Coefficienti di trasformazione più bassi: dal 2027 pensioni ancora più leggere a parità di contributi. Ecco come la riforma Fornero riduce l’importo dell’assegno.
Già oggi il sistema di calcolo delle pensioni non è particolarmente vantaggioso, tanto che la differenza con l’ultimo stipendio percepito è spesso rilevante. “Colpa” del sistema di calcolo contributivo, con il quale si dà molto peso ai contributi versati in carriera e all’età in cui si smette di lavorare attraverso l’assegnazione di un coefficiente tanto più vantaggioso quanto più si ritarda il pensionamento.
Ebbene, già oggi i coefficienti di trasformazione - appunto quei valori che vengono utilizzati per trasformare il montante contributivo in importo annuo di pensione - sono meno vantaggiosi rispetto a quelli che sono stati utilizzati nel biennio 2023-2024, rendendo meno conveniente l’essere andati in pensione in questi anni. Quello che bisogna sapere, però, è che per coloro che andranno in pensione il prossimo anno questo sistema di calcolo sarà ancora più svantaggioso, causa - ancora una volta - di quanto stabilito dalla legge Fornero.
Come più volte abbiamo avuto modo di spiegare, infatti, la riforma del 2011 ha previsto delle misure non solo per garantire immediata sostenibilità al sistema previdenziale, predisponendo ad esempio un aumento dell’età pensionabile, ma anche prevedendo degli strumenti che possano nel lungo periodo evitare che possa esserci un innalzamento improvviso della spesa pensionistica.
Di uno di questi strumenti si è molto parlato in questi giorni: si tratta dell’adeguamento dell’età pensionabile con le speranze di vita, il quale porterà già nel 2027 a un incremento di 1 mese dei requisiti per pensione di vecchiaia e anticipata, mentre nel 2028 ci sarà un innalzamento di altri 2 mesi. Altri 3 mesi, poi, potrebbero scattare nel 2029 secondo le ultime stime della Ragioneria di Stato.
Ma l’effetto Fornero si vedrà anche sugli importi della pensione, con un calo - non ancora calcolabile - già annunciato per chi smetterà di lavorare dal 2027.
Come la Fornero incide sugli importi della pensione
Per capire in che modo la riforma Fornero è capace di incidere sugli importi della pensione bisogna come prima cosa ricordare come funziona il calcolo contributivo applicato per tutti i periodi lavorati successivamente all’1 gennaio 1996 (o 2012 per coloro che al 31 dicembre 1995 potevano vantare 18 anni di contribuzione).
Nel dettaglio, si prendono tutti i contributi versati nel corso della carriera - pari al 33% della retribuzione lorda percepita - e una volta rivalutati vengono trasformati in pensione attraverso un coefficiente che varia a seconda dell’età del pensionamento.
Come anticipato, già nel biennio 2025-2026 c’è stato un cambio di coefficiente rispetto al biennio 2024-2025, come indicati nella seguente tabella:
| Età | Coefficiente 2023-2024 | Importo pensione 2023-2024 | Coefficiente 2025 | Importo pensione 2025 | Differenza (2025/2026 - 2023/2024) |
|---|---|---|---|---|---|
| 57 | 4,270% | 17.080 euro | 4,204% | 16.816 euro | -264 euro |
| 58 | 4,378% | 17.512 euro | 4,308% | 17.232 euro | -280 euro |
| 59 | 4,493% | 17.972 euro | 4,419% | 17.676 euro | -296 euro |
| 60 | 4,615% | 18.460 euro | 4,536% | 18.144 euro | -316 euro |
| 61 | 4,744% | 18.976 euro | 4,661% | 18.644 euro | -332 euro |
| 62 | 4,882% | 19.528 euro | 4,795% | 19.180 euro | -348 euro |
| 63 | 5,028% | 20.112 euro | 4,936% | 19.744 euro | -368 euro |
| 64 | 5,184% | 20.736 euro | 5,088% | 20.352 euro | -384 euro |
| 65 | 5,352% | 21.408 euro | 5,250% | 21.000 euro | -408 euro |
| 66 | 5,531% | 22.124 euro | 5,423% | 21.692 euro | -432 euro |
| 67 | 5,723% | 22.892 euro | 5,608% | 22.432 euro | -460 euro |
| 68 | 5,931% | 23.724 euro | 5,808% | 23.232 euro | -492 euro |
| 69 | 6,154% | 24.616 euro | 6,024% | 24.096 euro | -520 euro |
| 70 | 6,395% | 25.580 euro | 6,258% | 25.032 euro | -548 euro |
| 71 | 6,655% | 26.620 euro | 6,510% | 26.040 euro | -580 euro |
Guardando la tabella, si capisce bene come la revisione dei coefficienti si sia tradotta in un taglio dell’assegno a parità di contributi versati e di età di pensionamento.
Prendiamo ad esempio un lavoratore che ha deciso di andare in pensione a 62 anni con lo stesso montante contributivo: con i coefficienti validi nel biennio 2023-2024 avrebbe percepito circa 19.528 euro annui, mentre con i valori aggiornati al 2025 l’importo è sceso a 19.180 euro. La differenza è di 348 euro lordi all’anno, cioè quasi 30 euro in meno al mese.
Se ci si sposta a 65 anni, il divario è stato ancora più evidente: l’assegno è passato da 21.408 euro a 21.000 euro annui, con una perdita di 408 euro. Significa circa 34 euro lordi in meno ogni mese, pur avendo versato gli stessi contributi.
Ancora più significativo il caso di chi è andato in pensione a 67 anni, l’età oggi prevista per la vecchiaia: si è passati da 22.892 euro a 22.432 euro annui, con un taglio di 460 euro lordi. In termini mensili, si tratta di quasi 40 euro in meno.
Il trend è stato chiaro anche per chi ha deciso di restare al lavoro più a lungo. A 70 anni, ad esempio, la differenza tra i due coefficienti è arrivata a 548 euro annui; a 71 anni si sono superati i 580 euro. Questo dimostra come l’adeguamento periodico dei coefficienti, legato alla maggiore speranza di vita, abbia ridotto progressivamente l’importo della pensione per le nuove generazioni, anche a parità di carriera e contributi versati.
E la situazione non è destinata a migliorare: anzi, andrà ancora peggio nel biennio 2027-2028.
Dimenticate questi importi, perché è già stata annunciata una nuova revisione dei coefficienti di trasformazione, che con ogni probabilità sarà ancora in negativo. Il meccanismo è lo stesso già visto negli anni precedenti: l’aumento della speranza di vita porta a coefficienti meno favorevoli e quindi a pensioni più basse per chi esce dal lavoro negli anni successivi.
In altre parole, a parità di contributi versati e di età di pensionamento, chi andrà in pensione dal 2027 in poi rischia di percepire un assegno ancora più contenuto rispetto a chi si è ritirato nel biennio 2025-2026, confermando una tendenza che penalizza progressivamente le nuove generazioni di pensionati.
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