Pensioni, ecco per quanti anni devi lavorare per andarci (e quanto devi guadagnare)

Simone Micocci

16 Febbraio 2026 - 10:46

Pensione, quanti anni di lavoro servono davvero e quanto bisogna guadagnare per avere contributi pieni. Le regole 2026 tra età, contributi e stipendio minimo.

Pensioni, ecco per quanti anni devi lavorare per andarci (e quanto devi guadagnare)

Come più volte abbiamo avuto modo di spiegare, le regole di pensionamento contano solitamente di due parametri fondamentali: l’età anagrafica e gli anni di lavoro, o meglio, di contributi. In alcuni casi si aggiunge poi un terzo fattore, ossia quel requisito economico secondo cui l’importo della pensione maturata al momento del collocamento in quiescenza deve aver raggiunto almeno una certa soglia.

Solitamente sono richiesti tanto il requisito anagrafico quanto quello contributivo, ma in alcuni casi è solamente quest’ultimo a determinare se si può andare o meno in pensione.

Una cosa è certa, per andare in pensione serve aver lavorato per un certo numero di anni, a prescindere dall’opzione a cui si ricorre. E attenzione, perché serve anche che nel frattempo sia stata raggiunta la quota minima per il riconoscimento della contribuzione piena. In caso contrario, in quel periodo di lavoro verrà versata una contribuzione parziale, e pertanto bisognerà lavorare per più anni rispetto a quelli previsti.

Ecco quindi che quando si ragiona su quanti sono gli anni di lavoro minimi per andare in pensione bisogna fare un’analisi che tenga conto anche degli stipendi percepiti, così da poter essere certi che quel periodo venga considerato pienamente dall’Inps.

Per quanti anni bisogna lavorare per andare in pensione

Come anticipato, gli anni di lavoro necessari dipendono dall’opzione di pensionamento a cui si ricorre. La più nota, la pensione di vecchiaia a 67 anni di età, ne richiede almeno 20, con la possibilità che vengano ridotti a 15 anni nel caso di coloro che rientrano in una delle tre deroghe Amato.

Abbiamo poi l’opzione di vecchiaia riservata ai contributivi puri, ossia coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il 1996. In questo caso sono sufficienti 5 anni di lavoro, con lo svantaggio però di dover attendere i 71 anni di età per andare in pensione.

Dopodiché un’altra opzione che combina età anagrafica e anni di contributi è la pensione anticipata riservata anche in questo caso ai contributivi puri. Una misura alquanto articolata poiché oltre all’età anagrafica - 64 anni - e al requisito contributivo minimo - 20 anni - richiede anche l’aver raggiunto una soglia economica minima, pari a 3 volte il valore dell’Assegno sociale. Solo chi ha raggiunto quell’importo minimo giudicato sufficiente per vivere una vita dignitosa può andare in pensione con 3 anni di anticipo, con la possibilità però di “sconti” per le donne con figli (con il limite che si abbassa a 2,8 volte per chi ha un figlio, a 2,6 volte per chi ne ha almeno due).

C’è poi l’opzione anticipata riservata a tutti, quella che esula dal raggiungimento di una soglia anagrafica minima visto che si può smettere di lavorare a qualsiasi età. Basta aver raggiunto 42 anni e 10 mesi di contributi nel caso degli uomini, 41 anni e 10 mesi per le donne. Nel caso dei precoci, ossia chi ha iniziato a lavorare da minorenne, sono sufficienti invece 41 anni di contributi, ma a patto di rientrare in una delle condizioni previste dalla normativa che disciplina la cosiddetta Quota 41: disoccupati, invalidi, caregiver e addetti a mansioni usuranti e gravose.

Attenzione: per pensione anticipata a Quota 41 il requisito contributivo è soggetto ad adeguamento con le speranze di vita. Pertanto servirà 1 mese in più di lavoro nel 2027, altri 2 mesi nel 2028 e - secondo le ultime stime della ragioneria di Stato - altri 3 mesi dal 2029.

Infine c’è un’ultima opzione che tuttavia non è di vero e proprio pensionamento. Ci riferiamo all’Ape Sociale, l’anticipo pensionistico che consente di smettere di lavorare all’età di 63 anni e 5 mesi a coloro che rientrano in uno dei profili che beneficiano di una maggior tutela: disoccupati, invalidi e caregiver, per i quali sono necessari 30 anni di contributi, come pure addetti a mansioni gravose e usuranti per i quali invece ne servono almeno 36 anni.

Perché è importante lo stipendio percepito

Quando si parla di anni necessari per andare in pensione, non conta soltanto per quanto tempo si è lavorato, ma anche quanto si è guadagnato. Ogni anno, infatti, l’Inps stabilisce una soglia minima di retribuzione al di sotto della quale le settimane lavorate non vengono riconosciute per intero ai fini pensionistici.

Il principio è semplice: per ottenere una settimana contributiva piena bisogna percepire almeno un certo importo. Se la retribuzione settimanale è inferiore a questa soglia, l’Inps accredita una contribuzione proporzionata. In pratica, anche lavorando per tutto l’anno, non si accumulano necessariamente 52 settimane di contributi, ma un numero inferiore.

Per il 2026 l’Inps, con la circolare n. 6 del 30 gennaio, ha aggiornato i valori di riferimento. Il trattamento minimo mensile è stato fissato a 611,85 euro e da questo importo derivano le soglie per l’accredito contributivo. Il minimale giornaliero è pari a 58,13 euro, mentre la soglia settimanale per il riconoscimento della contribuzione piena è di 244,74 euro, cioè il 40% del trattamento minimo. Tradotto su base mensile, significa che serve uno stipendio lordo vicino ai 1.000 euro per vedersi riconosciute tutte le settimane lavorate.

Questo aspetto può avere conseguenze molto importanti. Chi percepisce retribuzioni inferiori a questa soglia, infatti, non accumula un anno pieno di contributi ogni 12 mesi di lavoro. Nel lungo periodo, quindi, per raggiungere i 20 anni necessari alla pensione di vecchiaia potrebbero servire molti più anni di attività.

Basta qualche esempio per capire l’impatto del meccanismo. Un lavoratore che guadagna circa 800 euro al mese matura all’incirca 39 settimane di contributi l’anno: in questo caso, per arrivare ai 20 anni richiesti, non basteranno 20 anni di lavoro, ma ne serviranno oltre 26. Con uno stipendio di 600 euro mensili, situazione frequente nei part-time più ridotti, le settimane accreditate scendono a circa 29 l’anno, e per raggiungere i 20 anni contributivi possono essere necessari anche più di 35 anni di lavoro.

Ecco perché lo stipendio percepito è un elemento decisivo nella costruzione della pensione: non incide soltanto sull’importo dell’assegno futuro, ma anche sulla possibilità stessa di maturare i requisiti per smettere di lavorare. In presenza di retribuzioni troppo basse o discontinue, il rischio è quello di arrivare all’età della pensione senza aver accumulato abbastanza contributi.

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