Pensioni, da Quota 41 a Quota 43. Ecco la riforma del governo Meloni

Simone Micocci

27 Marzo 2026 - 09:25

Pensioni, dalla promessa di una Quota 41 per tutti all’aumento dei requisiti della pensione anticipata. Ecco il fallimento del governo Meloni.

Pensioni, da Quota 41 a Quota 43. Ecco la riforma del governo Meloni

Da anni il Centrodestra è tra i più attivi per quanto riguarda la propaganda sulla riforma delle pensioni. In particolare la Lega, che già da quando entrò nella maggioranza del primo governo Conte spinse per la cancellazione della legge Fornero attraverso l’introduzione di Quota 100 che poi si sarebbe dovuta trasformare in Quota 41 per tutti.

Ecco, proprio Quota 41 è stato un obiettivo della Lega anche una volta entrata nel governo Conte, tanto che c’erano già i progetti di legge depositati: consentire a tutti di andare in pensione al raggiungimento dei 41 anni di lavoro (o meglio, di contributi), riducendo quindi il requisito contributivo richiesto per la pensione anticipata.

Quando siamo ormai a circa un anno dalla fine del mandato, cosa è stato fatto rispetto alla una riforma delle pensioni? Per rispondere basti pensare che dalla promessa di una Quota 41 per tutti si passerà presto a Quota 43. E anche l’attuale Quota 41 riservata ai soli precoci, presto non esisterà più.

Pensioni, addio Quota 41. Arriva Quota 43

Oggi Quota 41 è l’opzione di pensionamento anticipato riservata ai cosiddetti lavoratori precoci, ossia a coloro che entro il compimento dei 19 anni di età avevano già maturato 12 mesi di contributi. Se nel frattempo disoccupati, invalidi, caregiver o impiegati per anni in mansioni gravose o usuranti, questi possono andare in pensione al raggiungimento dei 41 anni di contributi, indipendentemente dall’età anagrafica.

Anche Quota 41 però subirà, al pari delle altre forme di pensionamento, l’adeguamento dei requisiti con le speranze di vita, il che porterà alla richiesta di 1 mese in più di contributi nel 2027 e di altri 2 mesi nel 2028. Tra poco più di un anno, quindi, si parlerà di Quota 41,3. Ma attenzione perché Quota 41 richiede un requisito molto importante: almeno un contributo settimanale deve risultare versato prima del 31 dicembre 1995, una condizione che porterà questa misura a sparire una volta che tutte le pensioni verranno calcolate interamente con il contributivo.

Nel frattempo l’ipotesi di estendere Quota 41 per tutti è fallito, tanto che il governo nel frattempo ha mandato in cantiere anche il suo piano B, quella Quota 103 che negli ultimi anni ha consentito sì il pensionamento con 41 anni di contributi ma solo a coloro che avevano compiuto 62 anni e con tanto di ricalcolo contributivo dell’assegno.

E non solo, perché oltre al fatto che non c’è stata la riduzione dell’età pensionabile attraverso l’introduzione di nuove forme di flessibilità, è stata data piena attuazione della legge Fornero non riuscendo di fatto a bloccare l’adeguamento dei requisiti per la pensione con le speranze di vita.

Un adeguamento che porterà all’addio della pensione anticipata come la conosciamo oggi, la quale richiede 42 anni e 10 mesi di contributi se uomini e 41 anni e 10 mesi se donne. Requisito che nel 2027 cresce di 1 mese e nel 2028 di altri due: si arriverà quindi a Quota 43 a breve, visto che per andare in pensione in anticipo saranno richiesti 43 anni e 1 mese di contributi (mentre per le donne si può parlare di Quota 42).

I soli ad essere esclusi, mantenendo così il diritto ad andare in pensione con le attuali regole, i lavoratori impiegati in mansioni gravose o usuranti da almeno 6 anni negli ultimi 7, da almeno 7 negli ultimi 10 o per la metà della vita lavorativa. Per loro la riforma “Meloni” non si applica.

Non basta comunque questa esclusione per ribaltare un bilancio che nel caso della riforma delle pensioni, almeno stando a quelle che erano le premesse, è altamente negativa. È vero che c’è ancora una legge di Bilancio a disposizione, ma il rischio è che la guerra in Iran possa compromettere definitivamente qualsiasi piano del governo a riguardo.

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