione anticipata e redditi da lavoro possa produrre effetti sproporzionati quando viene applicato in modo automatico.

Come noto, chi accede a forme di pensionamento anticipato tramite le misure di flessibilità previste dal nostro ordinamento, come è stato nel caso di Quota 100, Quota 102 o Quota 103, non può liberamente tornare a lavorare. A differenza della pensione di vecchiaia, infatti, queste opzioni prevedono un divieto di cumulo tra pensione e redditi da lavoro dipendente o autonomo, almeno fino al raggiungimento dell’età pensionabile ordinaria. Una regola pensata per favorire il ricambio generazionale, ma che nella pratica ha spesso colpito anche chi ha svolto attività lavorative di brevissima durata.

Ed è proprio questo il punto centrale della vicenda esaminata di recente dal giudice. Il pensionato, dopo l’uscita anticipata dal lavoro, aveva svolto poche ore di lavoro così che l’Inps ha proceduto alla revoca dell’intero trattamento pensionistico annuale, chiedendo la restituzione di tutte le somme percepite. Una scelta che, come vedremo di seguito, il giudice ha ritenuto illegittima, di conseguenza le somme trattenute dall’Inps gli sono state integralmente restituite.

Una pronuncia che si inserisce in un contesto più ampio, fatto di regole complesse e di storie diverse, ma unite dallo stesso nodo: un sistema previdenziale in cui anche poche ore di lavoro possono costare molto caro, se non interviene - come in questo caso - la magistratura a ristabilire un principio di proporzionalità.

La vicenda

Come anticipato, il caso riguarda un pensionato del Ravennate che, dopo l’accesso a una pensione anticipata soggetta al divieto di cumulo, aveva svolto un’attività lavorativa minima e occasionale. In particolare, nel settembre 2020 aveva lavorato 14 ore, percependo 113,41 euro netti, mentre nell’ottobre 2020 aveva svolto ulteriori 7 ore per 66,85 euro. In totale, 21 ore di lavoro e circa 180 euro.

Nonostante la limitatezza dell’attività, l’Inps aveva disposto la revoca dell’intera pensione annuale, chiedendo la restituzione di tutte le mensilità percepite, senza distinguere tra i mesi interessati dal lavoro e quelli privi di attività. l pensionato ha quindi fatto ricorso, sostenendo che si trattava di un’attività “isolatissima e limitata”: il giudice gli ha dato ragione, chiarendo che l’eventuale indebito può riguardare solo i mesi in cui il lavoro è stato effettivamente svolto, cioè settembre e ottobre 2020. Per i restanti dieci mesi, la pensione è stata ritenuta intangibile.

Di conseguenza, l’Inps è stato condannato a restituire le somme trattenute, riaffermando il principio di proporzionalità nell’applicazione del divieto di cumulo tra pensione e redditi da lavoro.

La vicenda richiama anche altri casi analoghi. Emblematico il caso di un pensionato vicentino che, dopo essere andato in pensione con Quota 100, aveva partecipato come comparsa per una sola giornata a una serie TV, percependo appena 78 euro. Per quell’episodio, l’Inps aveva chiesto la restituzione di 24 mila euro di pensione. Anche in quel caso il giudice ha ribaltato la decisione dell’Istituto, affermando che redditi di importo irrisorio derivanti da prestazioni del tutto isolate non possono giustificare una sanzione così sproporzionata. Un orientamento che rafforza il principio di proporzionalità e che potrebbe incidere su molti contenziosi simili ancora aperti.

Quando l’Inps può togliere i soldi (e quando no)

Alla luce degli ultimi contenzioni, possiamo dire che l’Inps può legittimamente sospendere o recuperare la pensione solo in presenza di una violazione effettiva del divieto di cumulo previsto dalla legge. Questo accade quando il pensionato, dopo essere andato in quiescenza con una misura che lo vieta, percepisce redditi da lavoro incompatibili con il trattamento pensionistico.

Il caso tipico è quello di chi è andato in pensione con Quota 100, Quota 102 o Quota 103 e, prima di aver raggiunto l’età per la pensione di vecchiaia, svolge un’attività di lavoro dipendente o autonomo. In queste situazioni la norma prevede che la pensione non sia cumulabile e che i ratei relativi ai periodi interessati dall’attività lavorativa non debbano essere corrisposti oppure, se già pagati, debbano essere restituiti. Diverso è il caso in cui l’attività lavorativa sia autonoma occasionale, che resta consentita entro il limite di 5.000 euro lordi annui. Entro questa soglia, infatti, non scatta alcuna incompatibilità e la pensione resta pienamente cumulabile.

Negli ultimi anni la prassi dell’Inps è stata quella di applicare la norma in modo automatico e indifferenziato, arrivando a chiedere la restituzione di intere annualità di pensione anche in presenza di poche ore di lavoro e di compensi irrisori. Ed è proprio su questo punto che sta intervenendo la giurisprudenza. Le recenti sentenze chiariscono che l’Inps non può togliere tutto indiscriminatamente, ma deve limitare l’eventuale recupero ai soli mesi in cui l’attività lavorativa è stata effettivamente svolta. Inoltre, quando il lavoro è sporadico e di valore economico minimo, i giudici stanno affermando che una richiesta di restituzione di migliaia di euro risulta sproporzionata e contraria alla ratio della norma.

Un orientamento che tutela i pensionati in buona fede e che potrebbe segnare un cambio di passo nell’applicazione delle regole sulle pensioni anticipate.

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