Pensioni, cosa sappiamo sulla riforma che sarà in legge di Bilancio

Simone Micocci

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Capitolo pensioni, in legge di Bilancio 15 miliardi di problemi. Salta il pensionamento a 64 anni per tutti: verrà sostituito da una nuova Quota 100? Facciamo chiarezza.

Pensioni, cosa sappiamo sulla riforma che sarà in legge di Bilancio

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Ci sono molte incognite sulla prossima riforma delle pensioni, il pacchetto di misure che finirà in legge di Bilancio interessando tanto i requisiti di pensionamento quanto gli importi.

A oggi i dubbi superano le certezze, anche perché il governo deve trovare il modo di far quadrare i conti in vista di una legge di Bilancio che, anche quest’anno, dovrà tenere conto delle poche risorse a disposizione. Tra l’altro, quando si parla di pensioni, l’attenzione è ancora maggiore, trattandosi di uno dei capitoli di spesa più importanti per lo Stato: basti pensare che, secondo l’ultimo Documento programmatico di finanza pubblica, ne 2027 il costo complessivo per la previdenza sarà di 367 miliardi di euro, 15 in più rispetto all’anno corrente.

La colpa è principalmente della rivalutazione che, spinta dalla nuova ripresa dell’inflazione, dovrebbe basarsi su un tasso pari al 2,9%, più del doppio rispetto all’ultimo aumento.

Adeguare le pensioni al costo della vita è un obbligo per lo Stato, che di fatto potrebbe far saltare il banco rispetto a quelli che erano i programmi del governo. Ed è per questo che la riforma delle pensioni potrebbe essere diversa da come era stata pensata, tanto che potrebbe esserci una nuova Quota 100, come pure il blocco del fondo per i nuovi nati che, nelle scorse settimane, sembrava quasi una certezza della prossima manovra.

Proviamo quindi a fare il punto su cosa sappiamo della prossima legge di Bilancio per quanto riguarda le pensioni, un fronte sul quale è lecito aspettarsi anche dei tagli. Il quadro è quello di oggi, va specificato, dal momento che le cose possono cambiare nel giro di poche ore.

Pensioni, i tagli alla rivalutazione

Iniziamo ribadendo che il governo ha bisogno di risorse per la prossima legge di Bilancio e che l’aumento di quasi 15 miliardi della spesa pensionistica è un fattore di cui tenere assolutamente conto. D’altronde, non è bastato l’appello della presidente del Consiglio a Ursula von der Leyen per chiedere maggiore flessibilità, proprio alla luce dell’obbligo di adeguare le pensioni all’incremento del costo della vita, alimentato dalla situazione internazionale.

Per questo motivo oggi, come vi avevamo già anticipato, il governo sta ragionando su un nuovo taglio alla rivalutazione per chi ha una pensione superiore a quattro volte il trattamento minimo, quindi circa 2.447 euro lordi al mese, prendendo come riferimento il valore del 2026. Si tratterebbe quindi di una riduzione degli aumenti, non dell’importo della pensione già percepita.

Nel dettaglio, anche alla luce delle recenti pronunce della Corte costituzionale che hanno riconosciuto la legittimità di precedenti interventi di questo tipo, il governo starebbe valutando di tornare a un meccanismo per fasce.

Questo significa che la percentuale ridotta di rivalutazione verrebbe applicata all’intero importo della pensione e non soltanto alla quota che supera lo scaglione di riferimento, come avviene oggi.

Al tempo stesso, potrebbero esserci più fasce rispetto ai tre scaglioni attuali, con percentuali di rivalutazione più basse per gli assegni più elevati. Soglie e percentuali restano però da definire, quindi al momento non è possibile quantificare l’entità degli eventuali tagli.

Addio al bonus nascite?

A dover fare i conti con le poche risorse a disposizione potrebbe essere un’altra misura che, fino a qualche settimana fa, sembrava quasi una certezza: un fondo pensione per i nuovi nati, pensato per incentivare la previdenza complementare fin dalla nascita, che tuttavia rischia di essere sacrificato per esigenze di bilancio.

La pensione a 64 anni non sarà per tutti, torna Quota 100?

Come raccontato da Repubblica, potrebbe esserci un cambiamento rispetto al progetto, sostenuto soprattutto dall’area leghista del governo, di estendere a tutti - anche a chi ha iniziato a lavorare prima del 1996 - la possibilità di andare in pensione con 64 anni di età, 20 anni di contributi e un assegno almeno pari a tre volte il valore dell’Assegno sociale.

Il costo, tuttavia, potrebbe non essere compatibile con le disponibilità di bilancio, motivo per cui si sta ragionando su alcuni paletti. Uno su tutti, il ritorno a una sorta di Quota 100: per andare in pensione a 64 anni e 1 mese, considerando anche il prossimo adeguamento alla speranza di vita, non basterebbero 20 anni di contributi, ma ne servirebbero almeno 36, nel solo caso di chi ha iniziato a lavorare prima del 1996.

A questo si aggiungerebbe il ricalcolo interamente contributivo dell’assegno, con una possibile penalizzazione sull’importo.

Le misure in scadenza

Al tempo stesso, il governo dovrà ragionare sulle misure in scadenza, a partire dall’aumento straordinario delle pensioni minime, pari all’1,3%, che oggi porta l’importo fino a 619,80 euro al mese.

L’aumento non è, per adesso, confermato per il 2027: senza una proroga, le pensioni minime aumenterebbero solamente per effetto della rivalutazione ordinaria, applicata sull’importo base di 611,85 euro, al netto dell’incremento straordinario. Ipotizzando una rivalutazione del 2,9%, si arriverebbe a circa 629,59 euro, appena 9,79 euro in più rispetto a oggi.

In scadenza anche l’Ape sociale, come pure la possibilità di accedere all’isopensione con un anticipo fino a 7 anni (in quest’ultimo caso, a dover essere prorogata è l’estensione dell’anticipo, che altrimenti tornerebbe al limite ordinario di quattro anni): due strumenti che oggi agevolano l’uscita anticipata dal mercato del lavoro e che, salvo cambiamenti, dovrebbero essere prorogati in manovra.

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